Donne e madri nel secondo conflitto mondiale
A lungo si è discusso sul reale valore letterario de La storia di Elsa Morante. Che sia o meno un capolavoro, è un romanzo che ho amato molto. In esso la Morante tratteggia un ritratto di donna e di madre che penso abbia ancora molto da insegnarci. Nello scenario dell’Italia in guerra al fianco dei tedeschi, Ida è una maestra di mezza età di lontane origini ebraiche: pavida, fragile nel corpo e ancor più nella mente. Un essere umano disarmato, posto di fronte al peso della Grande Storia. La donna incontra, in circostanze drammatiche, un soldato tedesco. Nel breve tratteggio della sua altrettanto breve esistenza, l’autrice ce lo descrive come un giovane in cui convivono “andatura marziale” e “sguardo disperato”, “fanatismo disciplinare” e “dichiarazione provocatoria”. Una figura affetta da una ”orrenda e solitaria malinconia”, malamente sospesa tra marziali sogni africani e nostalgia del grembo materno. È il ritratto dei tanti giovani che, in un clima di militarizzazione delle coscienze, stentano a trovare una qualche gravezza teutonica e a farsi guerrieri. Oltre a questo suo spaesamento, Gunther patisce, come una spina nella carne, la sorda ostilità degli abitanti del quartiere di San Lorenzo, a Roma, dove si trova per una breve licenza.

L’impatto tra i due genera un amplesso che è insieme violenza, incesto e desiderio riportato alla sua dimensione primitiva, a-morale. Da quell’unico rabbioso e crudele incontro di due esseri spaventati, che non si capiscono neppure e tanto meno si amano, nascerà un figlio che Ida accoglierà senza riserve. Quel bambino rappresenta la vita nelle sue forme brute e contorte, nel suo significato per così dire “ontologico”, assoluto, che si vendica delle miserie umane. Per quel bambino la timida e inerme Ida sperimenterà un suo personale titanismo arrivando a mangiare l’erba dei campi, a rubare, a perdere ogni remora morale, a farsi archetipo della follia che sottende l’amore nella sua dimensione più alta, pulsionale e primordiale. In questo modo essa si pone prima e oltre la storia, e la cultura che da essa discende. Sarà sconfitta, come è inevitabile che sia. La morte di Useppe la priverà del senno, perché è nei brevissimi anni di vita di quel figlio che si è riversato il senso della sua intera esistenza.

È sul matrimonio esogamico che si fonda la procreazione e il matrimonio esogamico prevede, da parte della donna, l’assolvimento del compito di accogliere un compagno appartenente a una tribù diversa con il quale generare figli non riconducibili integralmente al proprio sangue, alla propria stirpe. Solo in questo modo è possibile garantire la sopravvivenza della specie.
Il modello di accoglienza di cui Ida è archetipo, è pertanto insito nell’esperienza stessa della maternità, quando la donna si trova ad accogliere e ospitare l’essere che essa stessa ha generato e che è sì parte di sé, ma anche altro da sé. In ciò la donna sperimenta il “dono di sé” che, in quanto dono, non richiede contropartita. È oblativo, appunto.
Da ciò dipende la funzione irenica, tesa cioè alla pace, che caratterizza l’essere femminile nella storia, a partire dalla rappresentazione che Aristofane ne fa nella sua Lisistrata.
In quanto costitutivamente “duale”, la donna ha in sé gli strumenti per ricevere l’altro, sia esso un soldato nemico dallo “sguardo straziato di una ignoranza infinita e di una consapevolezza totale”, sia esso il figlio che questi le ha lasciato.
Viceversa, la guerra è, in quanto s-contro, l’antitesi stessa dell’in-contro, e quindi del dialogo con l’altro, tanto da accanirsi con particolare violenza proprio sulle figure che quel dialogo incarnano: le donne. Ma la guerra è anche pulsione di morte, e in quanto tale, tende a cancellare il futuro, attraverso coloro che lo incarnano: i bambini. Quello che sta succedendo oggi a Gaza ne è la conferma.
Come Ida, anche Leni, la protagonista del bellissimo romanzo di Heinrich Böll Foto di gruppo con signora, accoglie senza riserve il “figlio della colpa”, concepito nel pieno della seconda guerra mondiale con Boris, un prigioniero di guerra russo con il quale vive un’intensa e, per forza di cose, pericolosa storia d’amore.
Anche Leni, come Ida, è una donna “slittata ai margini del grande corso della Storia” (Magris). Non bella, neppure troppo simpatica, tutt’altro che intelligente, è però dotata di un istinto innato e di una “straordinaria sensualità” che Ida non ha. Possiede, inoltre, una sicurezza di sé che le consente di dare, all’occorrenza, delle vere e proprie zampate a quel Moloch rappresentato dalle convenzioni sociali e dal perbenismo borghese. Anche lei sarà schiacciata dalla guerra che le porterà via quasi tutto, tra cui il figlio, finito in carcere per certe sue intemperanze. Ma, a differenza di Ida, la testarda e “irragionevole” Leni – capace di “sputare in faccia a tutto questo pensando solo al suo amore” (dimostrandosi, in questo, molto “ragionevole”) – si salva proprio per la sua capacità di accogliere l’altro nella sua nudità, tanto da creare attorno a sé una stabile rete di protezione (“non è poi morta di fame neanche in tempo di pace”). Si pensi al modo con cui si ostina ad offrire il suo caffè migliore al prigioniero, così come un tempo “ciascuno riceveva la sua scodella di minestra alla porta del convento senza che nessuno gli chiedesse di che religione era o pretendesse di fargli dire frasi edificanti”.
Molto diverso, almeno in apparenza, è il personaggio di Cesira, la protagonista de La ciociara di Alberto Moravia. Attraente suo malgrado (“io non desideravo più l’amore e volevo diventare una donna vecchia e campare tanti anni da nonna e da vecchia accanto a Rosetta ed ai suoi bambini”) Cesira affronta le cose, belle o brutte che siano, senza porsi troppe domande. Spavalda e spregiudicata – seppure conformista nell’animo – è una “burina” divenuta bottegaia, che ha scelto di attaccarsi alla roba per quella sorta di angustia morale che impedisce a molti di vedere oltre. Rosetta, la figlia, è “un fiore cresciuto in una serra calda” che la madre coltiva per farne il suo strumento di riscatto sociale e forse anche morale, ma che pure ama a suo modo, e vorrebbe tenere lontano dal male che preme sul mondo. Anche lei, come Leni, come Ida, andrà incontro alla sconfitta.
Nel romanzo, la violenza della guerra raggiunge il suo punto di non ritorno con lo stupro subito da Rosetta. Cesira, che nell’intento di salvarla ha creato le condizioni perché ciò avvenisse (“l’agnello condotto al macello, e non lo sa e lecca la mano che lo trascina verso il coltello”) di fronte al suo sacrificio sente, oltre all’impotenza, un confuso senso di colpa che rimette in discussione il suo rapporto con l’esistenza.

All’autore va il merito di aver compreso il peso reale del reato di stupro,
in un’epoca di rimozione dei crimini di guerra perpetrati dalle truppe alleate e di sottovalutazione delle imponenti conseguenze della violenza sessuale (derubricata a “delitto contro la morale”).
Dal diario di don Zossi, parroco di Avasinis di Trasaghis: “C’erano in paese due donne, le quali per ragioni di famiglia prestavano esercizi casalinghi ai tedeschi sul Forte di Osoppo. Erano state diffidate dai partigiani, ma non vi avevano dato eccessivo peso alla proibizione. Una sera dei primi di luglio sono discesi in paese molti partigiani armati: si cerca Di Bez Maria, una delle due. La si incontra verso le dieci e dopo un breve e concitato colloquio le si spara addosso una decina di colpi”.
Siamo nel 1944, Maria Assunta, in famiglia Mimì, è rientrata da Roma dove lavora in una mensa militare. L’avanzata del fronte le impedisce di tornare indietro. Ad Avasinis ha un figlio che vive con i nonni, al quale deve provvedere da sola avendo volontariamente messo fine a un matrimonio infelice. L’impiego alla mensa Todt di Osoppo le consente di provvedere a lui. Ai partigiani che le chiedono di lasciare il lavoro risponde in tono di sfida: <Ti occupi tu di trovarmene un altro?>. Li rimprovera, anche, quei partigiani, per la superficialità e la leggerezza con cui danno in mano le armi a combattenti poco più che bambini.
Ce n’è a sufficienza per essere messa a tacere. Tra le file della Resistenza comincia a circolare la voce che lei sia una spia, una che ce l’ha con i partigiani. “Scurta i viaçs”, accorcia i viaggi, le intimano. Insomma, smettila di andare là. Ma Mimì non cede. Così, un giorno, la mandano a chiamare e le sparano davanti al figlio dodicenne.
Lei prova a scappare. Racconta Giovanni Stefanutti (grazie a Pieri Stefanutti per le testimonianze): <… lei si è divincolata ed ha cercato di fuggire. Abbiamo sentito sparare, pensavamo fossero i tedeschi.
Dalla finestra dove abbiamo sentito sparare, ci siamo spostati sul ballatoio e abbiamo visto una donna fuggire inseguita. Ho visto distintamente il fuoco partire dal mitra; lei è stata colpita ed è andata a ripararsi in una stalla>.
Quella donna era la zia di mia madre. Morirà quella stessa notte.
Se, da una parte, Mimì era la vittima perfetta, coloro che la uccisero erano i carnefici perfetti in un contesto che preparò e favorì la tragedia fino a renderla inevitabile.
Mimì, che a Roma, nonostante la disapprovazione dei suoi, stava vivendo la sua storia d’amore con un ufficiale dell’esercito italiano, era una che difendeva le proprie scelte e non la mandava a dire, una che guardava dritto negli occhi gli uomini, una che rivendicava il diritto di amare e di autodeterminarsi, una che sapeva dire di no. Niente di più pericoloso per una donna, ancora oggi, figuriamoci allora. Si dice fosse legata al figlio da un attaccamento quasi ferino, con il quale tentò fino all’ultimo di difenderlo dal dolore e dalla violenza, senza riuscirci.
Anche Bepo (questo era il suo nome), come Useppe, come Lev, come Rosetta, portò nella carne, finché visse, gli esiti di quella violenza che si tradussero nell’inquietudine che lo spinse a lasciare gli affetti e a emigrare in Canada, da dove tornerà cieco e senza un soldo.
Ho voluto concludere con un personaggio che non è letterario, ma che bene incarna gli esiti della violenza sulle madri in tempi di guerra. Faccio spazio a Mimì tra Ida, Leni e Cesira e chissà che non diventi, un giorno, la protagonista di un suo romanzo.
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