La violenza viene da lontano ed è una scelta di cui bisogna semopre assumersi la responsabilità. E’ ridicolo scaricarla sugli altri, sul destino, sulle vittime o su Dio.
Nel 1948, appena cinque mesi dopo la nascita dello stato di Israele, Albert Eistein, e altri 27 intellettuali, ebrei, inviarono una lettera al New York Times per denunciare il pericolo di deriva fascista del nuovo stato. Le loro preoccupazioni si appuntavano in modo speciale su Menachem Begin, accusato di essere il capo di una formazione politica terroristica di destra; ed infatti così lo descrivevano: “Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e antimperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.”.

fotografo palestinese da pixabay
Le parole dei 28 non riuscirono a cambiare l’atteggiamento degli USA e paradossalmente Begin raggiunse le più alte cariche dello stato, ottenendo anche il premio Nobel per la pace nel 1978. Dunque sbagliarono grossolanamente gli autori della lettera o anticiparono il futuro? Infatti come Begin seppe ingannare i suoi contemporanei passando alla fine per un pacificatore, così Israele si presenta oggi come una democrazia, l’unica democrazia del Medio Oriente e riesce a nscondere ciò che ha fatto e continua a fare, portando avanti un progetto sionista fascista e razzista. Purtroppo non è facile fare chiarezza sul suo ruolo perché troppi elementi ostacolano una corretta lettura delle sue azioni. Si continua a identificare Israele con il popolo ebraico della storia, delle sacre scritture, dell’Olocausto, mentre le due cose dovrebbero nettamente distinte. In parte è Israele stesso a favorire continuamente questa confusione e a facilitare anche l’improria identificazione dell’antisionismo con l’antisemitismo, con il risultato che ogni critica alla politica israeliana diventa antiebraica e quindi antisemita. Il fatto è che il primo e fondamentale equivoco in- sito nella nascita dello stato di israele risiede nella strumentale identificazione tra il moderno progetto politico laico e l’identità riligiosa ancestrale, grazie alla quale l’esistenza e le azioni dello stato ebraico si giustificano in una dimensione metastorica e metapolitica. Così in questa formale e moderna democrazia convivono spinte molto divergenti: laicismo e ortodossia, democrazia e fascismo, patriottismo e
imperialismo, sionismo e razzismo, passato e presente, diritto alla difesa e genocidio del nemico. Il tutto impastato in un lievito spirituale che gonfia i diversi elementi senza sosta, spingendoli inesorabilmente verso ripetute e inevitabili esplosioni di aggressività.
Dal 1948 ad oggi la violenza è il pane quotidiano del popolo israeliano, subita o scatenata sugli altri; ma potremmo dire lo stesso di tutta la storia del popolo ebraico che attraversa fasi cicliche di violenza attiva e passiva, di cui dà una lettura sistematicamente alterata: quella subita è una punizione divina, quella esercitata un diritto sacro. Non è forse il popolo ebraico il popolo l’eletto, quello con cui Dio ha stretto un patto, riconfermato più volte? Tutte le culture civili hanno fatto proprio il concetto che il rapporto con la fede deve essere personale e da questo deve discendere un comportamento etico-morale che trova espressione concreta nella famiglia e nella società. Invece la storia degli Ebrei fa sua una combinazione complessa in cui tutta la comunità è chiamata ad un rapporto diretto ed esclusivo con il proprio dio: «Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri…» Deuteronomio 7:6-8.
E più avanti sempre nello stesso libro: «Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio; il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra.»14:2.
«Stabilirò la mia alleanza tra me e te [Abramo]e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza eterna, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.».
Sono tanti i passi che scandiscono questo mantra, con l’inevitabile conseguenza di una completa accettazione.
Dunque un patto senza scadenza che assegna agli Ebrei un posto privilegiato nel cuore di Dio e di conseguenza un posto privilegiato nella storia. Ma per sempre? Essere il popolo eletto significa esserlo comunque e per sempre, in assoluto? La copertura religiosa può diventare un pericoloso boomerang nel tempo e nello spazio e si può passare facilmente da popolo eletto a popolo maledetto, se il patto si rompe. E così dalle promesse di un futuro felice («Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione. […] In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”.», si può passare a sventure che inevitabilmente appariranno come punizioni divine, anche se non lo sono.

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La distruzione di Gerusalemme del 70 d.C e la successiva diaspora sono stati la punizione di un Dio che rimprovera al popolo eletto il tradimento del patto? Come lo erano già stati la schiavitù in Egitto e la deportazione a Babilonia? Se ci sono colpe, allora chi esercita violenza nei confronti di questo popolo è solo uno strumento della punizione divina? Nella lapidazione all’adultera nessuno di coloro che lanciavano pietre assassine si sentiva colpevole, perché si consIderava strumento della volontà divina. Allora anche quanti nei secoli successivi hanno perseguitato gli Ebrei sono stati solo strumenti di una doverosa punizione per chi aveva tradito il patto, aveva ucciso Cristo, praticava usura e tante altre attività considerate vergognose?
Devono essere letti in questa luce i pogrom, le persecuzioni, le infami bolle papali del Cinquecento, le abiure strappate agli ebrei giustiziati per reati vari prima della morte, le espulsioni, le ghettizzazioni, l’olocausto, le leggi razziali fasciste? Trascinare fino al nostro presente una pasticciata combinazione di fede incrollabile e realismo opportunistico è estremamente pericoloso. C’è il rischio di cadere in una lettura altrettanto confusa e paradossale: popolo eletto o popolo maledetto? Pacifico o malvagio? Sbagliano quelli che vogliono leggere con questa lente la storia degli Ebrei o sono gli ebrei a chiedere insistentemente di essere letti con queste categorie morali? La nascita di Israele non è stato un passo avanti nella storia ma un passo indietro nel passato.
Il ritorno a Sion, alla terra promessa, propiziato dalle lobby ebraiche americane e dai vincitori della seconda guerra mondiale, ha destabilizzato tutta l’area, cancellando secoli di storia, come se nulla intanto fosse successo. Il popolo maledetto è tornato ad essere eletto e da perseguitato è diventato persecutore per riprendersi quanto il patto con Dio aveva promesso.
Ci sono anche i nuovi zeloti gli ultraortodossi dei partiti Otzma Yehudit, con a capo Itamar Ben-Gvir (recentemente apparso in tv mentre brinda all’approvazione della pena di morte contro i palestinesi accusati di terrorismo, dimenticando volutamente i fatti di sangue operati dai coloni ebraici), e quelli di HaTzionut HaDatit di Bezalel Smotrich che spinge verso l’occupazione della Cisgiordania. E il sangue che sarà versato non deve né meravigliare né sconvolgere, è il prezzo dovuto e previsto. Già nel primo insediamento nella terra di Canaan il popolo ebraico era stato spietato, senza rimorsi perché tutto era voluto da Dio e ciò che era chiesto da Dio non poteva che essere giusto:

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Deuteronomio 7:1 Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te;
e poi 7:2 quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia.
Infine 7:16 Sterminerai dunque tutti i popoli che il SIGNORE, il tuo Dio, sta per dare in tuo potere; il tuo occhio non si impietosisca, e non servire i loro dèi, perché ciò sarebbe per te un’insidia.
Se togliamo questo inutile e falso cappello religioso al tutto, se sgombriamo il campo da ogni ipocrisia e leggiamo i fatti per quello che sono, non siamo di fronte né a un popolo eletto né maledetto, ma ad una comunità che spesso è guidata da cattivi consiglieri che strumentalizzano lo stesso sentimento religioso e che indirizzano verso la violenza non quando lo vuole dio ma quando lo richiedono interessi economici o politici. Non esistono colpe collettive da scontare, non ci sono punizioni divine, ma solo responsabilità individuali anche se di molti. Oggi Israele non asseconda una volontà divina ma quella di Benjamin Netanyahu, che non è un giudice suscitato da Dio, ma un uomo che propizia una guerra infinita per evitare processi.
E non c’è Yavewh a favorire la vittoria di Israele sui popoli vicini ma Donald Trump, il presidente degli USA con i suoi dollari e le sue armi. Molti ebrei lo sanno già ma non vengono ascoltati, anzi sono considerati dei vili traditori.
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