Si può parlare di inclusioni senza partire dalle esclusioni? La domanda sembra retorica ma è necessaria, perché la parola inclusione di per sé ha un sentore dubbio, sia per la valenza diversa che assume a seconda dei contesti, che per il suo significato letterale, chiudere dentro. In biologia è un noto fenomeno con cui si descrive un corpo estraneo che viene inprigionato all’interno della cellula, spesso per inattivarlo. La stessa cosa avviene in chimica, in matematica e in mineralogia, come nelle famose inclusioni delle pietre preziose. Per contrasto ci vengono in mente le exclavi, aree chiuse fuori, di cui l’Italia possiede un solo esempio, Campione d’Italia, sede di un mostruoso mega Casino che infelicita la vista di chi si trova a passare per Lugano. Scherzi della geopolitica…Ci sta dunque più a cuore parlare delle esclusioni, che interagiscono con il loro opposto in un gioco di specchi: se prendiamo come esempio la cancel culture, nata dal corretto principio di porre riparo a secoli di colonialismo e a millenni di patriarcato, e partita sulla base della cultura woke degli anni Sessanta – una spinta al risveglio e alla presa di coscienza degli afro-americani in particolare, e quindi inclusiva – vediamo come abbia finito per trasformarsi in ideologia iperidentitaria, impegnata a cancellare la memoria, perfino in campo artistico, di tutti i personaggi considerati non politicamente corretti: a San Francisco, è toccato anche alla statua del povero Cervantes, imbrattata solo perché era spagnolo e perciò stesso simbolo dei Conquistadores, nella più assoluta ignoranza del suo valore di letterato e del suo essere vissuto come schiavo per cinque anni.
In parte il fenomeno è attribuibile alla componente puritana del mondo anglosassone, in particolare quello americano (ricordiamo i padri pellegrini!), e certamente il concetto di purità è fondamentale nell’impulso all’esclusione. Sulla purità influiscono il senso di vergogna e il disgusto, associati in origine a strutture evolutive di salvaguardia nei confronti delle malattie, che però, quando diventano meccanismi di difesa ed esclusione nei confronti di ciò che è impuro, incidono sulla spinta alla purezza ideologica e morale. La cancel culture è dilagata anche in Europa e in Italia, e nel tempo è avvenuto uno scivolamento verso l’odio virtuoso, come lo ha definito la sociologa francese Eva Illouz. E’ un meccanismo che prende origine nel bisogno atavico di appartenenza, nel desiderio di separare il mondo tra “noi” e “loro”, nella rassicurazione derivata dall’essere parte di un gruppo, in contrapposizione a un altro. L’odio virtuoso ci fa stare bene, ci fa sentire vivi e dalla parte giusta, e allontana la paura della solitudine.
Per Elias Canetti – che ne scrive in Massa e potere¹ – le due caratteristiche elementari alla base degli aggruppamenti umani, sono l’aggressività, o meglio il comportamento aggressivo, e la paura. L’«aggressività» umana è molto più selvaggia di quella animale, è finalizzata alla distruzione, non mira ad alcun beneficio ulteriore… Si ispira a una sorta di estetica dell’odio. L’odio è molto vicino alla paura, e la paura più grande e sottintesa è quella della morte: per Canetti si scarica la paura della morte uccidendo. Così si rimane vivi: “la minaccia della morte, cui sottostanno tutti gli uomini, crea il bisogno di deviare la morte su altri”. Si uccideva con lo stesso spirito anche assistendo alle esecuzioni capitali e agli Autodafé², e attualmente si configurano altri sacrifici umani sulla grande piazza dei social media³. Così alla categoria dell’odio virtuoso si affianca lo hate speech, o discorso d’odio, divenuto di “scottante attualità” – come scrivono i giornali di qualcosa che è sempre esistito – in relazione alle tre autodefinitesi femministe del sito Fascistella⁴. La novità rispetto al passato è che sui media è facile e remunerativo attaccare, ma difendersi impossibile. Dalla cancel culture all’annullamento e al boicottaggio culturale il passo è breve. Se da un lato il boicottaggio economico è l’unico efficace, il boicottaggio in campo artistico e sportivo è un esempio di come, da una legittima opposizione di ordine politico, si passi all’odio virtuoso, escludendo a priori o pretendendo che artisti o sportivi si pronuncino contro i loro governi, ignorando volutamente che possono esistere motivi del tutto personali per non esporsi.
Perfino la scelta della Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dimitri Shostakovitch per la prima della Scala del 7 dicembre 2025 è stata definita “una scelta coraggiosa”,semplicemente per aver privilegiato un’opera russa! Per inciso, nel 1936 l’autore cadde in disgrazia quando Stalin abbandonò il palco prima della fine dell’esecuzione, e un articolo della Pravda definì “caos invece di musica” la sua composizione: ne seguirono anni di tormento per il grande compositore. Se è vero che ogni situazione è diversa, esiste l’obbligo di distinguere e di adottare l’ottica della complessità, pena il rischio di scatenare fantasmi del passato che mai più avremmo voluto, né immaginato, di rivedere.


1- Elias Canetti,Massa e potere, Adelphi, Milano, I° ed. 2015.
2- Autodafé: durante l’Inquisizione era la proclamazione solenne della sentenza dell’Inquisitore, seguita dalla pubblica esecuzione delle pene. In senso figurato un attacco feroce a persone o idee che mira all’annientamento.
3- La Repubblica, I dieci giorni di Tatiana Tramacere dalla paura alla festa. Nardò esulta: “Un lieto fine insperato, 5/12/2025: «All’esterno della casa di Dragos, nel frattempo, una folla inferocita si è assiepata davanti all’abitazione, il tam tam delle voci si rincorrono: “Tatiana è morta”; “Il corpo è in campagna”, le indiscrezioni di bocca in bocca e che passano da un cellulare all’altro. Tutti cercano Dragos: urla contro il romeno, strali contro gli immigrati, l’invocazione della pena di morte. Pochi minuti dopo il sollievo e un avvocato esulta: «È un’ottima notizia che rasserena tutta la comunità».
4- La Repubblica, “Ecco i nemici da annientare”: la lista nera delle femministe e il loro “metodo call out.
Indice
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