Nel 1996 Einaudi pubblicò un libro del filosofo Norberto Bobbio intitolato «De Senectute» avente come breve sottotitolo “e altri scritti biografici”.
Ci si sarebbe attesi una riflessione sulla pluridecennale esperienza di docente universitario, politologo ed attento animatore della cultura nazionale ed internazionale; invece sbalordì molti avviando una attenta disamina sulla condizione complessiva del “pianeta anziani” non solo in Italia ma, più in generale nelle società avanzate.
Il presupposto da cui partì la riflessione è diventato, col tempo, ancor più attuale: “…la soglia di vecchiaia – scrisse – in questi ultimi anni si è spostata di circa un ventennio. Coloro che scrissero opere sulla vecchiaia, a cominciare da Cicerone, erano sulla sessantina. Oggi il sessantenne è vecchio solo in senso burocratico perché è giunto all’età in cui ha diritto alla pensione. L’ottantenne, salvo eccezioni, era considerato un vecchio decrepito cui non valeva la pena occuparsi.”¹
La situazione attuale ci presenta, in tutti i Paesi avanzati, un quadro in cui queste premesse hanno accentuato i loro caratteri essenziali. La vecchiaia non burocratica ma fisiologica, grazie soprattutto ai progressi della medicina ed al complessivo tenore di vita, comincia quando ci si approssima all’ottantina che, esaminando le statistiche ISTAT, sia nazionali che articolate per territori, corrisponde alle aspettative medie di vita. Un trend che vale anche per Pordenone, come illustra la tabella fornita dall’Ufficio Statistica del Comune:
L’intera società, in questo senso, è radicalmente mutata: siamo nel pieno di una decrescita demografica per cui le strutture sociali sono sempre di più venute modellandosi sui parametri di questa svolta.
Cresce la spesa sociale del welfare; gli Enti Locali vedono i propri Bilanci sostanzialmente fagocitati dai costi delle strutture per anziani non autosufficienti, l’intero sistema produttivo ne è intaccato in quanto è sempre più arduo trovare soggetti anagraficamente funzionali ai lavori nel comparto manifatturiero, mentre i giovani (specie in Italia) scelgono di trasferirsi all’estero, e quelli che restano, in un modo o nell’altro, si trovano a dover fare i conti con le esigenze, anche familiari, di accudimento degli anziani.
INTEGRATI O (AUTO)EMARGINATI?
Nelle società statiche, che si evolvono lentamente, il vecchio era (ed è tuttora nei Paesi più poveri ed arretrati anche dal punto di vista tecnologico e produttivo del sud del pianeta) una vera e propria risorsa poiché racchiude in se stesso il patrimonio culturale delle singole comunità svolgendo un ruolo eminente rispetto agli altri membri della comunità, se non altro perché sa e conosce, per esperienza, ciò che gli altri non sanno ancora ed hanno, pertanto, nel vecchio la figura fondamentale non tanto, o meglio, non solo “per imparare” da lui, ma perché egli è in grado di offrire risposte anche nella sfera etica, in quella dei costumi e nelle tecniche di sopravvivenza.
Il rapporto fra “vecchio” e “natura” in queste società non si è rotto, com’è avvenuto nelle società iper-tecnologiche del terzo millennio, dove il vecchio diventa, progressivamente, colui che “non sa”, ad esempio, rispetto all’uso sempre più pervasivo dei prodotti tecnologici, delle opportunità offerte da cellulari, PC, nuove applicazioni connesse all’intelligenza artificiale.
Bisogna tener conto non solo del fatto oggettivo, ovvero la rapidità del processo tecnologico, specie nella produzione di strumenti che moltiplicano esponenzialmente il potere dell’uomo sulla natura e sugli altri uomini, ma rendersi conto che la rapidità dei mutamenti è tale da lasciare indietro coloro che hanno incamerato nella loro esperienza di vita anche scansioni di tempo oggi non più considerate utili.
Andrebbe svolto un ragionamento specifico a proposito del rapporto tra vecchi e tempo, analizzato da più autori ², poiché non è un caso se l’emarginazione del vecchio abbia assunto esclusivamente un carattere di progressiva velocizzazione, anche se, in realtà, è un fenomeno non nuovo né specifico della attuale società. Voglio dire che da sempre, da che mondo è mondo, siccome tutto attorno a lui muta e lui non ne comprende, o non ha più voglia di comprenderne le intime dinamiche, il vecchio ha sempre teso a mantenere fermi i propri punti di riferimento legati al “suo” universo culturale finendo, in tal modo, col favorire egli stesso la propria emarginazione: quando parla esclama, invariabilmente, “Ai miei tempi!”, mentre per il presente impreca: “Che tempi!” non fa che sancire il suo auto isolamento dal presente.
Di fatto è egli stesso ad estraniarsi e, ad un certo momento, è costretto a fermarsi perché – come osserva Jean Améry – prende atto della “…fine della possibilità di andare oltre se stessi nel senso culturale”³.

L’ULTIMO PASSAGGIO
Diciamolo chiaramente: anche Bobbio rammenta che nella nostra evoluzione letteraria esiste una lunga storia di testi scritti per esaltare le virtù e la felicità della vecchiaia ed, in genere (a partire dal ciceroniano «De Senectute» all’«Elogio della vecchiaia» di Paolo Mantegazza) queste opere tendono a proporre, assieme all’elogio della vecchiaia, anche il tema della sdrammatizzazione della morte. Sarebbe anche questo un valido argomento su cui riflettere, tanto più che anche il fine vita è interpretato e vissuto in forme e modi diversi nei Paesi industrializzati e nel terzo e quarto mondo. La nostra società non solo esorcizza, ma ha trasformato anche l’ultimo momento terreno dell’uomo in una catena di eventi standardizzati (le “Funeral House”) cui non si è sottratta neppure la religione, mentre nelle società ancora agrarie si sono mantenute tradizioni, usi e costumi che rendono compartecipe spesso l’intera comunità al trapasso per cui tende a mantenere vivo non solo il ricordo ma anche i saperi del defunto.
1- Cfr. Norberto Bobbio «De Senectute» Torino, Einaudi, 1996, pag. 17.
2- Segnalo: Norbert Elias «Saggio sul tempo» Bologna, Il Muline, 1986. AA.VV. «Dimensioni del tempo» a cura di Umberto Curi, Milano, Franco Angeli Ed., 1987. Carlo M. Cipolla «Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300 – 1700)»
Bologna, Il Mulino, 1981. George Kubler «La forma del tempo. Considerazioni sulla storia delle cose» Torino, Einaudi, 1976. Emanuele Riverso «Filosofia analitica del tempo» Roma,
Armando Armando Ed., 1979. Jacques Attali «Storie del tempo» Miano, Spirali Ed., 1983.
3- Jean Amèry «Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare» Presentazione di Claudio Magris, Torino, Bollati Boringhieri, 1988.
Indice
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