Nell’immaginario dell’uomo adulto, edotto dal rumore della cronaca, dai pensatori contemporanei e dalla cultura di massa, il termine inclusione ha il senso di un’apertura di confini dall’interno, ovvero un movimento sociale per il quale chi sta “fuori” viene messo nella condizione di “entrare”. Quindi c’è qualcuno che sta dentro e, di conseguenza, qualcuno che sta fuori.
Da un cerchio, da un’etichetta linguistica o diagnostica, da una linea di stile… definita da qualcuno e da qualche parte.
Ma…cos’è, questo confine? La pelle, la forma corporea, le caratteristiche di un gruppo. Chi lo crea, questo confine? L’altro, irrimediabilmente! Risponderemmo che è l’altro che esclude, che definisce la norma per la quale io mi trovo ad essere sovvertitore. L’altro costruisce quel parametro che spacca, un cut off che si rende reale anche se implicito, vero a tal punto da generare non solo quello che sperimento ma anche come mi comporto.
Ma i ragazzi non si ingannano, forse conoscono James (1890), o Goffman (1959), e ci insegnano che siamo noi a disegnare ogni confine – nostro e altrui – sulla base di come vediamo/giudichiamo e ci sentiamo visti/giudicati, che recitiamo un copione già scritto in base a questo, con l’obiettivo di esistere, di non scomparire, o di scomparire davvero.
Ci salva il coraggio di scegliere: un posto, una parte, un ruolo, un linguaggio, l’ostentazione di una dote. E, così facendo, ci concediamo la resa in un combattimento con noi stessi, per vivere una realtà in cui non c’è un dentro e un fuori, poiché realizziamo di essere tutti dentro lo stesso scenario, a giocarci ciò che abbiamo a disposizione e ciò che siamo, auspicabilmente nella direzione di ciò che desideriamo sul serio.
Francesca Bomben, psicologa pasicoterapeuta
SC Psicologia dell’Infanzia e della Famiglia – AsFO, Pordenone
Indice
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