Blognotes numero 21
Blognotes Numero 21

ESCLUSIONI & INCLUSIONI è il tema del numero 21

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Altro che isola felice

di Loris Del Frate

Altro che isola felice!

di Loris Del Frate

 

Altro che isola felice. Anche il Friuli Venezia Giulia e in particolare l’area pordenonese sono entrate di diritto tra le zone d’Italia più colpite da una delle forme gravi di esclusione, il lavoro nero, lo sfruttamento e il caporalato. Non solo Agro Pontino, Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Campania, dunque, ma anche le aree delle barbatelle pordenonesi, della raccolta dell’uva udinese, del radicchio goriziano raccontano storie di una inclusione di migranti che è ancora molto lontana.
Lo sfruttamento nelle campagne regionali con tanto di caporalato, lavoro nero, stipendi da fame e di dodici ore sotto il sole o il freddo che brucia le mani, esiste anche nel civilissimo Friuli Venezia Giulia. Lo dimostrano, tra le altre cose, le diverse indagini delle forze dell’ordine, Guardia di finanza soprattutto. Rispetto al Sud, dove il lavoro nero è totale e dove lo stipendio orario di un lavoratore, anzi di un nuovo schiavo moderno, si aggira sui 3 euro all’ora, in regione c’è una differenza sostanziale. Lo sfruttamento, infatti ha un “vestito normativo” cucito addosso che di fatto maschera il lavoro completamente in nero e lo sfruttamento. Il meccanismo è semplice e diabolico: il lavorante ha la copertura di una agenzia di collocamento, ma a fronte di otto ore lavorate al giorno, per sette giorni la settimana, vengono segnante un monte ore complessivo di quattro. Come dire cinque giorni lavorati al mese. Il resto è tutto in nero e agganciato a una filiera che sfrutta chi lavora.

I NUOVI SCHIAVI

Il primo dato sul quale focalizzarsi è capire chi sono i nuovi schiavi, emarginati, sfruttati e relegati alla “non vita”. Il 90 per cento sono giovani pakistani arrivati in regione dalla rotta balcanica che ha la sua porta d’accesso sul Carso triestino. Gran parte delle volte riescono ad entrare in un progetto messo in campo dalle istituzioni, ma vengono anche “adocchiati” immediatamente dai caporali che hanno bisogno sempre di “carne fresca” e nella stragrande maggioranza sono della stessa etnia. Conoscono però la lingua italiana, sono sul territorio da tanti più anni, hanno la patente, hanno conoscenze nell’ambiente delle imprese agricole, hanno già contatti con gli intermediari che sono praticamente tutti italiani.
L’opera di reclutamento viene fatta in più punti come l’area dell’ex caserma Monti in Comina anche se ora i caporali prediligono intercettare i migranti che vivono negli appartamenti sparsi in diversi immobili della città.

Yairventuraf (Yair Ventura Filho) da Pixabay

MECCANISMO PERVERSO

Esiste un meccanismo perverso che sta alla base dello sfruttamento. C’è, infatti, una filiera che opera su questo fronte. Il primo punto solitamente è una agenzia che si occupa delle pratiche burocratiche e lo fa alla luce del sole. La stessa agenzia nella stragrande maggioranza delle volte emette anche le buste paga. C’è poi l’intermediario, sempre italiano, che fa da tramite tra l’impresa che ha bisogno di manodopera e la stessa agenzia. Infine la figura più conosciuta e dannata, il caporale, che si occupa di formare le squadre (un caporale ne ha fino a 5) con 10-12 lavoratori. Riempie i furgoni e li spedisce nei campi, fa controllare i lavoranti dai suoi vice, verifica le abitazioni, cambia le squadre, si fa pagare il subaffitto e si occupa di tutte le esigenze dei nuovi schiavi. Spesso li terrorizza con minacce come tenere i documenti o non portarli al lavoro. Ha anche il compito, nel caso di infortuni, di sistemare la situazione senza fare clamore evitando medici di base, ospedali e strutture pubbliche. Infine ci sono le aziende che – lo dicono sia le forze dell’ordine che gli stessi sindacati – non sempre sono a conoscenza di quello che c’è dietro.

LE PAGHE

In ogni caso le imprese pagano secondo contratto, quasi 14 euro l’ora, solo che i soldi vanno divisi tra il caporale, l’intermediario, il pagamento del vitto, l’alloggio e tutte le altre necessità legate alla vita del migrante. Al lavoratore restano 5 euro l’ora che arrivano a 6 dopo due, tre anni fatti senza creare problemi. Gli orari lavorativi comunicati all’agenzia che fa le buste paga sono ben diversi da quelli effettivamente svolti: dai 3 al 5 giorni al mese, contro i 30 che sono in realtà. Un meccanismo che è conosciuto e che la Cgil, in particolare la segretaria generale dei braccianti, Dina Sovran, denuncia da tempo, ma che non sempre è facile da scardinare perché i migranti hanno paura a denunciare, temono di essere rispediti a casa e spesso si aggiungono le minacce nei confronti dei familiari che vivono in Pakistan. Terrorismo psicologico che non consente certo a questi giovani sfruttati di poter alzare la testa e urlare quello che stanno subendo.

DOPPIO SFRUTTAMENTO

Già questo scenario è vergognoso, ma c’è anche di peggio. I caporali, quando manca il lavoro e i migranti incassano la disoccupazione agricola, chiedono per loro dal 30 a 50 per cento di quanto incassato spiegando, spesso con fare minaccioso, che è merito loro se l’hanno avuta. Discorso a parte meritano le barbatelle dove – secondo il sindacato – i lavoratori, oltre allo sfruttamento, devono anche sottostare alle regole dell’albergaggio all’interno dell’azienda dove lavorano, gran parte in nero e in situazioni igieniche non certo ottimali. Non a caso gli operai specializzati che venivano dalla Romania e dalla Polonia sono sempre meno, perché non sono ricattabili con il permesso di soggiorno, in quanto residenti in stati dell’Unione europea e devono avere contratti sempre regolari. Crescono, invece, anche in questo settore, i lavoratori del Pakistan che insieme a quelli del Bangladesh sono i più deboli. Secondo i dati della Camera di commercio Pordenone – Udine, rielaborati dall’Ires, il primo Paese da cui provengono i titolari di ditte individuali è il Pakistan. Il 68% risiede nel pordenonese e oltre un terzo delle società ha sede tra Pordenone (18,9%), Udine (9,5%) e Zoppola (7,4%). Nel 2023 c’erano 70 di queste ditte a supporto di imprenditori agricoli. Nascono e muoiono nel giro di due anni, spariscono quando l’Agenzia delle entrate o l’Inps bussano per riscuotere imposte e versamenti previdenziali. A tutto questo c’è da aggiungere anche il lavoro nero totale. I “fantasmi”, migranti che di fatto non risultano mai essere arrivati sul territorio, presi e mandati subito al lavoro, senza un nome, senza un contratto, senza alcun diritto. Sino a quando servono per lavorare alloggiano in una delle abitazioni messe a disposizione dai caporali o dagli intermediari. Quando il lavoro finisce sono destinati a restare sulla strada, a dormire nei parchi e a volte a morire di freddo o intossicati dal monossido.

Foto I.A. Pubblico dominio

I NUMERI

In regione si stima che nove lavoratori su cento siano irregolari. Nel pordenonese da gennaio di quest’anno le forze dell’ordine ne hanno individuati 210 (circa 250 nel 2024) di cui 79 nell’agricoltura, 14 nell’edilizia, 19 nella ristorazione e 15 nel settore del volantinaggio. Sono numeri incredibili perchè riguardano la sola provincia di Pordenone. La Guardia di Finanza dal 2021 ha puntato molto sui controlli dettagliati tra i braccianti che operano nei vigneti e nei campi di barbatelle. A volte vengono utilizzati anche droni lanciati sopra i vigneti e il sorvolo di elicotteri. Da tempo sono stati potenziati pure i controlli in strada dei furgoni che portano i migranti nei campi.

LE FAMIGLIE

«Tutti noi abbiamo tremila esigenze – racconta la sindcalista della Cgil, Dina Sovran -mentre a questi ragazzi basta un telefonino, unico contatto con la famiglia. Fa male quando si sente qualcuno affermare “ma cosa vogliono, hanno anche il telefonino ….”. Alcuni di loro hanno bambini piccoli che non vedono da anni perché sono bloccati in Italia, li vedono soltanto in videochiamata. Ci sono migranti bloccati in Italia da quando c’è stata la pandemia perché devono mandare soldi a casa per pagare il viaggio alla rete che permette loro di arrivare, cioè i passeur. Mandare anche 50 euro al mese vuol dire far vivere bene la famiglia. Vengono sistemati in camerate o appartamenti spesso fatiscenti, fanno la spesa collettiva per risparmiare”.

LE STORIE

Alcuni si sono arrangiati con la pomata che gli hanno fornito i caporali, altri hanno sofferto e di notte anche pianto dal dolore, altri ancora sono andati a farsi curare alla Caritas senza però dire come si erano fatti quelle ustioni. Capita spesso che chi lavora nei campi, senza regole, sfruttato e senza diritti, sia costretto a tacere anche quando si fa male. E successo in più occasioni che alcuni giovani braccianti pakistani presentassero ustioni di tipo chimico sulle braccia, sulle mani, sulle gambe e persino sulla nuca. In alcuni casi le bruciature si erano infettate. Perchè?
Quando si eseguono i trattamenti fitofarmaci tra le viti non ci deve essere nessuno al lavoro perché si tratta di materiale tossico che può creare seri problemi alla salute. È talmente pericoloso che per gran parte dei trattamenti non si può stare nelle vigne neppure nelle 24 ore successive al trattamento.

Invece l’ordine del caporale è di lavorare sempre: si esce dal filare solo nel momento del getto, poi si torna dentro e si va avanti. Per questo ci sono diversi casi di ustioni. Ma tra gli infortuni che accadono più spesso ci sono le ferite con le forbici. Questa è la storia raccontata da un giovane pakistano alla sindacalista della Cgil pordenonese. «Un nostro coinquilino si era ferito ad una mano con le forbici. Il taglio era profondo, usciva molto sangue e gli faceva molto male. Il caporale e il proprietario del campo dove stavamo lavorando, non hanno voluto portarlo in ospedale. Lo hanno fatto sedere con la mano fasciata sul bordo del campo e lo hanno fatto aspettare che finissimo di lavorare per andare a casa. Una volta a casa il nostro coinquilino aveva forti dolori, ma il caporale, invece di portarlo in ospedale, lo ha minacciato di fargli ancora più male se non smetteva di lamentarsi. In seguito gli ha portato delle pastiglie e delle bende pulite e lo ha lasciato a casa per una settimana. Poi il ragazzo è sparito e ci è stato detto che era andato a Merano, ma non abbiamo mai saputo più nulla di lui». Ma non ci sono solo le vigne.
Questa è un’altra storia accaduta in un allevamento di polli. «Capita ogni 4 – 5 settimane – racconta uno dei lavoratori sfruttati – che anziché lavorare nei campi ci venga detto di andare a spostare le cassette dei polli. Il lavoro si svolge dalle 23 fino alle 4 – 5 del mattino e poi alle poi alle 7 si va subito nei campi a fare altri tipi di lavori. Spostare le cassette dei polli è un lavoro faticoso e c’è sempre una grande puzza, tremenda. Capita spesso che qualcuno si senta male a causa delle esalazioni e del fortissimo odore, ma anziché portare a casa chi sta male, il nostro capo minaccia di fare del male alle famiglie in Pakistan o di non restituirgli i documenti. Uno dei ragazzi che abitava con me è stato picchiato perché si rifiutava di venire a trasportare i polli. Non possiamo decidere noi: chi non obbedisce viene punito. Quando c’è il lavoro dei polli lavoriamo anche 15 – 17 ore in una giornata. E non possiamo lamentarci».

 

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