Mio padre faceva l’ingegnere. Credo si sia laureato verso il 1957 o giù di lì. Ha insegnato, ha fatto il Preside di un Istituto tecnico. Pensione nel 1990, è morto nel 2019 e non ha mai acceso un computer, mai usato un cellulare. Ricordo, non senza una certa tenerezza, quando passavo a trovarlo: rivangava ricordi antichi, come fanno tutti i vecchi, nomi di docenti universitari degli anni 50… Un giorno per scherzo ho provato a cercare uno di quei nomi, gli ho sciorinato con un po’ di stupida vanteria quanto riportava Wikipedia sul vecchio luminare di meccanica razionale. E’ rimasto stupito, guardava il quadratino del cellulare come fosse un miracolo e gli leggevo negli occhi una serie di domande: Cos’è? come è possibile? che diavoleria è? Da quel giorno mi chiedeva spesso di cercargli un nome, di cavare ricordi sbiaditi dalla memoria infallibile di internet, quasi per vedere ripetersi quello che per lui era di fatto un miracolo, come sarà stato per un Maori vedere la prima arma da fuoco.
Io sono della generazione successiva, ho conosciuto il 286 durante il servizio militare, ho fatto i miei bei corsi e so abbastanza. Ma non sono un nativo digitale, come si dice oggi: quando i miei alunni durante un compito mi chiedono di accendere la LIM solo per proiettare l’ora, per sapere quanto manca alla consegna, mi fa rabbia pensare a quanti elettroni e chip e cavi sto mettendo in moto per proiettare quattro cifre che ai miei tempi guardavo sull’orologio da polso. Ogni generazione dà per scontato qualcosa: mio padre il cemento armato, io il transistor, i miei figli internet, i miei nipoti daranno per scontata l’AI. E’ successo sempre così, qualcuno ha inventato l’aratro, sembrava una cosa incredibile e per suo nipote era ovvio. Ma c’è una differenza: oggi tutto questo è velocissimo, in tre generazioni siamo passati dal regolo a ChatGPT, senza il tempo di capire possibilità e rischi (su questo ci vorrebbero ben altri articoli). Ma soprattutto senza il tempo di digerire, e questo crea inevitabilmente esclusione.
Ieri ero in posta per spedire un libro (roba primitiva, lo so…) e allo sportello accanto a me c’era un vecchietto (??? ahia, avrà avuto solo cinque anni più di me…). Era alle prese con una nuova carta di Bancoposta, credo: lo sportello gliene imponeva una nuova con un PIN nuovo, un PUK nuovo, ma quella vecchia restava valida per altri servizi, ecc. Gli leggevo negli occhi la disperazione: aveva scritto su un foglietto il PIN vecchio, così avrebbe fatto ulteriore confusione. “Ah, ma può comunque pagare online, o utilizzare PagoPA” lo confortava la gentile signorina dello sportello, ventenne o giù di lì. “Ma io non ho il computer… “. “Oh, ma può farlo anche dal cellulare” risponde sorridente la ragazzina cresciuta fra tecnologia smart e schermi touch. Pensavo al telefono Brondi, tasti grandi e caratteri enormi che il poveretto probabilmente teneva in tasca e a cui mi ridurrò anch’io fra poco, arrendendomi al calo delle diottrie.

Di scene così ne avrei a decine, e ci si potrebbe anche sorridere: è il normale e inevitabile declino degli esseri umani, una tragedia dolorosissima non fosse per il fatto che pian piano ci si abitua, mattina dopo mattina, cedimento dopo cedimento. Il quadro non è nuovo e ha un risvolto ben più ampio dello schermo di un cellulare:
i vecchi non vengono più tenuti in casa perché il ritmo della vita è frenetico, ci sono le case di riposo, ecc. Ma qualche riflessione a margine possiamo anche tentarla su questo confine difficile che divide la vecchiaia e la tecnologia.
Intanto qualche dato che si recupera facilmente … basta chiedere all’AI. Per gli ultra sessantacinquenni italiani pare che solo il 19% abbia almeno le abilità minime per navigare online, usare email o app quotidiane (ma in Europa pare vada meglio se 76% degli over 65 usa Internet, ma con grandi differenze tra paesi). Mettendo insieme le cose qualche paradosso emerge da solo. Si va in pensione sempre più tardi, ormai quasi a settant’anni, ma il mondo del lavoro richiede aggiornamenti frenetici. Quell’apprendistato che prima riguardava i giovani al loro ingresso nel mondo del lavoro oggi riguarda i vecchi: a sessanta e rotti anni mi ritrovo a fare corsi sull’AI per non farmi fregare dagli allievi che ne sanno probabilmente ben più di me… E non credo che le cose cambino molto in altri settori.
Il secondo paradosso che mi preme segnalare è legato all’euforia efficientista che queste tecnologie finiscono per generare. È ovvio che programmare pagamenti e servizi bancari online velocizza molte cose e consente anche un risparmio di personale (con conseguente ulteriore guadagno per banche & C) ma qualche effetto collaterale andrebbe previsto e qualche soluzione andrebbe pensata. Un addetto in ogni comune e circoscrizione, in ogni ufficio e in ogni banca, paziente e disponibile, per dare una mano a chi non sa niente di PIN e di touch e decisamente è poco smart per ragioni anagrafiche. Qualche corso di informatica base per anziani che vogliono ancora imparare. O magari l’idea di interfacce macchina utente alternative programmate per utenti meno giovani? Perché, a pensarci bene non è solo una questione di tasti o di password. È proprio il linguaggio che è cambiato: pensiamo a tutte le icone che rendono l’ambiente easy in una capillare ricerca di use friendly ma che sono per gli anziani un ostacolo. Perché quel simbolino sì significa quella cosa lì, perché?! Di fatto App e interfacce sono pensate per chi posside una “confidenza digitale” che però è stata (giustamente) tarata su altre età. E allora il problema si allarga perché le tecnologie non solo escludono ma approfondiscono il senso di frustrazione: l’esclusione digitale secondo alcuni studi è associata a un peggioramento delle funzioni cognitive e probabilmente aumenta il senso di solitudine. Chi non usa Internet ha più probabilità di sentirsi solo, e non è la “normale” solitudine dei vecchi: è proprio il senso di appartenere ad un mondo finito, ed è chiaro allora che l’esclusione digitale sia indicata come un fattore di rischio per quanto riguarda la depressione in età avanzata.
L’altro paradosso è che con la rapidità si rischia di perdere tanto dei saperi antichi che invece nei modi lenti dell’evoluzione “storica” facevano in tempo a integrarsi.

Un mio caro amico quasi ottantenne, ottimo restauratore, di quelli che hanno il Brondi senza internet, è rimasto affascinato da Amazon e spesso mi chiede di trovargli in rete qualcosa di introvabile. Ultimamente gli ho procurato perfino del fegato di zolfo che serve per creare una certa patina sugli argenti antichi ma non si trova più in nessun negozio.
Lui è stupito, affascinato dalla capillare potenza di Jeff Bezos, ma io ho scoperto che esiste il fegato di zolfo! Forse qualche volta i vecchi varrebbe ancora la pena di ascoltarli. Loro si sentirebbero meno esclusi e i giovani non si perderebbero un sapere che, comunque sia, ha la garanzia di parecchi secoli alle spalle. L’inclusione come sempre arricchisce tutti, l’esclusione impoverisce entrambi. Oggi più che mai evitare di tagliar fuori le radici costerebbe un po’ di pazienza ma aiuterebbe a far crescere le foglie più sane.
Indice
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