Salvando Gaza, salviamo noi stessi
di Nazzareno Troian
Il 7 ottobre 2023 si è inscenato un trauma collettivo che ha lasciato il mondo stupefatto. Le notizie che arrivavano da Israele erano raccapriccianti e tutti eravamo, al di là delle proprie idee politiche, increduli e profondamente colpiti. Se Hamas voleva far riemergere il caso palestinese in tutto il pianeta, era senz’altro riuscito nell’intento. Fino a quel momento, l’attenzione internazionale a ciò che accadeva in quei territori era prossima allo zero, ora si apriva il vaso di Pandora. Si evidenziava, cioè, come la popolazione palestinese vivesse in cattività da decine di anni: i confini erosi dalla progressiva occupazione illegale, la popolazione residente esiliata, le case distrutte, le risorse razionate.
A questo va aggiunto il totale isolamento dal resto del mondo di quasi due milioni di palestinesi della striscia di Gaza, distribuiti in un territorio con una superficie pari a un sesto della provincia di Pordenone. Contro di loro si sono succedute, negli anni, continue incursioni, da parte di Israele, con centinaia di morti. Purtroppo, tutto ciò, prima dello sciagurato e orrendo atto terroristico del 7 ottobre, non era noto o veniva riportato in modo distorto dai media, come ha rigorosamente documentato lo studioso Enrique Galvan Alvarez che ha parlato di “violenza epistemica”. I campi profughi di Jenin e di Hebron sono stati devastati più volte prima del 2023, come descritto in “Ogni mattina a Jenin” toccante romanzo e testimonianzadi Susan Abuklhava, e interi villaggi della valle del Giordano ridotti in macerie per far posto ad insediamenti illegittimi di coloni ebrei, a dispetto delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra. È interessante notare come, dopo l’11 settembre, abbia preso piede anche la raccolta illegittima dei big data, in palese violazione delle norme sulla privacy. In nome della guerra al terrorismo, strumentalmente evocato, ogni regola di difesa della privacy è svanita e i grandi gestori della comunicazione hanno oggi briglie sciolte per le loro trame. Non solo, nel segno della sicurezza di Israele prima e degli USA poi, si è deciso che qualsiasi diritto individuale può essere messo in discussione attraverso detenzioni amministrative, strumenti di tortura per estorcere confessioni, creazione di luoghi oscurati al mondo dove poter agire liberamente (si pensi alle carceri di Guantanamo, AbuGHraib, e Sde Teiman).

Sul piano simbolico, Nurit Peled Elhanan, docente all’Università ebraica di Gerusalemme, ha parlato di come, in Israele, i palestinesi vengano rappresentati come una sottopopolazione: vile, deviante, criminale. Nei testi scolastici, gli arabi sono raffigurati nelle vesti di un “cammello in abito di Ali Baba”. La disumanizzazione di un popolo è il primo passo per procedere poi verso il deliberato annientamento del popolo medesimo, come la storia ha ampiamente dimostrato proprio nei confronti della popolazione ebraica che ora, quasi per contrappasso storico, si sta macchiando dello stesso inumano peccato.. In questo “humus” è nato Hamas e ha guadagnato subito consenso tra i gazawi, che vedevano in questa frangia estremista la sola difesa contro l’oppressione subita. Oggi, dopo la crudele rappresaglia israeliana a Gaza, i gazawi non lo vorrebbero al potere nella Striscia, mentre gli abitanti della Cisgiordania vedono ancora in Hamas il solo baluardo della loro causa, così ha risposto ai SPGFVG Aisha Mansour in collegamento online dalla Cisgiordania
Su tutto questo è calato a lungo il silenzio del mondo occidentale. Certamente, nessuno si aspettava che Israele, conosciuto per la sua forza militare e ancora più per la capacità formidabile di intelligence e la conseguente sorveglianza di massa della popolazione di Gaza e della Cisgiordania, fosse così vulnerabile da non riconoscere e neutralizzare preventivamente una aggressione destruente come quella subita il 7 ottobre. Nello stesso tempo, la reazione israeliana, attesa da tutti, è stata talmente sproporzionata da non distinguere tra obiettivi civili e militari, cioè legati al terrorismo armato. Il bilancio è di decine di migliaia di civili, un quarto dei quali bambini, uccisi spesso anche da cecchini, come è stato testimoniato da attivisti umanitari anche italiani.
Se l’atto di Hamas equivale a un attacco terroristico nel corso del quale si sono assassinati civili innocenti e si è seminato il terrore tra la popolazione, l’uccisione indiscriminata della popolazione senza distinzione tra presunti terroristi e civili indifesi è, secondo le convenzioni dell’AIA e di Ginevra, un crimine di guerra, tra i quali si iscrive anche il blocco degli aiuti umanitari e degli approvvigionamenti alimentari.
La striscia di Gaza è diventata così una prigione a cielo aperto per circa due milioni di persone che sottostanno, dal 2007 a un totale blocco aereo terrestre e marittimo e al sostanziale blackout informativo dovuto all’allontanamento forzato della stampa internazionale dal perimetro della striscia di Gaza.
In questo contesto, nell’ottobre del 2023 è nato, a Firenze, il primo gruppo di SANITARI PER GAZA, che oggi opera all’interno di una rete presente sia in Italia che all’estero
Come sanitari, il nostro obiettivo è curare e salvare vite. A questo scopo, molti hanno offerto le loro professionalità: infermieri, fisioterapisti (di cui si sente un grande bisogno stanti i traumi da bombardamento), farmacisti, dietisti, psicologi e medici. In diversi ospedali del nostro Paese si è potuta attivare una rete di accoglienza per minori e non solo, anche se è estremamente complicato riuscire a portare i gazawi fuori dall’inferno. L’iter è, infatti, molto complesso e, comunque sia, l’ultima parola spetta sempre al Cogat (l’israeliano Coordinamento delle Attività Governative nei Territori) che non dà certo prova di essere interessato al “benessere” dei palestinesi.
Posso affermare, per esperienza diretta, che alcuni bambini amputati e con multiple ferite sono stati ricoverati presso il policlinico di Padova, grazie anche all’attività del gruppo locale dei Sanitari per Gaza che ha predisposto, insieme ad altre associazioni umanitarie, il ricovero, la logistica per gli accompagnatori e il post-ricovero per la riabilitazione.
Oltre all’aspetto più propriamente sanitario, un nostro obiettivo è anche la denuncia di quanto è accaduto e continua ad accadere a Gaza, a dispetto di una tregua rimasta solo sulla carta.
Insieme a ciò, vogliamo portare all’evidenza la situazione in Cisgiordania, dove prospera il “colonialismo di insediamento” che è, secondo una definizione dello storico Patrick Wolfe, quella forma di colonialismo che consiste nell’occupazione di un territorio attraverso la cacciata o l’annientamento dei precedenti residenti. Nel settembre del 2025, anche su sollecitazione dei gruppi veneti dei Sanitari per Gaza, si è costituito il gruppo SPG del Friuli Venezia Giulia. La partecipazione alle diverse manifestazioni in regione, a favore della causa palestinese, ha portato a una lenta ma costante crescita del gruppo che oggi annovera al suo interno una cinquantina di sanitari che hanno operato e sono ancora attivi nelle diverse (ex) province della Regione. Il punto programmatico che ci siamo dati è quello di facilitare le pratiche amministrative e organizzative per il ricovero dei bambini in strutture sanitarie adeguate, per la ricerca di un alloggio per l’accompagnatore, per la gestione del paziente nel post-ricovero e la definizione di uno status giuridico che permetta l’assistenza fino a quando il paziente rimane in Italia.

Queste sono le priorità, anche se la nostra mission non finisce qui, ma si concentra sulla denuncia dei crimini commessi a Gaza e in Cisgiordania e sulla dissoluzione del velo di silenzio, se non di ipocrisia, dei nostri governanti che, pur dopo le imponenti manifestazioni spontanee dell’autunno scorso, non hanno avuto l”ardire”(sia detto con sconsolata ironia) di prendere una posizione netta di condanna e di cancellare tutti gli accordi commerciali e militari con Israele. A questo proposito, ricordo la grande campagna di boicottaggio promossa da “Sanitari per Gaza” – a cui ha aderito da subito anche il gruppo del FVG con volantinaggio e affissione di locandine nelle farmacie – contro la multinazionale del farmaco israeliana TEVA che sostiene il regime israeliano sia indirettamente, con il supporto finanziario, sia direttamente con promozione di benefit all’esercito israeliano. Anche in questo caso , le istituzioni non hanno mosso un dito, o quasi. Recentissimamente, tre membri di una famiglia sono giunti da Gaza nella città di Udine, grazie al grande impegno e al coraggio di una laureanda in Medicina dell’ateneo friulano e grazie anche all’intervento del Patriarcato di Gerusalemme. La collaborazione con i dirigenti dell’ospedale civile di Udine e anche con alcuni rappresentanti politici regionali è stata soddisfacente. Della famiglia fa parte una giovane donna che presenta una gravidanza ad alto rischio per ipertensione arteriosa e problematiche metaboliche. Ha già perso tre figli sotto i bombardamenti. Il nostro imperativo morale, deontologico e umano è di consentirle di portare avanti questa nuova vita.
Salvando Gaza, l’umanità salva se stessa e la pace tra i popoli.
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