Democrazie e conflitti
Quando parliamo di guerra, almeno nell’Europa occidentale, dobbiamo considerare che il 1945 è stato uno spartiacque, l’anno che ha segnato un prima e un dopo. In conseguenza, infatti, del trauma di due feroci e giganteschi conflitti in rapida successione tra loro, la coscienza europea ha maturato un atteggiamento di repulsione nei confronti della guerra, sulla base di motivazioni e giudizi etici, prima ancora che politici. E si è trattato di una vera cesura perché la guerra, nella storia precedente, aveva svolto un ruolo centrale nella politica e nell’identità stessa degli Stati europei, in connessione con una volontà di potenza proiettata sul mondo intero.
Dopo il 1945, lo scenario europeo è invece profondamente cambiato. Ne sono prova le Costituzioni, allora scritte o riviste, che hanno avviato un nuovo processo di democratizzazione, in cui i diritti civili e sociali sono stati ampliati e, soprattutto, la dimensione bellica è stata totalmente delegittimata a favore del dialogo e della collaborazione tra Stati (a partire da quelli del vecchio continente), in un clima lontano dalla cupa stagione dei nazionalismi e del culto della forza.
Quanto detto non deve indurci, però, a ritenere che i principi democratici – eguaglianza giuridica, pluralismo, salvaguardia delle libertà civili – siano, tout court, incompatibili con la guerra. Sarebbe, questa, una tesi difficilmente sostenibile, innanzitutto sul piano storico. Non solo perché molti paesi europei avevano avviato riforme in senso democratico ancor prima dello scoppio della prima guerra mondiale ma anche – cosa ancor più rilevante – perché quelle riforme non avevano affatto favorito un clima meno aggressivo nei loro rapporti, né un’attenuazione delle loro rivalità. Ciò si può spiegare con il fatto che gli Stati in generale, e le democrazie contemporanee non hanno fatto eccezione, non hanno mai perseguito la fine della guerra in generale, ma solo la fine della guerra civile, dato che la prima rafforza i legami sociali, mentre la seconda li distrugge. Se guardiamo alle vicende europee, possiamo facilmente constatare che la prima fase della democratizzazione, tra Otto e Novecento, è stata principalmente orientata a cementare l’unità nazionale, come condizione per attuare con successo una politica di potenza verso l’esterno.

Sono illuminanti, al riguardo, le riflessioni che Max Weber, esponente del realismo politico più disincantato, ha dedicato alla democrazia verso la fine della prima guerra mondiale (1917). In esse, Weber addebitava la sconfitta subita dalla Germania guglielmina proprio all’incapacità delle classi dirigenti tedesche di promuovere quella modernizzazione in senso democratico e anti-corporativo che aveva reso più efficienti i paesi rivali nella conduzione della guerra. Con l’accelerazione della produzione industriale, con l’avvento della società di massa, la democrazia era diventata, secondo Weber, un vero e proprio “destino” e, dunque, nessun comando politico legittimo poteva esistere senza il consenso esplicito della maggioranza dei governati. Un tale consenso, aggiungeva il sociologo tedesco, poteva essere conquistato solo misurandosi fino in fondo con la “logica dell’organizzazione tecnica”, con le conoscenze tecnico-gestionali necessarie per dirigere le grandi imprese industriali e, in perfetta analogia, la stessa struttura amministrativa dello Stato. Solo così gli imprenditori e i capi politici, cioè i vertici del sistema moderno, avrebbero potuto far funzionare a pieno regime il potenziale produttivo del loro paese. Nel caso dei leader politici, poi, le capacità amministrative, pur necessarie, non erano sufficienti. Occorreva, anche, un’attitudine a raccogliere un ampio consenso popolare che solo le personalità carismatiche posseggono, e che la competizione democratica fa emergere e selezionare. Con espressioni molto dirette, Weber indicava l’obiettivo finale del processo di democratizzazione: incorporare la massa dei cittadini dentro lo Stato, come “soci alla pari”, trasformando il popolo (in questo caso, quello tedesco) in un Herrenvolk (un popolo di signori), protagonista della politica mondiale.
La democrazia, configurata in questo modo, era soprattutto un patto tra masse popolari e élite capitalistiche, in cui queste ultime si impegnavano a distribuire i dividendi del dominio coloniale, elevando il benessere e le tutele giuridiche delle prime, in cambio della loro obbedienza. Un modello politico che, in una situazione mutata e con protagonisti diversi, appare molto simile al tecno-sovranismo tornato oggi in voga, basato sull’alleanza tra i depositari del sapere tecnologico più avanzato e leader populisti che fanno leva sulla tutela, con ogni mezzo, degli interessi della loro comunità nazionale, escludendo gli altri, definiti tali sulla base di criteri etnici e religiosi.
Secondo Peter Thiel – fondatore di Palentir, azienda tecnologica statunitense specializzata nell’AI ed esponente della destra radicale trumpiana – per garantire che un Paese proceda in modo efficiente, vantaggioso per tutti, occorre che chi lo governa lo ripulisca, “come il programmatore ripulisce il software dai bug, dagli errori.”
Viene invocata, anche in questo caso, una perfetta sintonia tra potere tecno-economico e potere politico, accomunati dal culto della potenza nazionale, che il secondo deve affermare usando tutti mezzi che il primo mette a disposizione.

Ma, allora, qual è il tratto che ha permesso alla cultura politica della nuova Europa di differenziarsi dal modo di intendere la democrazia che abbiamo descritto? Che ne spiega la refrattarietà alla guerra, e la capacità di promuovere la pace sul piano interno e anche in politica estera? Sicuramente, in tutto ciò, ha pesato l’enorme tributo di morte e distruzione che il bellicismo precedente ha fatto pagare ai popoli europei. Ma c’è anche qualcosa di più.
Dal rifiuto sentimentale della guerra l’Europa ha ricavato una spinta politico-istituzionale a mettere in discussione il principio della sovranità assoluta (superiorem non recognoscens) dello Stato nazionale, il cui cardine è proprio il diritto di decidere sulla pace o sulla guerra.
L’Europa, con la sua pur imperfetta, impalcatura istituzionale, ha deciso invece di revocare questo diritto e di sperimentare una nuova via, accogliendo un orientamento che era germinato in un altro momento di svolta della sua storia, nel clima illuministico e universalistico di fine Settecento. Questo orientamento – che non è affatto irrealistico ed è, anzi, l’unico che permette di concepire realisticamente una pace duratura tra gli Stati – ha anche ispirato, nel Novecento, l’istituzione di organismi sovranazionali (Società delle Nazioni, ONU) che, con poca fortuna purtroppo, hanno cercato di prevenire le guerre ricorrendo agli strumenti del diritto internazionale e della diplomazia. Nel caso dell’ONU gli Stati europei, diversamente da quanto era avvenuto con la Società delle Nazioni, hanno sempre e convintamente sostenuto la sua azione, mentre le grandi potenze (e gli stessi Stati Uniti, che ne erano stati promotori) se ne sono progressivamente distaccate, rivendicando la loro incondizionata sovranità.
Sarebbe auspicabile che tutti gli Stati si impegnassero a rilanciare il ruolo degli organismi sovranazionali – da cui dipende la pace e, forse, il futuro dell’umanità. Ma alcuni di loro non riescono ancora a farlo, vincolati a pretese imperialistiche ed egemoniche che sono la negazione della pari dignità e della pace. Eppure, non è più il tempo di popoli eletti né di destini eccezionali e neppure è possibile, per quanto riguarda l’Occidente, affermare i principi dell’eguaglianza e della libertà, continuando a praticare verso gli altri l’ideologia della white supremacy, con il suo sottofondo razzista.
Chi accusa il pacifismo europeo di essere poco realistico, e di confondere la politica con la morale, aggiunge spesso che quella europea non è stata una vera “rinuncia alla potenza” quanto, piuttosto, una lunga e opportunistica subordinazione alla potenza degli Stati Uniti. È un’obiezione ingenerosa che ha, comunque, qualche fondamento e che, al di là delle intenzioni di chi la muove, ci aiuta a comprendere meglio il bivio di fronte a cui si trovano oggi i popoli europei:
completare una vera unificazione politica, che dia loro la forza, e la credibilità, per sostenere, insieme con gli altri popoli interessati, la prospettiva di un ordine mondiale fondato sulle regole del diritto e sul dialogo paritario; oppure, in assenza di ciò, rassegnarsi a veder prevalere, anche nella scena pubblica europea, i fautori della ‘democrazia dei signori’, di un sovranismo che vede nella guerra lo strumento per legittimare il primato nazionale e il diritto del più forte.
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