Nei primi mesi del 1997, l’Albania conosce un periodo di anarchia, criminalità e caos in seguito a violente ondate di protesta e disordini dovuti all’arretratezza economica che il precedente regime ha lasciato dietro a sé, all’incapacità e agli scandali del nuovo governo. Nel paese si formano delle bande armate che prendono d’assalto le armerie, le banche, i depositi del Tesoro: milioni le armi rubate, migliaia le banconote trafugate insieme a centinaia di kili di oro e altri preziosi.
Gli stranieri evacuano il Paese. Il Governo si dimette e decreta lo stato di emergenza. Le bande distruggono edifici governativi e uffici di polizia senza avere uno scontro reale con le forze dell’ordine. Durante l’anno muoiono circa 10.000 persone: per lo più giovani ragazzi che fanno parte di gruppi criminali, ma anche persone comuni. L’anarchia albanese del 1997 è ricordata ancora oggi con paura e dolore da molti albanesi.
Trifon e Fellez si conoscono all’Università di Tirana. Una volta ottenuta la laurea in agraria, iniziano la carriera d’insegnanti. Abitano con i due figli Albi e Xhoi a Spille, piccola località sulla costa adriatica, a 80 km dalla Capitale, in una casa di 2 piani costruita nel ‘95 insieme al padre di Trifon: una costruzione portata avanti in ‘economia’, impastando e cuocendo i mattoni in un forno improvvisato nel quartiere (da poco tempo era stata approvata la riforma statale che introduceva il diritto alla proprietà privata degli immobili).
Nella primavera del ‘98, a fronte di una situazione politica che rimane complessa, Trifon e Fellez decidono, come molti altri nel paese, di emigrare: bisogna andare altrove, costruire una nuova esistenza per dare una speranza e un futuro ai loro figli.

L’Italia, via mare, dista 70 km. E’ la meta più ricercata e raggiungibile da ormai diversi anni : famoso è già stato l’esodo biblico di 30 mila migranti Albanesi a Brindisi nel ‘91. Sono molti i pattugliamenti e i blocchi della Marina Militare Italiana, anche con azioni che hanno portato a esiti disastrosi, come il naufragio del 1997 della motovedetta albanese ‘Kater-Rades’ nel canale d’Otranto.
Ad Agosto Trifon si imbarca clandestinamente a Valona con il solo obiettivo di arrivare in Italia. Nel gommone si ritrovano in 25, più del doppio di quanti ne poteva contenere. Ha con sé pochi soldi e due paia di scarpe: una scarpa la perderà durante il viaggio, l’altra verrà abbandonata sopra una roccia. Trifon è una persona generosa, ingegnosa. Avrebbe voluto studiare arte, dipingere, scolpire . Ma la ‘dittatura’, come lui la chiama, aveva già disegnato il suo futuro : sarebbe dovuto diventare un insegnante agronomo. Arrivato a Lecce, si sposta subito a Bari e, successivamente, a Matera dove, con alcuni connazionali, può condividere vitto e alloggio e, sopratutto, i lavori stagionali nei campi: raccolta, potature di viti, ulivi, innesti. E’ un clandestino: vive e lavora con il rischio continuo di ricevere il foglio di via e l’espulsione.Passano diversi mesi prima di poter mettersi in contatto con i suoi famigliari.
Dopo un anno, ottiene, insieme ad altri sessanta suoi compagni, il permesso di soggiorno.
Se ne è occupato un ‘faccendiere’ del luogo, al prezzo anticipato, per ogni singolo clandestino, di 4 milioni di lire. Ora, con i documenti in regola, Trifon può spostarsi liberamente e cercare migliori condizioni. Passa in Toscana e nel 2000 arriva in Friuli, a Porcia, grazie a contatti e segnalzazioni di connazionali e viene assunto a tempo indeterminato in una fabbrica metalmeccanica. Questo gli permette di firmare un contratto di affitto per una vecchia casa. Nel 2003 ottiene il ricongiungimento familiare e viene raggiunto da Fellez, Albi e Xhoi. Dopo 10 anni dalla sua assunzione la fabbrica fallisce. Tuttavia, trova subito un lavoro in un’azienda che si occupa di manutenzione e cura di giardini pubblici e privati, e in questo settore è impegnato tuttora.
FELLEZ è l’elemento portante di questa famiglia: intelligente, determinata, sensibile.
In italiano, il suo nome significa ‘Pernice’. In araldica questo uccello è emblema di astuzia : secondo un luogo comune si credeva che insegnasse ai piccoli a nascondersi sotto il fogliame per sfuggire agli occhi di caccciatori e potenziali predatori. I suoi primi anni a Porcia sono molto difficili : il Bel Paese non è come gliel’hanno descritto. La casa è inospitale. Non esce quasi mai, se non per accompagnare i ragazzi a scuola. Si sente isolata, si vergogna di non conoscere l’italiano. Più volte pensa di fare le valigie e ritornare, nonostante tutto, in Albania. Con il tempo, le si presentano delle possibilità lavorative, che però sono ben lontane dal lavoro d’insegnante che ha lasciato. L’ottimo inserimento dei suoi figli all’interno di questa nuova realtà , come lei stessa sostiene, le ha permesso di continuare e, in un qualche modo, ripagare tutti i sacrifici e le rinunce.
ALBI a 11 anni viene iscritto in prima media. Nonostante non conosca l’italiano, se la cava da subito bene, in particolar modo con la matematica, poichè : « è un linguaggio universale, è sufficiente seguire
i passaggi alla lavagna », racconta Albi.
Poi il Liceo Scientifico Leopardi-Majorana a Pordenone: qui si appassiona alla fisica, la materia che approffondirà all’Università di Trieste (Laurea in Fisica Teorica).
Arriverà poi la specializzazione in Fisica delle particelle, grazie a un dottorato.
Come ricercatore all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, collabora con fisici internazionali.
Al momento sta ultimando un anno di specializzazione a Malmö in Svezia.
XHOI a 8 anni viene iscritto in 3a elementare. Al suo primo giorno di scuola, il maestro Leonardo lo prende per mano, gli indica i servizi igienici e con i gesti gli fa capire che per andare in bagno deve alzare la mano. « Perfetto » – pensa Xhoi – « adesso sono a posto, non mi serve nient’altro ».
L’ambientazione per lui è immediata, con una carriera scolastica veloce e brillante: scuola media, Liceo Scientifico Leopardi-Majorana e Laurea in Ingegneria informatica all’Università di Trieste nel 2021. Dopo poco tempo viene assunto in un’azienda di Torino. Attualmente lavora, sempre come ingegnere, in una società francese ad Antibes, sulla costa azzurra.
Nei loro ricordi, sottolineano quanto importante sia stato il ruolo dei vari insegnanti che, con tanta passione e disponibilità, li hanno supportati nel loro percorso.
Dal 2021 la famiglia Kerbizi ha la cittadinanza italiana. Nel 2023 ha acquistato un bell’appartamento a Sacile.

Ogni anno ritornano a Spille nella loro casa a curare gli ulivi, attraversando all’incontrario quel mare che 27 anni fa li aveva separati e spaventati.
Indice
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