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Blognotes 23

Mag/Giu. 2026. Il tema del numero 23 è WAR

C’è una distanza che non è solo storica, ma morale, tra le parole pronunciate da Dwight David Eisenhower nel 1961 e quelle diffuse da Donald Trump tra il 29 febbraio e il 7 aprile 2026. Nel suo discorso di fine mandato, Eisenhower – generale, uomo di guerra, e proprio per questo consapevole del suo peso – ammoniva: «Ogni arma da fuoco prodotta, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa, in ultima analisi, un furto ai danni di coloro che sono affamati…». Era un monito lucido, quasi severo, rivolto a un mondo già segnato dalla Guerra Fredda ma ancora capace di interrogarsi sul costo umano ed etico delle proprie scelte.

Sessantacinque anni dopo, il registro è cambiato radicalmente. «L’Iran vuole fare l’accordo, io no. Li abbiamo distrutti», scrive Trump il 29 febbraio 2026. E pochi giorni più tardi, il 7 aprile: «Questa notte una intera civiltà morirà». Non c’è riflessione, non c’è dubbio, non c’è peso etico. C’è la narrazione della forza, la spettacolarizzazione del conflitto, la riduzione della guerra a dichiarazione d’impatto. È qui, in questo scarto di linguaggio e di visione, che si misura quanto siamo cambiati.

Eisenhower parlava da dentro la macchina militare, ma ne denunciava i rischi, temendo il potere del complesso industriale-militare. Trump parla da dentro un sistema che quel complesso lo ha assorbito, normalizzato, reso quasi inevitabile. Nel mezzo, decenni in cui la guerra non è mai davvero uscita dalla storia, ma ha cambiato forma: meno dichiarata, più diffusa, meno visibile nei nostri notiziari, più costante nella vita di milioni di persone.

Oggi non esistono solo i grandi fronti che dominano il dibattito pubblico – il Medio Oriente, l’Ucraina – ma una costellazione di conflitti che attraversano Africa, Asia, America Latina. Guerre “minori” solo per chi non le vive. Secondo le stime più accreditate, ogni anno milioni di persone sono coinvolte direttamente o indirettamente in scenari di violenza armata. Tra loro, migliaia e migliaia di bambini. Vittime senza colpa, senza voce, senza scelta.

Come siamo arrivati a questo punto? Anche attraverso un progressivo svuotamento del linguaggio. La guerra non è più raccontata come tragedia collettiva, ma come necessità strategica, operazione chirurgica, difesa preventiva. E quando il linguaggio si svuota, si svuota anche la percezione della responsabilità.

Nel numero di giugno di Blognotes abbiamo cercato di rimettere insieme i pezzi di questo mosaico inquietante. Analizziamo la situazione internazionale senza scorciatoie, cercando di capire chi trae profitto dalla vendita di armi e quali siano i meccanismi economici che si attivano ogni volta che un conflitto si accende. Ci interroghiamo sul ruolo delle religioni, spesso utilizzate come giustificazione o moltiplicatore di tensioni, e sul perché, nel XXI secolo, continuiamo a risolvere i conflitti con strumenti che appartengono ai secoli passati.

Guardiamo da vicino anche realtà che ci toccano direttamente, come la base di Aviano, crocevia strategico in numerosi scenari bellici e simbolo di una presenza – quella delle armi nucleari – tanto silenziosa quanto minacciosa. Quarantotto testate che esistono, anche se raramente entrano nel dibattito pubblico, e che rappresentano una contraddizione difficile da ignorare. Insomma, una atomica nel giardino di casa. Raccontiamo  i movimenti dei mercati finanziari che reagiscono ai conflitti con una rapidità quasi cinica, trasformando la guerra in variabile economica. Ma soprattutto diamo spazio alle persone: a chi la guerra la subisce, a chi la racconta dal fronte, a chi prova a contrastarla con gesti concreti, come i volontari impegnati nelle zone più difficili. E c’è anche uno sguardo diverso, forse più necessario che mai: quello dell’arte, della cultura, della narrativa, del cinema. E quello dei ragazzi che scrivono per noi, che provano a dare un nome alle proprie paure e ai propri interrogativi. Perché la guerra non è solo un fatto geopolitico: è uno stato d’animo, una frattura che attraversa le coscienze.

Tra Eisenhower e Trump non c’è solo una differenza di stile. C’è il passaggio da una consapevolezza dolorosa a una superficialità pericolosa. E forse la domanda più urgente, oggi, non è solo come fermare le guerre ma come tornare a percepirle per quello che sono: una sconfitta  dell’umanità. Ogni volta. 

La redazione