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La ridicola follia dei grandi dittatori

di Paolo Venti

La ridicola follia dei grandi tiranni

 

La storia antica è piena di aneddoti raccapriccianti sulla follia degli imperatori, dagli abusi di Silla alle stravaganze di Caligola, Nerone, Caracalla. I Greci se n’erano preoccupati già prima, messi sull’avviso dalle crudeltà di qualche tiranno, e avevano costruito molto del loro pensiero attorno al concetto di hybris, quella perdita di controllo che subentra nelle menti umane quando si supera il livello della normalità, quando si aprono davanti a noi possibilità inusuali che ci spingono a decisioni folli, alla perdita di controllo, alla rovina. Il re Serse che fa frustare il mare, Agamennone che sacrifica la figlia e cammina sulla porpora. La questione del potere, di cosa accade quando per varie vie qualcuno raggiunge i vertici e può gestire le vite e i beni degli altri, spesso di tantissimi altri, è ovviamente uno dei temi che ha fatto più discutere, da sempre.

Si è andati dal sogno di società ideali, paradisi primitivi di pace e libertà in cui non serviva alcun governo, a forme di utopia in cui regnasse sovrana la giustizia e l’equilibrio fra le parti del corpo sociale, sul modello platonico, ad analisi disincantate e realistiche della violenza e sopraffazione che la gestione del potere spesso porta con sé. L’analisi tucididea non è che il primo lucido racconto di cosa significhi l’esercizio violento della politica (fra l’altro all’interno di un sistema democratico).


La questione si intreccia inevitabilmente con la ricerca di forme di governo in cui da modelli ereditari e autoritari (monarchie, tirannidi) si passasse a forme rappresentative, fatte di elezioni, organi legislativi, divisioni di poteri, nello sforzo di raccordare governanti e governati. La democrazia insomma, nelle sue varie declinazioni. Con l’idea che esistesse un progresso da un modello irrazionale e violento di governo a conquiste di giustizia capaci di garantire sia a livello interno che nei rapporti internazionali un equilibrio e un ordine giusto.

 

Ma se l’umanità è stata capace di un progresso incredibile in ambito tecnologico, pare che qualcosa non abbia funzionato nella gestione dei rapporti umani, nella politica. E ci svegliamo a volte, dopo qualche decennio di relativa pace, con l’angosciante impressione di essere in pessime mani, che il potere abbia acquisito di nuovo quel volto terrificante e folle che gli antichi temevano. come un brivido antico, quello che forse si provava davanti a certe efferatezze e prepotenze di capi unni, o mongoli davanti alle quali improvvisamente pareva che tutta la lenta costruzione di civiltà venisse meno e si affacciasse di nuovo il regno del caos. Il dittatore coreano che fa sbranare lo zio dai cani o lo dilania legandolo alla bocca di un cannone non è roba di un passato che sorridendo leggiamo nel libro di storia, è roba di ieri. Come è roba di ieri, anzi di oggi, anzi di ogni giorno ormai, la sequela di notizie allucinanti su potenti della terra che ci parla di abusi ingiustificati, di arbitrio incontrollato, di sfacciato esercizio della violenza. C’è una traccia micidiale che, pur nelle situazioni più diverse, unisce fra loro tanti momenti cruciali della storia, dalle atrocità antiche alla sciagura nazista a certi eventi che oggi ascoltiamo in televisione. È come se il potere potesse ogni volta trasformarsi in incubo, come se la parole sensate e ragionate della politica potessero improvvisamente mostrare la faccia orribile del sopruso, dell’arbitrio. Come se la follia covasse sotto le vesti del diritto, del giusto, pronta a venir fuori, come da un uovo di serpente, non appena le circostanze le lasciano uno spiraglio.

La pazzia al potere, questo è, e nemmeno in senso troppo metaforico visto che ex post gli psichiatri ne hanno facilmente individuato le tracce in alcuni folli dittatori, e visto che qualche dubbio sulla sanità mentale di qualche nostro governante sta emergendo in modo del tutto esplicito. La sentiamo con terrore questa follia dietro le violenze e le guerre che i media ormai non ci risparmiano più, ma la vediamo esplicita, sfacciata nei gesti e nei proclami più volgari: il calice-teschio di Alboino impallidisce davanti alla torta di compleanno con il cappio esibita da un noto leader israeliano.

Contro questo pericolo terribile, contro la possibilità che un folle decida di cancellare una civiltà intera in una notte o di schiacciare il famoso pulsante rosso della guerra nucleare, la democrazia ha cercato antidoti, tutele: dall’ostracismo ateniese all’impeachment, dalla divisione dei poteri agli organismi internazionali, ma vediamo ogni giorno quale fatica faccia tutto questo a contenere il serpente del potere, il fantasma della follia al governo.

E così assistiamo attoniti a questa perdita totale di controllo, linguistico innanzitutto, fatto di proclami allucinati e spregio di ogni limite, ma capace di tradursi in fatti aberranti, in genocidi e guerre pretestuose.

Un modo di fare politica che ormai ha assunto le forme di un gioco folle, un Risiko in cui mirare via via alla Groenlandia, al Venezuela, a Cuba, non fosse che si fa sul serio.

Assistiamo attoniti a quale mix esplosivo possa determinarsi dall’intreccio di potere politico e potere economico, a quale degenerazione del pensiero razionale discenda a cascata dalla follia dei vertici alle comunicazioni quotidiane.
Apparent rari nantes, direbbe Virgilio, restano solo pochi a galla, poche persone capaci di mantenere una rotta in questa deriva incredibile

Le stelle del diritto internazionale si affievoliscono, occorre avere occhi buoni e determinazione forte per nuotare nella direzione giusta. Speriamo di farcela, speriamo che quei pochi che sono rimasti lucidi ci guidino alla riva.