A volte ho l’impressione di essere nata fuori dal cerchio.
Gli altri vivono dentro una linea invisibile che li contiene: si muovono nel mondo come se appartenessero a qualcosa. Io invece mi sento sempre sul bordo, come se bastasse un soffio per scivolare via.
Negli ultimi anni questa sensazione si è fatta più netta, più tagliente.
L’anoressia, la bulimia, o quella zona grigia in cui le due si inseguono e si confondono, hanno costruito attorno a me un muro silenzioso. Mi sentivo fuori posto ovunque. A tavola, dove ogni gesto diventava fonte di ansia. Tra le persone, che mi sembravano vivere con una leggerezza che io non avevo più. Dentro la mia pelle, che percepivo come un confine troppo stretto o troppo largo, mai giusto. La malattia mi ha tolto il diritto di sentirmi parte: parte di un gruppo, parte della mia famiglia, parte del mondo. Il corpo è diventato un confine ostile, un posto dove non voglio stare. Non riesco più a capire se ciò che provo è fame o vuoto, se voglio nutrirmi o sparire. L’idea di scomparire, a volte, sembra più semplice che quella di restare.
Ma forse l’inclusione comincia in quel restare: quando smetti di combatterti come se fossi un nemico e inizi, timidamente, a concederti un posto. Un posto dentro il tuo corpo, dentro la tua storia, dentro la tua fragilità.
Non significa guarire all’improvviso.
Non significa nemmeno capire tutto.
Significa solo decidere, anche per un istante, che non sei fuori dal cerchio.
Che puoi rientrare un po’ alla volta.
Che anche se la malattia ti ha spinta ai margini, tu meriti comunque uno spazio dove respirare, un luogo in cui essere vista, un luogo cui appartenere.
L’inclusione è il coraggio di restare. Di restare nel mondo, e con me stessa.
Valentina è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Udine. Ha partecipato e continua a contribuire al Gruppo “Microbi dal cuore grande”, Centro diurno disturbi alimentari e Pediatria, Ospedale civile di Pordenone.
Indice
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