L’Africa lontana: i figli delle baraccopoli
di >Giuseppe Ragogna
Il giovane non ha ancora trent’anni. Ian è un figlio delle baraccopoli di Nairobi. Si presenta come interprete in un mio viaggio umanitario in Kenya, in luoghi un po’ disastrati destinati a un gruppo di profughi del Burundi. È sorridente, educato, un po’ riservato. Mi colpisce la padronanza che ha della nostra lingua. Traduce in scioltezza il senso degli interventi dallo swahili all’italiano. Ci mette impegno per trasmettere anche le sfumature dei dialoghi. Al termine della giornata soddisfa le mie curiosità sulla sua eccellente preparazione culturale. Ian cala l’asso: “Sono autodidatta. Ho imparato l’italiano online per conto mio ai tempi del Covid. Internet è un’opportunità straordinaria e da noi funziona molto bene. I telefonini si trovano in un qualsiasi mercato. Sono ormai alla portata di tutti, soprattutto quelli di fabbricazione cinese. Ho una laurea in storia, ma non trovando un lavoro adeguato, mi sono adattato a fare il muratore per vivere. A Nairobi i cantieri sono numerosi, tirano su palazzoni dappertutto, spesso in maniera disordinata, senza particolari vincoli urbanistici. Un macello invivibile”. È il problema delle megalopoli africane.
Ian è la mia sentinella sul territorio. Dall’Italia lo interpello con avida curiosità sui fatti della vita. Lui mi risponde e rilancia continue riflessioni. Tra noi Whatsapp è una linea calda. Da tempo colgo le sue insistenti preoccupazioni sull’impoverimento causato dalla guerra del Medio Oriente. Respiro così in presa diretta le difficoltà che strozzano le economie delle aree fragili del mondo. Talvolta alcuni monitoraggi sul campo valgono molto di più di lunghe analisi geopolitiche. Si rileva la portata concreta delle crisi. Ian trasmette efficacemente le imprecazioni oltre il semplice slogan: “Le guerre delle superpotenze per il dominio delle risorse scaricano gli effetti sui poveri”. Ian legge di tutto, approfondisce gli argomenti internazionali, non è mai banale. Mi fa notare che da quando Trump si è infilato nella guerra contro l’Iran, per tenersi buono Netanyahu, il costo della vita in Kenya ha registrato un’impennata deflagrante: “Rischia di finire male per la povera gente e noi giovani non possiamo accettare che il futuro ci sfugga ancora di mano. La situazione è peggiorata in pochissimo tempo”. Mentre noi schiumiamo di rabbia per gli aumenti di luce e gas, o quando vediamo schizzare all’insù i prezzi dei carburanti, loro hanno difficoltà a mettere insieme i beni essenziali per sfamarsi. Così almeno nelle baraccopoli e nei villaggi delle savane. Ian mi racconta che alle pompe di benzina si formano continuamente code lunghe alcune chilometri: “Manca il carburante e i rifornimenti arrivano a singhiozzo. C’è gente che sta lì giorni interi pur di non perdere il turno. E i prezzi raddoppiano. Funziona un po’ meglio il mercato nero, ma bisogna spendere molto di più”.

Quando leggo i suoi messaggi immagino la paralisi delle città, dove i mezzi di trasporto tengono in piedi una buona fetta di economia. I matatu, che sono i minibus privati e costituiscono la spina dorsale del Kenya, si muovono a singhiozzo. I boda boda (mototaxi) sono anch’essi in difficoltà. La paralisi del traffico crea alta tensione. Le merci circolano al rallentatore e l’inflazione registra fiammate che incendiano gli animi: “Le improvvise proteste, anche dure, sono fermate con la repressione. Si spara senza pensarci su. Ci sono stati alcuni morti a Nairobi”. Ian mi racconta che la crisi aggrava l’occupazione. Mi ricorda una precedente discussione sui numerosi posti di lavoro creati con le coltivazioni intensive dei fiori in un’area degli altopiani. Il Kenya è tra i maggiori produttori di rose per i mercati olandesi. Alcune multinazionali hanno delocalizzato in Africa gran parte dei processi lavorativi, mantenendo invece la commercializzazione. L’obiettivo è il contenimento dei costi attraverso lo sfruttamento dei dipendenti: dieci ore al giorno per poco più di un’ottantina di euro al mese, senza controlli particolari sull’uso di sostanze chimiche, guarda caso vietate dall’Unione Europea. L’espansione delle serre sta occupando spazi enormi togliendo l’acqua ai villaggi. L’impatto sull’ambiente è disastroso, ma la necessità di lavoro annulla anche ogni norma di sicurezza lasciando alle aziende straniere le mani libere. Tutto avviene d’accordo con i governi locali che si disinteressano delle popolazioni a cui non vanno neanche le briciole. “Con il blocco delle rotte marittime nel Medio Oriente – mi racconta Ian – una parte dei fiori non viene neanche raccolta a causa di condizioni diseconomiche e un’altra quota viene messa al macero perché i costi di trasporto sono insopportabili. La situazione provoca tanti licenziamenti”. In pratica, Ian mi conferma l’interruzione ovunque delle catene agroalimentari: “Mancano le materie prime, ad esempio i fertilizzanti per l’agricoltura, il carburante per i mezzi di trasporto, l’energia per vari servizi strategici. Siamo messi proprio male”.

Capisco le sofferenze di Ian. La situazione difficile del Kenya si moltiplica inesorabilmente in tanti altri Paesi a basso reddito dell’Africa subsahariana, dell’America Latina, di parte dell’Asia, dove la maggioranza delle popolazioni è costretta a sopravvivere con un paio di euro al giorno. Gli effetti delle guerre si scaricano sulle fasce deboli in un mondo sempre più connesso. I poveri sono le vittime dirette o indirette di tutti i conflitti. Muoiono i soldati obbligati a stare in prima linea, muoiono i civili nelle case e nelle scuole bombardate, muoiono i poveri cristi a causa dello sconquasso delle economie anche in aree molto lontane dai combattimenti perché gli shock finanziari alimentano onde lunghe di crisi. Merita ricordare ancora una delle frasi più significative di Gino Strada: “Le guerre vengono dichiarate dai potenti che poi ci mandano a morire chi appartiene alle fasce più deboli e svantaggiate della società. Sono i poveri a pagare i prezzi più alti”. Quando si aprono gli scenari bellici è il clima complessivo a esserne contaminato. Si parla continuamente di guerra e si preparano le condizioni per scatenarla con l’inevitabile corsa al riarmo che brucia i soldi indispensabili a sanità, formazione, welfare. A guadagnarci sono senz’altro i fabbricanti di armi attorno ai quali gira un’economia sempre più di guerra. Le condizioni di vita peggiorano. Le cifre delle Nazioni Unite che interessano i Paesi più fragili sono impietose: 673 milioni di persone, soprattutto donne e bambini, rischiano la fame a causa di povertà estreme, conflitti bellici e cambiamenti climatici. L’obiettivo tanto strombazzato della “fame zero” da raggiungere entro il 2030 è ormai carta straccia. La situazione è definitivamente compromessa dalla guerra nel Medio Oriente, dai bombardamenti martellanti di Israele contro i palestinesi, dagli altri interminabili conflitti sparsi nel mondo (una cinquantina) dei quali il Sudan rappresenta l’epicentro della catastrofe umanitaria. Le stime globali sono già state riviste in negativo. Ai dati denunciati negli ultimi tempi si aggiungono altri 45 milioni di persone a rischio. E adesso è ricomparsa ebola a far tremare le strutture sanitarie fatiscenti di sistemi abbandonati a sé stessi. Occorrerebbe una rete di solidarietà, ma la cooperazione internazionale è un altro settore in via di estinzione.
Indice
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