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Le ragioni della guerra

di Michele Casella

 

Le ragioni della guerra

La guerra è nella natura dell’uomo e nella natura delle cose; i conflitti sono inevitabili. È pessimismo universale pensare che ogni uomo sia lupo per l’altro uomo ma è ingenuo ottimismo immaginare che ciascuno sia un’entità sommamente buona con tutti e per tutti. La definizione più aderente al vero la troviamo in ‘Dualismo’, la poesia di Arrigo Boito: “Son luce ed ombra; angelica/ Farfalla o verme immondo…”; l’uomo è bene e male insieme, come la farfalla che è verme ed è grazioso animaletto volante.
La guerra è distruzione, terrore, orrore, morte eppure si fa. Si ricorre alla guerra per un assurdo paradosso logico: tutti dichiarano di essere disponibili a riconoscere le ragioni degli altri, nessuno vuole sottrarsi al confronto franco e leale, ognuno afferma di voler comprendere le idee e le posizioni altrui, uguaglianza ed empatia sono valori universalmente condivisi, ma quando quelle dichiarazioni e quei proponimenti devono diventare fatti, pratica comune di vita, quando devono concretizzarsi in atteggiamenti e comportamenti di tolleranza, confronto e comprensione ecco che lo spirito egotico dell’individuo e della comunità di appartenenza prevalgono su tutto quanto asserito e proclamato. Lo spirito egotico è l’atteggiamento individuale che pone l’ego al centro di ogni riferimento, sicché il bene e il male sono tali soltanto rispetto agli interessi individuali, così come il giusto e l’ingiusto, finanche il vero e il falso diventano relativi e si creano le false verità, ossia spiegazioni di fatti ed eventi reali secondo categorie interpretative scelte per far prevalere una posizione, ossia la verità conveniente ed utile per l’interessato. Prevale dunque l’interesse personale e collettivo del popolo, prevale l’atteggiamento egotico che assume come valore universale ciò che effettivamente è semplicemente il proprio ‘particulare’, conta l’interesse della collettività di appartenenza.

Se non si individua un tornaconto di qualsiasi genere per sé e per la comunità di appartenenza, i sacrifici, le umiliazioni, le sofferenze altrui appaiono sopportabili e ineludibili, ma se c’è un piccolo tornaconto allora si ricorre alle richieste, ai patteggiamenti, agli appelli ai sacri princìpi universali per poi cadere nel conflitto armato allorché le pretese, gli interessi, i vantaggi attesi non siano riconosciuti e soddisfatti.
Il filosofo Hegel sostiene che lo Spirito Assoluto, che è e governa l’Essere, ossia tutto così come è, agisce da forza naturale, cioè secondo la sua propria natura, per generare un perpetuo conflitto fra le diverse e transitorie condizioni che lo stesso Essere assume. Tutti ricordano la triade hegeliana: data una qualsiasi posizione nel mondo – tesi – ad essa si contrappone ciò che essa non è – antitesi – per giungere ad una ricomposizione delle due posizioni in una terza – sintesi-, la quale diventa la nuova tesi e riprende il conflitto perpetuo. Nelle contrapposizioni fra gli interessi divergenti dei popoli, questa forza si manifesta e si fa guerra. Dice il filosofo: “[L’indipendenza reciproca fra gli Stati] fa della lotta tra essi una relazione della forza, una condizione di guerra; per cui la classe generale assume a suo scopo particolare la conservazione dell’autonomia [e supremazia] dello Stato di fronte agli altri, come classe del valor militare”. Significa che i popoli sono indipendenti fra loro e cercano di sopravanzare gli altri popoli per il vantaggio particolare, pertanto sono indotti a stabilire e conservare una posizione di primazia o prevalenza mediante il valore militare, ovvero il conflitto armato. La guerra dunque assegna la giustizia al vincitore ed è, di fatto, la sola “giustiziera fra i popoli”, essa continuerà fino all’attuazione dell’Assoluto, perché connaturata con l’Essere; perché gli eventi si susseguono secondo queste leggi di contrapposizione. Il ragionamento del filosofo appare cinico e disumano ma occorre considerare che il compito della filosofia non è quello di edulcorare il vero ma individuarlo e analizzarlo per comprenderlo; in questo caso, come in ogni altra occasione, nulla si può sottrarre al vero. Sebbene l’umana coscienza rigetti, ripugni e stigmatizzi la guerra come espressione di violenza atroce e mostruosa e anche prepotenza immotivata, essa c’è, si fa e va spiegato il perché.
Si ricorre al conflitto armato per delle banali ragioni di ricchezza, potenza economica che garantisca a un popolo il benessere e il soddisfacimento dei desideri; si fa anche per il senso di supremazia rispetto ad altre popolazioni da tenere dipendenti ed essere così i padroni delle altrui sorti; si ricorre alla guerra per confermare a sé stessi la superiorità culturale, nel senso di sentirsi portatori di eccellenza in civiltà e organizzazione politico-sociale e pertanto i migliori.
Non è affatto detto e provato che le ragioni addotte siano corrispondenti al vero, ma nulla importa a chi si ritiene il depositario di ogni primato e, per convincersene, si impegna ad estendere i suoi modelli alle altre genti. Chi combatte la guerra è sempre convinto di essere dalla parte giusta della vita e della storia. Le motivazioni vere non sempre sono esplicitate e chiare ai combattenti e ai loro popoli, anzi accade spesso che esse siano del tutto neglette e prevalgano motivazioni di opportunismo politico-ideologico; le guerre del Golfo e la guerra alla Libia hanno lasciato più di un dubbio sulla veridicità delle ragioni ufficialmente dichiarate in occasione dei conflitti. La discrasia tra ciò che è vero e ciò che deve apparire vero in questi casi appartiene propriamente alle prassi belliche. E, peraltro, è sempre stato così.

archivio privato

Sono consapevole di aver presentato delle riflessioni abbastanza sconfortanti e demoralizzanti, ma vedo anche delle opportunità per rallentare, in tempi brevi, i processi bellici fino a invertirne il senso in tempi futuri, i quali appaiono per ora ben lontani. La guerra oggi spaventa di più, perché essa è vicino a tutti, perché non colpisce solo gli uomini schierati sui fronti delle battaglie ma coinvolge e uccide uomini, donne e bambini inermi, gente impossibilitata a muoversi come ammalati e carcerati; numerose persone lontane fisicamente e mentalmente e ideologicamente dalle ‘ragioni’ di guerra sono vittime degli scontri. A tanto orrore si deve aggiungere la potenza degli eserciti contemporanei che preoccupa ogni persona: le armi in dotazione agli eserciti sono in grado di distruggere vastissimi territori, addirittura possono uccidere i viventi, lasciando in piedi le strutture e i manufatti; bombe atomiche e bombe intelligenti non spaventano ma terrorizzano ogni essere che si dichiari razionale. In tanto orrido spavento può germogliare tuttavia la speranza, perché proprio per quegli orrori sentiti come prossimi e possibili oggi si cerca di riportare a ‘giustizia universale’ le razionalizzazioni dell’inevitabilità delle guerre, sicché è auspicabile che si possa giungere a ribaltare l’attuale trionfante egotismo. Si può svoltare, purché si voglia. Finché il nemico, l’avversario, sarà insultato, discriminato ed escluso nulla cambierà ma se si avrà il coraggio di mettersi dalla parte degli altri, di riconoscere le ragioni altrui, si potrà sperare di far trionfare uno spirito di solidarietà umana.