La verità la intuisci meglio osservando i particolari. esempio in Istria osservate le pietre, spezzate e frammentate. Hanno spigoli concavi o convessi, acuti o perfino retti. Quel che si è rotto oppure lo è stato, porta con sé una inevitabile durezza. Sarebbe bastato osservare quelle pietre e leggerle, per intuire il destino di quella terra e di chi ci viveva. Non avrebbe reso inutile cercare la dolcezza delle colline, i segni buoni dell’uomo nei borghi, nelle antiche strade e nei sentieri o sotto ai tetti ancor più rossi delle argille che li avevano generati. Vivere di attimi cercando consolazione ci fa bene e soprattutto quel mare, da punta Salvore al Quarnero: immergersi è un balsamo, tempera, liscia. Il lavoro dell’acqua che, diventando onda, tutto lentamente leviga, mitiga e illude, può fuorviare: quando dall’acqua lo sguardo scappa ad incontrare la terra, quel rosso ferruginoso non può essere associato al sangue se non si tengono a mente i duri angoli bianchi delle pietre spezzate.
Eppure molta parte della bellezza dell’Istria è proprio in quella pietra di un bianco che sotto il sole diventa baluginante. Spezzata, ha consentito di costruire Venezia, fra le cose più belle concepite dalla mente umana. Dopo averla desiderata e concupita, per costruire bellezza c’è bisogno di una sottrazione. Michelangelo volle salire le apuane per scegliersi il blocco di marmo bianco per il Mosè e lo fece strappare alla montagna. La pietra è frutto di giganteschi, lunghissimi e violenti movimenti della crosta terrestre e così quel che fu profondità marina à diventato la montagna cui viene strappato il blocco per lo scultore o le lastre usate per pavimentare i fondaci. Quando affonda nella pietra che è stata strappata lo scalpello toglie ancora, rivela. Per la bellezza serve fatica, non solo quella umana: frutto di violenta sottrazione, attira predazione, come il fagiano le fucilate.

Nella terra rosso sangue dell’Istria, invece, sono stati da sempre coltivati l’ulivo, la vite e il grano. Boschi di quercia sono stati per secoli tagliati e hanno trovato la forza di ricrescere per essere bruciati per cuocere e riscaldare o sciogliere sabbia per farne vetri o diventare salda minuteria nell’arsenale per navi che poi avrebbero dominato il Mediterraneo. Era destino, per tutti i frutti della terra rossa, seguire la rotta della pietra e forse proprio questo sottrarre assieme al condividere un fine ha per secoli sottaciuto i contrasti estremi e placato.
Ma non erano solamente spigolosa pietra bianca e terra color sangue ad essere estreme. Ultimo era tutto, in Istria. L’ultimo spazio per chi giungesse da ovest dove incontrare una lingua latina e ugualmente l’ultimo per chi arrivasse da est in cui ascoltarne una slava. Dove le onde del mare frangevano la roccia bianca si parlava prevalentemente un dialetto veneto divenuto istriano assorbendo molte parole slave e recependo, grazie soprattutto agli scambi nel Mediterraneo, quelle di tanti altri popoli, come ci ha insegnato Predrag Matvejević. Dove era la terra a dominare prevalevano largamente i dialetti slavi, anch’essi comunque contaminati da parole latine e d’ogni altro dove.
Poi sono arrivate le nazioni e, con le patrie, il Novecento, a distruggere furiosamente quel fragile equilibrio fra terra e pietra, costa e mare. Angelina, nata a Montona e morta in Casa Serena a Pordenone a quasi cent’anni, me lo raccontava: “Mi son nata sotto l’Imperador. Dopo xe rivà el Re de Italia e subito il Duce. Co la guera xe rivadi quei porzei de comunisti e noi semo dovudi scampar.
Qua almeno no i ne sparava, ma no i ne voleva ben.”
Fu una guerra folle e omicida, che le guerre lo sono sempre comunque e dovunque, ad assegnare sia le pietre bianche che le terre rosse all’Italia. Funzionari pubblici regnicoli mediocri e banali, vincitori che nulla sapevano della terra conquistata, sostituirono quelli dell’imperial-regio governo.
A loro avevano detto che quella era Italia e così doveva essere. All’inizio non capivano l’istroveneto dei nuovi italiani, figurarsi i dialetti sloveni e croati. E loro che imparando a fatica un po’ d’italiano si erano emancipati dalla fame non potevano cento concepire di dover imparare ancora un’altra lingua per lavorare in quel posto in cui li avevano mandati. Poco dopo, dietro a loro, anche per questo chiamati e istigati, arrivarono i fascisti e tutti dovettero integrarsi: cambiare cognome, finirla di parlare sloveno o croato, imparare l’italiano, mettersi la camicia nera almeno di sabato. Così l’Italia e gli italiani divisero e offesero e gli slavi si rafforzarono nel pensiero che quelli erano i loro persecutori, italiani e fascisti non potevano che essere la stessa cosa.
Finita la guerra, vinta dagli slavi e persa per fortuna dagli italiani che perciò, nel breve volgere di una notte di settembre da tutti fascisti divennero tutti o quasi antifascisti, in Istria si sarebbe dovuto prendere atto che l’imporsi di una parte sull’altra era un grave errore e che invece sarebbe stata una cosa grande, giusta e santa cosa rispettare i diritti e le lingue di tutti, farsene una forza. Prevalse invece l’istinto di vendetta: gli italiani erano tutti fascisti e la dovevano pagare.
Si sa com’è finita: tutti gli italiani che avevano un impiego nello Stato prima sabaudo e poi fascista fuggirono a gambe levate, consapevoli di quel che avevano fatto. Gli istroveneti si guardarono per un po’ attorno e, provato sulla loro pelle lo stesso odio che era stato riservato agli slavi, in gran parte se ne andarono. Tanto più che il pur diviso nazionalismo slavo aveva per collante una ideologia terribile e tragica come il comunismo. Ancor più, dunque, non era importante per chi comandava in Istria e a Belgrado comprendere come la storia abbia fatto degli italiani i docili servi di qualsiasi potere, perché il perdono non distribuisce potere. Perciò gli istroveneti che rimasero si trovarono nella tenaglia fra gli esuli che li consideravano traditori e gli slavi che ne sospettavano.
Le case abbandonate furono riempite da genti dell’interno della Jugoslavia e molti erano più duri di quelli che sulla terra rossa erano nati, cresciuti e avevano per secoli scambiato e convissuto e infine duramente sofferto. L’odio crebbe, l’idea che qualcuno potesse ritornare a reclamare la sua vecchia casa ora mia era fuoco sufficiente a dire che quella era terra slava, nient’altro.
Così, nel breve volgere di pochi anni, di istroveneto rimase davvero ben poco e per capire cosa sia stata e quanto dolore sia corso sia stato speso su quella terra e in quelle di fuga, restano i cimiteri e le lapidi, con i nomi, i cognomi, le preghiere, i luoghi in cui le persone hanno esalato l’ultimo respiro per tornare a riposare dov’erano stati generati.
Ma le croci nelle lapidi dei cimiteri ci dicono anche che l’Istria era stata terra di convivenza di due popoli entrambi cristiani e cattolici, una cosa su cui seriamente riflettere.
Ho conosciuto e frequentato Fulvio Tomizza, un uomo talmente provato e delicato, non amato nella città in cui aveva scelto di vivere per rimanere vicino alla sua terra istriana. Sono stato in alcune occasioni a Materada in cerca dei luoghi dei suoi romanzi e delle sue tracce. In un’intervista che gli feci mi disse sconsolato una cosa radicale: “Guarda: questa terra non istrianizza più. Una volta si arrivava italiani, tedeschi, croati, sloveni, cici o ungheresi e lentamente si diventava istriani. Oggi non più, perché nell’odio ogni cosa condivisa è andata spezzata”. Proprio come la pietra bianca piena di spigoli e angoli.

Il nostro poco tempo non passa invano: si impiegano giorni, talvolta attimi a rompere, ci vogliono decenni di tentativi perché brevi cicli di condivisione ci accomunino davvero. Il tempo che impegniamo a spezzare legami e a separare non sarà mai recuperato. L’odio che rompe i tenui legami della convivenza e del rispetto per sentimenti, legami, abitudini, lingue, culture e interessi diversi si nutre della stessa forza che prima forma e poi spezza la pietra. Quel che possiamo fare è dentro di noi, è un lavoro continuo, che ci deve accompagnare tutta la vita, per rispettare e chiedere rispetto. Ma non è facile e i rammendi si vedono subito.
Ripensare la lezione istriana è difficile ma per chi come noi vive così vicino a quella terra è un’occasione imperdibile, perché ci dice tantissimo del nostro presente, sulla fatica che facciamo e sulla crudeltà del destino umano. E che il passato non pesi sul presente e sul futuro è un’illusione.
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