Blognotes numero 21
Blognotes Numero 21

ESCLUSIONI & INCLUSIONI è il tema del numero 21

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Gaza: nemesi o pulizia etnica

di Franco Regeni

L’argomento è più che mai attualizzato dal genocidio e dal tentativo di pulizia etnica a GAZA e in Cisgiordania.
Il progetto sionista nasce come tentativo di soluzione nazionale alla “questione ebraica”.
Nei primi anni del XX secolo la maggior parte dei leader sionisti associava il risveglio nazionale alla colonizzazione della Palestina.

Tra i primi teorici del sionismo troviamo Moses Hess (1812-1875), pensatore socialista, autodidatta. Con la pubblicazione della sua opera “Roma e Gerusalemme: l’ultima questione nazionale” sostiene che l’antisemitismo moderno avrebbe impedito un completo inserimento degli ebrei nelle società cristiane.

Dopo l’uccisione dello zar Alessandro II, nel 1881, in un attentato attribuito agli ebrei, un’ondata di pogrom spazza l’intera Russia europea e folle inferocite saccheggiano i quartieri ebraici. Ai pogrom seguono leggi e decreti che discriminano gli ebrei nelle scuole (superiori e università), nelle professioni e limitano la loro libertà di movimento.
Quegli eventi rappresentarono una doccia fredda per tutte le correnti ebraiche, soprattutto assimilazioniste, confermando che la “soluzione andava cercata altrove”.

 

Hosny Salah Palestinian photographer da Pixabay

Un altro importante teorico del sionismo è Leo Pinsker (1821-1891), assimilazionista moderato. Dopo i pogrom pubblicò un libro, diventato famosissimo, “Autodeterminazione: un avvertimento alla sua gente da parte di un ebreo russo”, uscito nel 1882, dove sosteneva che, nella Diaspora, gli ebrei erano e sarebbero rimasti degli stranieri mai graditi, “insultati, derubati, malmenati … ospiti ovunque, padroni di casa in nessun luogo”, esposti a un “disturbo mentale per il quale non c’è terapia: l’antisemitismo”.

Per gli ebrei non c’era salvazione individuale ma solo collettiva e poteva venire solo dall’esodo e dalla loro riunione in una patria, da uno sforzo coordinato di volontà, dalla rinascita della nazione, dal vivere nella propria terra e nel proprio paese, dall’autoemancipazione.
La terra andava comprata e colonizzata a poco a poco, gli ebrei dovevano quindi lasciare l’Europa e muovere verso la “Terra promessa”.
Pinsker non indicò mai la Palestina (Eretz Israel) come luogo di destinazione preferibile, anzi, pensava semmai, anche se in modo vago, a qualche porzione del Nord America che potesse trasformarsi nella sede di un focolare nazionale ebraico.

Contemporaneamente, senza coordinamento, nella “regione degli insediamenti” ebraici (Est Europa), nacquero società clandestine, Chovevei Zion (Coloro che amano Sion), con lo scopo di raccogliere fondi per emigrare in Palestina; nel 1887 dozzine di queste organizzazioni si confederarono in un movimento, definito Chibbat Zion (Amore per Sion) con l’autoemancipazione come manifesto ideologico. Il movimento non ebbe molta diffusione: aderirono in pochi e i fondi raccolti furono molto scarsi, ma insediò nel cuore del sionismo “la mistica del pioniere”.

La svolta, nel movimento arriva con Theodor Herzl (1860-1904), dottore in legge, membro benestante di una famiglia cosmopolita di Budapest, corrispondente da Parigi del quotidiano austriaco “Neue Freie Presse”.
La sua conversione al sionismo fu catalizzata dall’affare Dreyfus, ufficiale ebreo dell’esercito francese, giudicato erroneamente una spia della Germania nel 1894-95.

Riliessum (Richard van Liessum) da Pixabay

La sua visione politica Herzl la riassume in un pamphlet profetico-programmatico: Der Judenstaat (Lo stato ebraico), pubblicato nel 1896 con il sottotitolo “Un moderno tentativo di soluzione della questione ebraica”, dove afferma che gli ebrei potevano sentirsi sicuri solo in un paese che appartenesse interamente a loro.

Herzl sosteneva anche che il sionismo avrebbe trionfato non solo perché non c’era alternativa per gli ebrei in Occidente, ma perché, liberarsi di questi ultimi, e dell’antisemitismo, avrebbe fatto comodo anche agli europei. Era inoltre convinto che l’insediamento in Palestina avrebbe prodotto “un nuovo ebreo”, facendo acquistare al popolo ebraico fermezza, fierezza, persino aggressività. Max Nordau, in seguito vice di Herzl, lo definì “ebraismo muscoloso”.

Vanno ricordate inoltre per dovere storico le correnti religiose del sionismo: quella “moderata”, che vede nell’insediamento in una propria terra un argine all’assimilazione, fenomeno in ascesa per tutto l’800 e il 900, periodo che vede il tumultuoso sviluppo del capitalismo con i suoi effetti devastanti e “uniformanti” sulle tradizioni, sulle culture, sulle religioni, facendo così perdere l’identità e l’unicità della cultura e religione ebraica; quella religiosa ortodossa che identificava nella Palestina la Eretz Israel promessa dal Dio del Vecchio Testamento al “popolo eletto” e il compimento del “disegno” biblico.

Scopo di queste note non è affermare la legittimità o meno del progetto sionista, che la “trova” non in un astratto diritto o prerogativa religiosa della comunità ebraica di tornare nella Terra Promessa, ma è il risultato della mutazione della bilancia di potenza e dei rapporti di forza tra le vecchie e nuove potenze nel teatro mediorientale

La Prima guerra mondiale comporta il crollo dell’Impero ottomano e la spartizione dell’area tra Francia e Gran Bretagna, la “rinascita” del nazionalismo arabo, e, dopo la Seconda guerra mondiale, la fine del colonialismo francese e inglese in Medio Oriente (e non solo) e la nuova spartizione tra i nuovi imperialismi veramente vittoriosi, gli Stati Uniti e l’URSS stalinista.

La questione fondamentale in questa sede è il rapporto del sionismo con la questione araba: come sarebbe stata possibile la convivenza con la popolazione araba che da più di venti secoli abitava quelle terre? Come avrebbe reagito alla colonizzazione attraverso l’acquisto progressivamente massiccio della sua terra e quale sarebbe stato l’impatto dell’insediamento di milioni di nuovi abitanti su un territorio, anche se solo in parte parzialmente popolato?

Detta con cinismo, tutti i leader sionisti: cosa ne faremo degli arabi là residenti?

Il progetto di transfer

Il concetto di transfer, esclusione, trasferimento, pulizia etnica, era ed è profondamente radicato nel pensiero politico sionista. Ecco come Leo Motzkin (1867-1933), uno dei massimi pensatori liberali del sionismo, pone la questione:

Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico in Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi [là residenti] in aree oltre confine e …

Per inciso, l’esclusione/espulsione degli arabi dalla Palestina, richiama un parallelo con la storia della pulizia etnica nell’America del Nord e del Sud, in Africa e in Australia, e non si può non considerare paradossale il fatto che l’ONU, nel 1947, abbia affidato il destino di una intera popolazione ad un movimento che nella propria ideologia includeva il suo completo trasferimento.
Tra le due insurrezioni palestinesi, quella del 1929 e quella del 1936, duramente represse dal governo britannico, la leadership sionista elaborò i suoi piani per una presenza esclusivamente ebraica in Palestina, dapprima accettando strumentalmente una porzione parziale del territorio e uniformandosi alla raccomandazione della Commissione PEEL del ’37, che proponeva la divisione della Palestina in due Stati, pretendendo però, nel 1942, tutta la Palestina per sé.

Strumento militare del processo di colonizzazione della Palestina è l’Haganà (letteralmente “difesa”). Creata nel 1920 con lo scopo principale di proteggere i coloni, grazie all’addestramento di un ufficiale britannico affascinato dal sogno sionista, Order Charles Wingate, diventa il braccio militare dell’Agenzia Ebraica, l’ente sionista che sviluppò e mise in atto i piani per l’occupazione militare e la pulizia etnica della popolazione nativa.

Hosny Salah, Palestinian photographer da Pixabay

Wingate riuscì a unificare l’Haganà alle forze britanniche durante le rivolte arabe e la Seconda guerra mondiale nel sostenere lo sforzo bellico britannico.

La svolta nel progetto di pianificazione della futura pulizia etnica avviene con l’intuizione di un impiegato del Dipartimento dell’istruzione dell’Agenzia ebraica, Ben-Zion Luria, che sostiene la necessità di un registro dettagliato di tutti i villaggi arabi sul territorio e propone che tale inventario sia gestito dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF), fondato nel 1901, preposto dal movimento sionista all’acquisto di terre sulle quali insediare gli immigrati ebrei.
Il JNF era il “custode”, per conto del popolo ebraico, della terra occupata dai coloni, e mantiene questo ruolo per tutto il mandato britannico e anche dopo, nel nuovo Stato di Israele.

Direttore del Dipartimento Insediamenti è Yossef Weitz (1890-1972), la cui priorità assoluta è quella di facilitare lo sfratto dei fittavoli palestinesi dalla terra comprata, incoraggiando i nuovi proprietari ebrei a buttar fuori i contadini arabi, anche quando essi non sapevano cosa farsene di tutta quella terra.

Alla fine del Mandato britannico (1948) la comunità ebraica possedeva il 5,8% della terra in Palestina ma la fame di territorio era enorme e il progetto di schedatura dei villaggi diventò “progetto nazionale”, fu abbracciato con entusiasmo da Weitz e da molti politici sionisti, estendendo la missione: viene proposta e attuata la schedatura completa dei villaggi e della popolazione araba.

Furono reclutati topografi, fotografi e geologi, e, con l’aiuto di “arabisti”, rete di collaboratori dell’Haganà che teneva le fila di informatori infiltrati nei villaggi, entro la fine degli anni ’30 l’”archivio” era quasi completato.
Questo progetto di schedatura della popolazione trova un parallelo, per paradosso, in un progetto analogo nella Germania nazista e, più tardi, nel resto d’Europa.

Quando Hitler sale al potere, nel gennaio del 1933, i nazisti si prefiggono l’obiettivo di identificare i 600 mila ebrei della comunità tedesca; solo con l’identificazione della popolazione ebraica sarebbe stato possibile la confisca dei beni, la deportazione e infine lo sterminio.

Il progetto viene reso possibile da uno strumento tecnologico, la “scheda perforata” in grado di “memorizzare”, attraverso fori distribuiti in colonne, numerose informazioni. Nelle colonne 3 e 4 della scheda erano elencate 16 categorie codificate, con il foro 3 che indicava l’omosessuale, il foro 9, l’antisociale, ecc. il foro 8 individuava l’ebreo. Le schede perforate erano leggibili e “selezionabili” da una macchina, la “tabulatrice selezionatrice elettromeccanica” prodotta dalla IBM (International Business Machines), che negli anni Trenta detiene praticamente il monopolio della produzione e, tramite la sua filiale tedesca, la Dehomag, permette al regime nazista il censimento dell’intera popolazione tedesca e la schedatura dell’intera comunità ebraica.
È grazie alle schede perforate che fu reso possibile il censimento razzale che, ripercorrendo a ritrose varie generazioni, non rilevava solo l’appartenenza religiosa del singolo individuo, ma anche la discendenza: il sogno dei nazisti non era solo quello di contare gli ebrei ma soprattutto di identificarli.

Tornando a Israele, la schedatura dei villaggi, nella guerra del 1948, portò all’espulsione di 700-800 mila arabi. Le liste compilate nei censimenti permisero alle truppe ebraiche di identificare i “nemici”; in ogni villaggio venivano utilizzati informatori che, mascherati con un sacco di juta in testa e due fori all’altezza degli occhi, indicavano gli “obiettivi”. Gli uomini identificati venivano spesso uccisi sul posto.

Ygael Yadin (1917-1984), Capo di stato maggiore dell’esercito israeliano dal 1949 al 1952, ricorda nelle sue memorie, che fu la conoscenza minuta e dettagliata di ciò che accadeva in ogni singolo villaggio palestinese a consentire al comando militare sionista, nel novembre del 1947, di concludere che “gli arabi palestinesi non avessero nessuno che li organizzasse adeguatamente”, a smentita della narrazione ufficiale che enfatizza la potenza militare delle armate arabe nella guerra del 1948.

A corroborare la tesi della pulizia etnica in Palestina si associa Dominique Vidal (giornalista francese e saggista che scrive per Le Monde Diplomatique) che, in una relazione tenuta a Parigi nel 2003, ricostruisce, partendo dei “nuovi storici” israeliani, un quadro chiaro di cosa fu l’espulsione dei palestinesi tra il 1947-49.

Vidal riporta una frase che Ariel Sharon (1928-2014) ha ripetuto sistematicamente anche dopo la sua elezione a Primo ministro nel 2001: “La guerra d’indipendenza del 1948 non è ancora finita”.

Da un bilancio dei servizi segreti dell’Haganah (esercito israeliano), datato 30 giugno 1948, emerge che circa 380-400 mila sono i palestinesi già espulsi dal 29 novembre del 1947 e, con la ripresa dei combattimenti nel luglio 1948, saranno più di 700 mila in totale, avvalorando la tesi dei “giovani storici” che le espulsioni sono parte organica della strategia dell’esercito israeliano, diventata pulizia etnica.
Ai palestinesi espulsi vengono confiscati i beni, grazie alla legge sulle “proprietà abbandonate” (sic!), votate nel dicembre del 1948; Israele metterà le mani su settantamila abitazioni, più di settemila negozi, laboratori, depositi di magazzini, capitali palestinesi (depositi bancari) e, soprattutto, su trecentomila ettari di terre. In totale oltre quattrocento città e villaggi arabi spariranno o diventeranno ebraici. (Benny Morris in 1948 and After).

Yosef Weitz, all’epoca direttore del dipartimento fondiario del Fondo nazionale ebraico nel suo diario scriverà:

Deve essere chiaro che non c’è posto per due popoli nel nostro Paese … e l’unica soluzione è la Terra di Israele senza arabi … Non esiste altro modo che traferire gli arabi verso i paesi vicini … non un villaggio deve rimanere, non una tribù beduina.

Smahel (Jeroslav Smahelsum)da Pixabay

E’ doveroso trarre alcune conclusioni in merito ai due concetti, inclusione ed esclusione: sul piano politico l’essenza del nazionalismo è l’esclusione; non può esistere senza escludere un’altra nazione, un’altra cultura o un’altra etnia, perché estranea, diversa, aliena da quella che si vuole proteggere; l’unico contesto in cui è possibile invece una vera inclusione è l’internazionalismo perché permetterà la coesistenza di ogni cultura e di ogni tradizione indipendentemente dal colore della pelle, dall’etnia e dal credo religioso.

L’attuale guerra di GAZA e in Cisgiordania rappresenta il tentativo di “concludere” , di finire la guerra d’indipendenza del 1948 con l’espulsione di tutti gli arabi palestinesi dal Heretz Israel biblico.

Per queste note: “VITTIME”, di Benny Morris, ed. 1999; “Il marxismo e la questione ebraica”, di Abram Léon, ed. 1972; “La pulizia etnica della Palestina”, di Ilan Pappé, ed. 2008; “Palestina 1948: l’espulsione”, Dominique Vidal, relazione a Parigi, 2003; “Nazionalismi frammentati e rivali nel labirinto mediorientale”, Lotta Comunista, ott. 2024, n° 630.

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