Articolo presente in

Le atomiche in giardino

di Loris Del Frate

Le atomiche in giardino

Foto di Imkimc da pixabay

La base aerea di Aviano Air Base non è solo una presenza militare sul territorio, rassicurante per alcuni, ingombrante per altri. Già, perchè è anche una linea di confine tra guerra e pace, tra decisioni prese altrove e conseguenze che passano anche da questa terra. Una pista di decollo che, negli ultimi trent’anni, ha accompagnato quasi tutte le principali operazioni militari occidentali.

Dalle origini alla deterrenza

Nata come campo di volo già durante la Prima guerra mondiale, Aviano diventa nel secondo dopoguerra una delle basi strategiche della United States Air Force in Europa, all’interno del dispositivo della Nato. Durante la Guerra Fredda il suo ruolo è quello della deterrenza: essere pronti a colpire senza dover colpire. Una minaccia silenziosa, costante, che contribuisce all’equilibrio tra blocchi. Tutto sopra le teste del popolo pordenonese e friulano. 

Il punto di non ritorno: i Balcani

La svolta arriva negli anni Novanta. Con il crollo della Jugoslavia, Aviano smette di essere solo una base di attesa e diventa una base di guerra. Nel 1995 partecipa all’operazione Operation Deliberate Force. Ma è nel 1999, con l’operazione Operation Allied Force, che il suo nome entra definitivamente nella storia. Da qui decollano i caccia F-16 Fighting Falcon che partecipano ai bombardamenti sulla Serbia. Sono proprio gli F-16 partiti da Aviano tra i primi a colpire Belgrado. Non una simulazione, non una minaccia: guerra reale. Missili, obiettivi colpiti, città sotto attacco. È il passaggio definitivo: Aviano non è più solo una base strategica, è diventata a tutti gli effetti una base operativa.  Da quel momento, ogni crisi internazionale troverà in quella pista un punto di partenza possibile.

Dal Golfo al Medio Oriente permanente

Già durante la Guerra del Golfo la base aveva svolto un ruolo di supporto. Ma dopo i Balcani, la sua centralità cresce. Con le operazioni Operation Enduring Freedom e Operation Iraqi Freedom, Aviano entra stabilmente nella rete logistica e operativa delle guerre americane. Velivoli, uomini, materiali transitano da qui. Nel 2011, durante la crisi libica, torna in prima linea con Operation Unified Protector. E oggi, con le tensioni globali sempre più accese, continua a essere una piattaforma pronta.

Cosa c’è dentro Aviano

Oggi la base ospita il 31st Fighter Wing dell’Usaf. Il suo cuore operativo resta la flotta di F-16 Fighting Falcon: circa 50-60 velivoli, pronti a missioni aria-aria e aria-terra. Ma il dato più sensibile riguarda ciò che non si vede. Secondo numerose analisi indipendenti, Aviano ospita ordigni nucleari tattici B61 nuclear bomb, nell’ambito della strategia Nato di condivisione nucleare. Le stime parlano di decine di bombe, spesso indicate attorno a quota 40-50. Non sono esposte, non sono dichiarate ufficialmente, ma esistono nel perimetro della deterrenza. E questo basta a rendere Aviano uno dei punti più delicati d’Europa. Una atomica nel giardino di casa. 

Una presenza che divide

Per alcuni, la base rappresenta sicurezza: un presidio che garantisce stabilità in un mondo instabile. Per altri, è l’esatto contrario: un bersaglio potenziale, un simbolo di guerra permanente, un ingranaggio di un sistema che continua a produrre conflitti. La realtà è che Aviano è entrambe le cose. È difesa e proiezione offensiva. È deterrenza e possibilità concreta di intervento. È lontana dai fronti, ma collegata a tutti i fronti. E chi vive in queste terre non può fare nulla, deve accettare in silenzio. Tutto vola sopra le teste, esattamente come i caccia a Stelle e Strisce.  

La pista che racconta le guerre

Dai Balcani a oggi, passando per Iraq, Afghanistan, Libia e le tensioni contemporanee, la base di Aviano ha accompagnato ogni stagione di guerra degli ultimi decenni. E ogni volta con lo stesso schema: decisioni prese nei palazzi della politica internazionale, esecuzione affidata a chi da quella pista decolla. Quando nel 1999 gli F-16 partirono per colpire Belgrado, si è capito che quella non era più solo una base. Era diventata un punto da cui la guerra può iniziare davvero. E oggi, mentre il mondo sembra attraversato da un numero crescente di conflitti, quella pista resta lì, pronta. Silenziosa, operativa, decisiva. Con una domanda che resta sospesa: è un presidio che protegge la pace o uno dei luoghi da cui, ancora una volta, potrebbe partire la prossima guerra.