Quando mi è stato chiesto di scrivere intorno alla mia decennale esperienza nelle scuole come “formatore dell’audiovisivo” – già di suo un sintagma ridicolmente affettato –, sono stato subito colto da un timore: che l’articolo finisse per diventare una sorta di rievocazione ombelicale delle “gesta didattiche” del sottoscritto. Credo invece che l’unico modo per occupare dignitosamente queste pagine non sia raccontare quel che ho provato a insegnare agli studenti, ma quel che ho imparato io stando con loro. Dal 2016 a oggi ho parlato di cinema ai pubblici più disparati: sono passato dai cortili delle scuole dell’infanzia alle aule delle università della terza età, dalle rumorose assemblee d’istituto dei licei alle cogitabonde lezioni universitarie.
Ognuno di questi piccoli-grandi mondi, a suo modo, mi ha lasciato qualcosa. Innanzitutto, una certezza: che nessuno vive senza cinema. Molti vivono senza il luogo cinema, certo – ed è un gran peccato –, ma nessuno senza il dispositivo cinema. La fame di immagini, di racconti, di immaginari non accenna a placarsi. E se oggi i refettori sono tanti (sale, home video, piattaforme streaming legali e illegali, etc.) e la posate sempre più variegate (smart TV, computer, tablet, smartphone, etc.), questo innesca certamente una concorrenza spietata e talvolta mortifera tra gli operatori del settore, ma depone al contempo a favore della straordinaria vitalità del medium.
I ragazzi, oggi, consumano audiovisivo ai limiti dell’ingordigia. Se la cosa, all’apparenza, denota un’applicazione ammirevole – sovente ai limiti della frenesia –, il rischio d’altro canto è di fare la fine mitologica di Erisittone, talmente affamato da mangiarsi da solo. Ho imparato che uno degli scopi – o, forse, dei doveri – di chi racconta il cinema nelle scuole oggi è di fare le veci del dietologo. Non certo per dare consigli non richiesti su cosa o quanto vedere, ma per fornire un metodo di visione credibile e applicabile che permetta di “assaporare” davvero ciò di cui nutriamo i nostri occhi, di riconoscerne le sfumature e i contrasti. Per farlo con profitto, è indispensabile evitare di “calare dall’alto”: occorre in primis guardare chi guarda.
Entrare in una classe non significa misurarsi con un pubblico astratto, ma con corpi, attenzioni, resistenze, entusiasmi molto concreti. I bambini delle scuole dell’infanzia, ad esempio, non possiedono ancora gli strumenti per interpretare un film, ma hanno una relazione visceralmente onesta con le immagini: si annoiano senza alcun pudore, ridono nei punti sbagliati, si spaventano quando l’adulto non se l’aspetta. Gli adolescenti, da par loro, hanno già interiorizzato un’enciclopedia visiva sterminata, ma spesso la maneggiano con la distrazione di chi scorre un catalogo infinito. Gli anziani, infine, portano con sé una memoria del cinema come rito collettivo, come evento sociale prima ancora che estetico. In tutti i casi, il cinema non è mai un oggetto neutro. È un’esperienza che si intreccia con la biografia, con il tempo, con i desideri di ognuno.

È forse per questo che parlare di “educazione all’audiovisivo” oggi non può ridursi a una difesa nostalgica della sala o a un anatema contro le piattaforme – la sala, per inciso, non va “difesa”, ma promossa.
Il problema non è dove si guarda, ma come. L’abbondanza non è di per sé una colpa: lo diventa quando non è accompagnata da strumenti critici, da una grammatica minima dello sguardo. Ho capito che molti ragazzi sanno riconoscere un attore, una battuta proverbiale, un’inquadratura “iconica” – come amano dire –, ma faticano a percepire il lavoro invisibile che tiene insieme un film: il ritmo, il punto di vista, il rapporto tra ciò che è mostrato e ciò che è nascosto.
Ma è proprio lì che il cinema smette di essere consumo e diventa linguaggio. Fare il “dietologo” delle immagini, allora, significa soprattutto rallentare: restituire dignità al tempo della visione in un’epoca che premia la velocità e la saturazione. Significa mostrare che un film non si esaurisce nella sua trama, che un’inquadratura può essere interrogata come una frase, che anche il silenzio, nel cinema, parla.
Non si tratta di insegnare a “capire” i film nel senso scolastico del termine, ma di creare le condizioni perché possano essere sentiti, attraversati, ricordati. Il cinema continua a vivere solo se qualcuno, davanti allo schermo, è disposto a fermarsi davvero a guardare.
C’è una scena che amo molto in Collateral (2004) di Michael Mann, uno dei noir decisivi del XXI secolo. Il film racconta la storia di un tassista che si trova costretto, per uno scherzo del destino, a scarrozzare un killer professionista in giro per Los Angeles. Ogni fermata della vettura corrisponde all’esecuzione da parte del passeggero di un omicidio su commissione. Tra i due uomini si innesca una strana dialettica: nella più classica tradizione cinematografica del “doppio”, il “buono” apprende qualcosa dal “cattivo” e viceversa. A un certo punto, nella concitata notte losangelina – mai così vivida grazie al magistrale utilizzo delle nuove (per l’epoca) cineprese digitali –, il viaggio di Max e Vincent è interrotto dall’improvvisa apparizione di un coyote. Disorientato, l’animale attraversa il paesaggio freddamente antropico della metropoli come un alieno. I due uomini lo osservano attoniti. In verità, si stanno specchiando: si rivedono in quella solitudine, in quello spaesamento, in quella atopia – il socratico “sentirsi sempre fuori (o senza) luogo”. Si sono fermati, hanno capito quello che hanno visto e, soprattutto, si sono capiti tramite quello che hanno visto. Ecco che educare allo sguardo, allora, non significa spiegare le immagini, ma creare le condizioni perché le immagini possano, finalmente, spiegarci. Ringrazio tutti gli studenti di ieri, oggi e domani per avermelo insegnato.
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