Una pace futura è una scelta che parte anche da noi
di Samlali Manal, Sheraj Arbana, 3B Tecnico per il Turismo, Istituto o “F. Flora” – PN
Basta un attimo sui social e ci ritroviamo a scorrere video su video, senza riflettere realmente, su ciò che accade nel mondo. Immagini diverse ci trasmettono emozioni contrastanti: felicità o tristezza. Si passa così da un semplice balletto a un video in cui si vedono case distrutte o, peggio ancora, bambini in cerca di aiuto senza famiglia e in condizioni precarie. Tutto ciò ci crea un senso di impotenza, mentre continuiamo a scorrere il feed; eppure la guerra non è più qualcosa che si studia solo sui testi di storia, ma un evento che accade in tempo reale sotto i nostri occhi grazie a questi mezzi di comunicazione.

Analizzando questa situazione, il modo in cui viviamo le crisi di oggi, dimostra che siamo anche noi parte di questo problema. Il nostro approccio con i conflitti moderni influenza la nostra sensibilità, i social ci abituano a scene di distruzione come se fosse finzione, un film o un videogioco. Purtroppo però, mischiando immagini terribili di guerra con la totale leggerezza dei post di ogni giorno, non proviamo più vera empatia. Ci spaventiamo per pochi istanti davanti a un video, ma subito dopo giriamo pagina e ci dimentichiamo di chi sta perdendo la vita o lotta per avere un diritto che per noi è la normalità trattando il dolore degli altri con una superficialità che rischia di far diventare normale ciò che in realtà è disumano.
Vogliamo così riflettere su cosa succede davvero nella nostra testa ogni volta che ci imbattiamo in un video terribile mentre utilizziamo il telefono: al momento sentiamo un nodo allo stomaco, che ci fa stare male ma questa emozione, purtroppo, dura pochissimi istanti. Siamo abituati a consumare qualsiasi cosa online: non facciamo in tempo a dispiacerci per una tragedia reale che il pollice si muove da solo, scorre la pagina e passa al contenuto successivo. La fretta e questo ritmo spezzato ci impediscono di riflettere sul serio.
Diventiamo indifferenti e ciò comporta che continuiamo a non conoscere la realtà. Per esempio se pensiamo al conflitto tra Palestina ed Israele l’aspetto politico è marginale rispetto alle sofferenze delle vite umane dei tantissimi civili coinvolti, di ogni età. Da una parte ci sono i civili di Gaza bloccati sotto le bombe, senza più una casa, senza ospedali, e privi di risorse primarie come acqua e cibo; dall’altra parte la paura costante dei missili e il terrore delle famiglie per le persone rapite e uccise. É una situazione inconcepibile e ingiusta che ci fa sentire piccoli, senza il potere di dare voce ai nostri pensieri e agire per fermare questa guerra. Tuttavia per evitare che tutto questo dolore diventi invisibile o scontato, troviamo un rimedio per far sentire il nostro sconforto: utilizzare i nostri profili per qualcosa di utile ad esempio mettendo un post, condividendo una storia, utilizzando un hashtag per chiedere la pace, sono gesti che contano.
Può sembrare una cosa banale ma riempire di messaggi positivi un luogo come la rete digitale serve a svegliare le persone, costringendo chi segue a fermarsi e riflettere su ciò che migliaia di persone pubblicano continuamente, togliendo così spazio ai commenti che incitano l’odio e le fake news che girano. Inoltre possiamo supportare associazioni come la Croce Rossa che porta farmaci e aiuti veri sul campo.
È comodo pensare che non possiamo intervenire e continuare a farci scivolare tutto addosso come se la realtà fosse un film. Ogni volta che ci fermiamo a riflettere è importante far sentire la nostra voce e scegliere il rispetto invece del solito pregiudizio. Il dolore degli altri non è un contenuto da scorrere velocemente è realtà. Questo è un modo per noi giovani di dimostrare che il futuro non è qualcosa che decidono gli altri, ma una scelta che parte anche da noi, adesso.
I secondi che fanno la guerra
Anisa Tafi, 5 ASS, Istituto Flora, Pordenone.
Uno, due, tre, quattro, cinque. I secondi che una fabbrica avrebbe perso per ogni pezzo se avesse messo le sicurezze, cinque secondi in meno, una manciata di battiti d’orologio. Minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni. Quelli che mio fratello non potrà più vivere a causa di questa mancata sicurezza. È una guerra silenziosa quella che si combatte ogni giorno nei capannoni, nei cantieri, tra i macchinari che non si devono fermare mai. Una guerra che non usa proiettili, ma ritmi insostenibili, sensori disattivati e protezioni ignorate. Mio fratello è caduto su questo fronte, in una battaglia che non ha scelto di combattere, sacrificato sull’altare di una produttività che non guarda in faccia a nessuno. Mentre la fabbrica continua a produrre, contano i pezzi e dimenticano i nomi. Ma io i conti li faccio in modo diverso.

Conto i minuti di silenzio che ora mangiano la nostra casa. Conto le ore di futuro che gli hanno strappato dalle mani. Conto i giorni che passerò a cercarlo in una stanza vuota. Conto gli anni che mi restano da vivere senza di lui, anni che pesano come piombo perché so che sono stati barattati con una manciata di secondi di velocità. Io ho 19 anni e questa guerra mi ha già resa orfana di un pezzo di cuore. Non chiamatelo incidente, non chiamatela fatalità. Una morte sul lavoro è un omicidio commesso in nome del tempo. Hanno risparmiato cinque secondi, sì.
Ma hanno spento un’eternità. E in questo scontro tra il denaro e la vita, ha vinto di nuovo il cinismo di chi crede che un uomo sia solo un ingranaggio sostituibile. Mio fratello non era un ingranaggio. E nessun pezzo prodotto in fretta varrà mai quanto un solo secondo del suo respiro.
Si chiamava Daniel. Aveva solo 22 anni. Era il mio tempo, era il mio mondo, il mio gigante buono, la mia protezione totale. Era la certezza assoluta che, qualunque cosa mi crollasse addosso, lui sarebbe rimasto in piedi a difendermi.
Da quando è morto, il 25 marzo 2025, io scrivo perché la rabbia che ho dentro spaccherebbe i muri se la tenessi stretta nei pugni. Scrivo perché il silenzio assordante che ha lasciato in camera sua fa troppo male per essere sopportato a mani vuote. Scrivo perché le parole sono l’unica arma che ho per trattenerlo qui, per urlare in faccia a quella fabbrica e al mondo intero che la sua vita valeva, che lui non si cancella.
Scrivo perché ogni singola riga deve gridare che Daniel non era un numero su un registro di produzione, né una statistica da dimenticare il giorno dopo il funerale. Era mio fratello. Era la mia metà. E finché avrò voce e la forza di impugnare una penna, la sua storia non diventerà mai polvere, e il loro cinismo non avrà l’ultima parola.
L’indifferenza verso tanti conflitti nel mondo è la vera sconfitta
di Giulia Furlan – Na’ima Karzo, 3B Tecnico per il Turismo. Istituto “F.Flora” – PN
Ad oggi viviamo dei conflitti che sembrano non finire mai. Noi che viviamo lontani, a casa o a scuola, vediamo costantemente immagini di case distrutte, persone in fuga, bambini che piangono e sangue. Anche se non attraversiamo il conflitto in prima persona, ogni giorno veniamo informati attraverso i social; basta scrollare un video in più su TikTok o Instagram per vedere immagini di guerre, attentati, violenze che accadono in diverse parti del mondo. La guerra entra ogni giorno nelle nostre vite attraverso uno schermo, facendoci percepire quei conflitti sempre più vicini. Tensioni come quelle in Ucraina, Congo o in Medio Oriente mostrano quanto sia difficile raggiungere un accordo e quanto le conseguenze colpiscano milioni di persone innocenti. Alla fine, in ogni guerra chi soffre davvero sono quasi sempre i cittadini. Ad oggi, sempre più spesso, le guerre vengono combattute a distanza, con droni e bombardamenti che colpiscono scuole, ospedali e case, trasformando luoghi di vita in luoghi di paura e distruzione.La guerra oggi non viene vissuta soltanto sul campo di battaglia, ma anche davanti ai nostri occhi. Crescere circondati da notizie di conflitti, violenze e tensioni ci porta spesso a considerare la guerra come qualcosa di normale o quasi abituale, rischiando di renderci sempre più indifferenti a ciò che accade nel mondo. Anche se la guerra sembra lontana dalla nostra quotidianità, questo non significa che dobbiamo ignorarla. Informarsi e capire cosa succede è già un modo per essere più consapevoli di ciò che accade nel mondo.Abbiamo tanti modi anche per far sentire il nostro supporto: c’è chi fa donazioni, chi partecipa a manifestazioni, chi condivide post o hashtag per far conoscere ciò che sta succedendo o per contrastarlo. Queste modalità a volte sembrano gesti piccoli, ma aiutano a non far passare tutto nel silenzio. Anche semplicemente parlarne, informarsi davvero e non ignorare certe immagini è un modo per dimostrare attenzione verso chi sta vivendo quei conflitti sulla propria pelle.Il fatto che la guerra sia diventata un contenuto quotidiano cambia anche il modo in cui reagiamo alla sofferenza. Quando vediamo continuamente immagini di distruzione, con il tempo rischiamo di provare sempre meno empatia per chi soffre. Scene che dovrebbero sconvolgerci finiscono per durare pochi secondi sul nostro schermo, prima di essere sostituite da altro. È come se il dolore degli altri diventasse qualcosa da consumare velocemente, senza fermarci davvero a riflettere. Secondo noi è proprio questo che fa più paura: ci stiamo abituando. Lo scorrere di immagini di persone che soffrono e subito dopo passare ad altro, quasi senza pensarci, trasforma il dolore in contenuto da condividere, commentare o far diventare virale. Alcuni video fanno milioni di visualizzazioni, eppure dietro quei numeri ci sono persone vere che stanno perdendo la propria casa, la propria famiglia o la propria vita. Le immagini che colpiscono di più sono quelle dei bambini. Vedere bambini feriti, impauriti o costretti a lasciare tutto fa capire quanto la guerra distrugga l’infanzia.

Nessun bambino dovrebbe sapere cosa significa nascondersi dalle bombe o avere paura di non rivedere i propri genitori. Una delle storie che ci ha colpito di più è stata quella di Hind Rajab, la bambina palestinese morta a Gaza. Per giorni il suo nome è stato ovunque sui social e nei giornali, la sua storia ci ha fatto capire che la guerra non è fatta solo di numeri o notizie, ma di vite spezzate troppo presto. E forse la cosa più triste è proprio questa: ormai siamo così abituati alle immagini della guerra che, per fermarci davvero a riflettere, abbiamo bisogno di conoscere il volto e il nome di una bambina.Secondo noi, una delle cose più brutte della guerra è che la verità viene spesso cambiata. Governi e gruppi coinvolti controllano le informazioni: alcune notizie vengono nascoste, altre raccontate in modo diverso per influenzare le persone. Ma la realtà non cambia: famiglie sotto le bombe, bambini feriti e persone costrette a lasciare la propria casa. Molti bambini perdono la scuola, gli amici e la possibilità di vivere un’infanzia normale. Le notti, invece di essere tranquille, diventano momenti di paura e attesa. Anche i giornalisti rischiano molto per raccontare la verità. Alcuni vengono minacciati o uccisi solo per aver mostrato immagini e testimonianze scomode. Nella Striscia di Gaza, Saleh Aljafarawi era sceso in strada per annunciare la tregua anche a chi non aveva internet, perché durante la guerra anche l’informazione può diventare un privilegio. Oggi capire cosa è vero è sempre più difficile, ma molto importante. Tra propaganda e notizie false, bisogna informarsi bene, ascoltare più punti di vista e continuare a farsi domande. Dietro ogni immagine o notizia ci sono persone vere e sofferenze reali. Alla fine ci chiediamo: possiamo davvero essere d’aiuto davanti a guerre così grandi e lontane da noi? Da soli non possiamo fermare i conflitti o cambiare subito quello che succede nel mondo, però questo non significa che non possiamo fare nulla. Essere d’aiuto oggi vuol dire soprattutto non restare indifferenti. Informarsi, cercare di capire cosa è vero, e non fermarsi solo alle prime immagini o notizie che vediamo.
Anche non abituarsi alla sofferenza degli altri è già importante. Possiamo fare la differenza anche con piccoli gesti: parlarne con gli altri, condividere informazioni corrette, sostenere associazioni umanitarie o semplicemente non ignorare quello che succede. Forse non possiamo fermare le guerre, ma possiamo scegliere di non farle sparire dal nostro pensiero. E questo è già un modo per essere d’aiuto.
Riflessioni sulla guerra
di Matteo De Bortoli , 5^BK, Istituto Flora
Le principali cause delle guerre del passato erano date principalmente da tre motivi. Il primo derivava dalle espansioni territoriali, cioè la volontà di conquistare più terre possibili. Il secondo riguardava il dominio economico, quindi il tentativo di controllare i settori economici e commerciali. Il terzo era legato al potere politico, ovvero imporre il proprio dominio sui popoli e i territori occupati. In passato, inoltre, non tutti andavano a combattere. A essere mandati in guerra erano soprattutto gli uomini appartenenti ai ceti sociali più poveri, come contadini e operai, spesso arruolati contro la loro volontà. Queste guerre hanno lasciato profonde ferite nelle persone e nei territori colpiti. Da tutto questo l’umanità avrebbe dovuto imparare che la guerra porta solo distruzione, povertà, sofferenza e perdita di vite umane. Le guerre moderne sono diverse da quelle antiche sotto molti aspetti. Prima i conflitti si svolgevano soprattutto nei campi di battaglia con un fronte di combattimento definito e la maggior parte delle vittime erano soldati. Oggi, invece, le guerre divampano come un incendio nelle città colpite e nelle case delle persone innocenti. Sempre più spesso sono i civili a pagare il prezzo più alto dei conflitti.
Io mi sento fortunato a vivere in un Paese dove, almeno per ora, non ci sono guerre. Però seguo molto la geopolitica mondiale e mi informo sui conflitti che stanno tormentando il mondo. Vivo queste situazioni in un modo che non si può minimamente paragonare a chi le subisce direttamente, ma provo comunque ansia e preoccupazione. Molte persone pensano che queste guerre siano lontane da noi, ma io non sono d’accordo. Anche se non veniamo colpiti direttamente, le ripercussioni economiche, politiche e morali arrivano comunque. Aumentano i prezzi e cresce l’instabilità politica poiché i capi di Stato devono schierarsi da una delle parti coinvolte nel conflitto. Dal punto di vista morale si finisce per non capire più cosa sia giusto o sbagliato, chi sia la vittima e chi l’aggressore. Penso che molte persone stiano diventando sempre più indifferenti e insensibili. Spesso si pensa: “se non succede a me, allora non mi riguarda”. Anche i mass media a volte contribuiscono a questa situazione, perché mostrano continuamente immagini di violenza e distruzione, rischiando di normalizzare fatti che in realtà non possono essere considerati normali in nessun modo. Quando vedo queste immagini provo diverse emozioni. Rabbia perché non riesco ad accettare che ancora oggi migliaia di persone soffrano e muoiano a causa delle decisioni di pochi potenti, delusione e disincanto Mi delude il fatto che, nonostante tutte le tragedie del passato, l’uomo non abbia ancora capito che nelle guerre non esistono veri vincitori, alla fine perdono tutti. Per questo penso che la guerra non sia qualcosa di così lontano. Può colpire chiunque, direttamente o indirettamente, e questo mi trasmette insicurezza e paura per l’avvenire.

Credo che ognuno di noi possa fare qualcosa, anche nel proprio piccolo. Le persone dovrebbero informarsi meglio, essere meno indifferenti e più empatiche cercando di immedesimarsi nelle sofferenze degli altri. I capi di Stato dovrebbero impegnarsi maggiormente per trovare soluzioni diplomatiche e favorire il dialogo, invece di alimentare i conflitti con armi e violenza.
Spero che questa riflessione possa portare, anche se nel piccolo, a un cambiamento.
Indice
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