Blognotes numero 21
Blognotes Numero 21

ESCLUSIONI & INCLUSIONI è il tema del numero 21

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Una sanità che non cura più

di Loris Del Frate

I dati Istat in Italia riferiti al 2025 sono impietosi. Circa sei milioni di persone rinunciano alle cure per motivi economici e,liste d’attesa troppo lunghe. Quasi un italiano su dieci. Il principio di universalità che ha sempre caratterizzato il servizio sanitario nazionale, ossia tutte le persone vengono curate gratuitamente senza alcuna distinzione, sta piano piano scomparendo, creando disparità sempre maggiori tra chi ha la possibilità di curarsi nelle strutture private e chi, invece, deve mettersi in coda per mesi e attendere il proprio turno nella speranza che la malattia non sia già scappata di mano. Un effetto che colpisce in particolare le persone più deboli che vengono escluse, estromesse e spesso lasciate da sole da un sistema che sta cambiando pelle. Non a caso chi rinuncia alle cure sono persone adulte (45 – 60 anni) con redditi bassi, spesso cassintegrati o senza lavoro, anziani con più di 65 anni con pensioni sociali, donne, soprattutto anziane e con basso titolo di studio, intere fasce di popolazione con minor livello di istruzione e redditi sotto la soglia di sopravvivenza. Ma la rinuncia alle cure interessa sempre di più famiglie monoreddito o anche nuclei che hanno lavori precari e saltuari. Ci vanno poi di mezzo i bambini: solo il 55 per cento va regolarmente dal dentista, il 25 solo all’occorrenza e il restante non è mai andato neppure per un controllo. Una fotografia, dunque, che fa rabbrividire e che mostra il livello preoccupante di esclusione da un bene primario come la sanità, E non solo per i numeri, ma soprattutto perchè a livello nazionale questo Governo (per la verità anche gli altri) non sta mettendo in campo alcuna soluzione utile per dare risposte alle necessità della sanità pubblica. Anzi, le manovre nascoste, ma neppure troppo, portano verso una sanità privata con il rischio concreto di allargare sempre di più la forbice tra chi può permettersela e chi, invece, può solo sperare di avere fortuna. La carenza di medici, infermieri, tecnici e operatori socio sanitari non giova certo alla causa, ma anche su questo fronte ci sono precise responsabilità della politica che negli anni non ha investito, non ha concesso aumenti di stipendio adeguati a chi si prende cura dei malati, non ha cercato di trattenere il personale sanitario che una volta formato prende armi e bagagli e se ne va all’estero. Qui sono rimasti i buchi di organico, reparti sguarniti e i Dipartimenti di Emergenza che vanno al collasso al primo stormir di fronde. Del resto medici e infermieri da angeli del Covid, salvatori della patria ed eroi della sanità, sono diventati carne da macello con turni massacranti, orari da schiavi delle ferriere e pungiball dei familiari dei pazienti che scaricano rabbia e frustrazione su chi invece ci mette l’anima. Bersaglio sbagliato.

LA NOSTRA REALTÀ

Le cose in Friuli Venezia Giulia vanno un po’ meglio sul fronte dei numeri. Calma, non c’è nulla per cui cantare vittoria, anzi la discesa dei servizi è già iniziata da tempo, il modello di sanità regionale sta facendo acqua da tutte le parti e per ora resta ancora in piedi grazie alla tenacia e agli sforzi degli operati. Se invece parliamo della capacità di fare programmazione della politica e dei tecnici che dovrebbero gestire l’operatività, sempre nominati dalla politica, allora casca l’asino. Basta vedere cosa è successo al Santa Maria degli Angeli nel nuovo pronto soccorso dell’altrettanto nuovo ospedale dalla fine di dicembre (durante le festività) sino alla fine di gennaio. Pronto soccorso messo in ginocchio dall’affluenza e l’unico reparto inaugurato (questa volta veramente dopo il primo taglio del nastro farlocco), le Medicine, trascinate a fondo perchè non bastavano i posti letto. E stiamo parlando di una “non emergenza” perchè a creare questi grossi problemi è stata l’epidemia influenzale che dalla notte dei tempi si presenta con il suo picco da fine dicembre a metà gennaio. Qualche volta arriva a febbraio. Non un nuovo virus sconosciuto, il ritorno del Covid o altre cose improvvise e imprevedibili. Ma andiamo con ordine.

RINUNCIA ALLE CURE

I numeri di chi per vari motivi, soprattutto economici, rinuncia a curarsi, in regione sono più benigni rispetto al panorama nazionale, seppur con un picco dal 2018 al 2024 (non ci sono ancora dati formalizzati per l’anno appena terminato) che fa preoccupare. Sette anni fa, infatti, a rinunciare alle cure erano state 35 mila persone circa. Nel 2024, invece, il numero è salito a 101 mila. Un anziano su quattro non si cura più e il motivo principale è quello economico anche se le lunghe liste di attesa rimangono uno dei deterrenti principali. Il fenomeno della rinuncia alle cure colpisce anche aree ben servite sotto l’aspetto sanitario come Udine, Pordenone, la bassa pordenonese e la bassa friulana dove le richieste di visite specialistiche superano le disponibilità del sistema pubblico.

LA PROGRAMMAZIONE

L’assessore regionale alla Salute, Riccardo Riccardi, cavaliere senza macchia e senza paura, secondo alcuni, vera anima nera secondo altri, aveva lanciato tempo fa, ma è un refrain (ritornello) che si ripete spesso, un grido d’allarme sull’aumento delle richieste di prestazioni specialistiche. Troppe e inappropriate. Insomma, secondo la politica regionale saremmo un popolo di malati immaginari, ipocondriaci che godono nell’andare a fare esami sanitari spesso invasivi. Il tutto, ovviamente, con la complicità dei medici di medicina generale che si divertono a terminare il più velocemente possibile il ricettario pubblico in una sorta di gara a chi lo fa per primo. Balle. Non è così. Certo, prescrizioni inappropriate ce ne saranno senza dubbio, ma nessuno, nè medici, ne tantomeno pazienti si divertono ad andare a fare esami se non servono. Questa è una colossale stupidaggine che la politica, anche quella regionale, mette in circolo per assolversi dall’incapacità di fare una programmazione seria che – giusto dirlo – a volte comporta scelte difficili che elettoralmente non pagano. Qualcuno potrebbe obiettare che questa maggioranza regionale di Centrodestra e l’assessore Riccardi, le scelte le abbia fatte e messe in campo, come il nuovo piano oncologico regionale, la chiusura di alcuni punti nascita, il rinforzo della medicina territoriale con le case di comunità, i passi avanti nell’affrontare il monolite delle liste di attesa e ultimo, ma non per importanza, il via al nuovo ospedale pordenonese. In realtà, prendendo punto per punto e guardando nel profondo, ci si accorge che le cose sono ben diverse da quello che appaiono. Il nuovo ospedale di Pordenone ha avuto una partenza senza dubbio complicata e se il buongiorno si vede dal mattino le cose non portano all’ottimismo. Carenza di personale senza che sia stato fatto nulla di sostanziale per cambiare un trend che può solo peggiorare, spazi ancora angusti e pochi posti letto in più si perdono i primari migliori che se ne vanno (spesso in Veneto) e quelli nuovi, quando vengono fatti, non sono certo in grado di attrarre medici giovani che vengano a lavorare a Pordenone. A questo si aggiunge il fatto, non certo secondario, che giorno dopo giorno il Santa Maria degli Angeli perde Servizi e competenze. Se poi parliamo del piano oncologico regionale, allora la prima cosa a cui si deve far riferimento è che al Cro non si opererà il cancro al polmone, pancreas, fegato, stomaco, cervello, prostata, vescica e altre patologie oncolgiche, tutte dirottate a Udine e in parte a Trieste che diventano riferimenti regionali per i tumori perchè hanno una casistica più alta. Depotenziati anche gli ospedali di rete a fronte del fatto che con la stessa logica della casistica opereranno solo colon retto e mammella. Facile immaginare che saranno ben pochi i medici giovani attratti da questi posti. Andando avanti con le scelte di questa amministrazione si arriva alla medicina sul territorio. Già aperte alcune case di comunità che diventano “luoghi fisici ai quali i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza socio sanitaria” in modo da sgravare i pronto soccorso e sopperire alla carenza dei medici di famiglia. In realtà mancano circa 400 infermieri e oltre 150 medici per mandare avanti le Case di Comunità. Insomma il futuro ci fa presagire che rischiano di restare un presidio vuoto senza facilitare l’accesso alle prestazioni territoriali. Le liste d’attesa? Vero che i primi segnali positivi sono arrivati, soprattutto sulle prescrizioni a 10 giorni, le oramai tristemente famose “fascie B” dove effettivamente si sono ridotti i tempi e la percentuale delle visite ed esami effettuati è salita al 78 per cento. Ma c’è un rovescio della medaglia: le prescrizioni con la lettera “D”, quelle a 30 giorni per visite e 60 per gli esami diagnostici (sono quelle numericamente maggiori), sono schizzate a tempi biblici. Il cane che si mangia la coda. Potremmo andare avanti ancora, magari parlando del taglio dei punti nascita con l’assessore che ha usato le forbici sono per San Vito e per quello convenzionato della casa di cura pordenonese San Giorgio con il risultato che nel Friuli Occidentale è rimasto solo Pordenone. Nell’udinese ce ne sono quattro. Nessuna rivalsa territoriale, solo la necessità che tutti i territori siano trattati alla stessa maniera.

foto da Pixabay, pubblico dominio

LA SANITA’ PRIVATA

Dove invece questa amministrazione regionale ha lavorato bene è la corsa a privatizzare la sanità pubblica o singoli pezzi come l’intera radiologia dell’ospedale di Pordenone. Il primo passo, curato negli anni, è stato quello di concedere sempre più spazio e convenzioni a cliniche e strutture private per fare esami diagnostici (Tac, Risonanze, Ecografie) e visite specialistiche. Vero che per il paziente non cambia nulla, paga solo il ticket e magari trova posto in tempi più veloci, ma puntare sul privato depotenziando sempre di più il pubblico (allungare i tempi di acquisto di nuove e più efficaci apparecchiature, rinunciare a fare bandi per assunzione di personale e negli anni sfoltire i ranghi nei vari Servizi) sta portando oggi a un impoverimento che diventa sempre più difficile (se non impossibile) da rincorrere per colmare. Il secondo passo messo in campo dalla politica regionale è stato ancora più mirato: appaltare interi pezzi di sanità pubblica a strutture private. Si è cominciato con i punti di primo intervento (ex pronto soccorso) affidati a cooperative, per poi passare ai medici gettonisti nei Dipartimenti di Emergenza e nelle Terapie intensive (salvo poi ripensarci perchè costavano troppo e anche gli interni si dimettevano per seguire quella strada) e si è andati oltre affidando la radiologia del Santa Maria degli Angeli a una società privata e ora due aziende, sempre private, stanno trattando la gestione dell’intero ospedale di Spilimbergo e parte di quello di Latisana. Un piano evidente e una strategia mirata, chiara e precisa che porterà probabilmente il Friuli Venezia Giulia a scalare le classifiche delle regioni che hanno affidato la sanità ai privati. C’è poco da vantarsi.

L’ANNO CHE VERRÀ

Il 2026 sarà un anno importante per il sistema sanitario regionale perchè andranno a regime alcune strategie volute da questa maggioranza di Centrodestra. Nessuno, sia chiaro, è qui a sperare o a tifare che per ragioni ideologiche vada tutto male. La sanità è un bene primario e tutti, chi prima, chi dopo, avranno bisogno di curarsi. L’auspicio quindi è che la politica abbia fatto bene i suoi conti. Le prime avvisaglie vanno dalla parte opposta perchè alla luce di quanto sta accadendo dovrebbe essere necessaria una riflessione più profonda sui fattori che sono stati messi in campo prima di arrivare al momento di non ritorno. Puntare tutto (o quasi) sulla creazione di una macchina sanitaria basata sulla fornitura acritica di prestazioni attraverso una progressiva crescita delle risorse dirottate verso la sanità privata, rischia di essere un boomerang. Mala tempora currunt.

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