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Note blu contro i confini

di Flavio Massarutto

Dai cantautori pacifisti fino ai compositori accademici sono tantissime le musiche composte come reazione alle guerre.
Proverò qui a dare conto di alcuni lavori nell’ambito della musica jazz senza per questo volerne fare modelli esemplari ma seguendo solo l’ispirazione del momento, della memoria e del caso.

Dietro ad una musica ci sono sempre delle storie. Narrazioni su fatti che l’hanno generata o sul processo del suo farsi. Nel caso del musicista afroamericano Billy Bang (al secolo William Vincent Parker, 1947-2011) si tratta di una esperienza autobiografica. Nato a Mobile, Alabama, senza conoscere il padre si sposta poi a New York dove vive sulla sua pelle il disagio per le discriminazioni razziali. Studia musica e pratica il violino senza però farsi coinvolgere particolarmente dall’approccio classico alla musica.

 

Nel 1966 parte per il Vietnam dove finisce in prima linea e, a causa della sua piccola corporatura, viene destinato a diventare un tunnel rat cioè uno di quei soldati americani che armati solo di una torcia e di una pistola si infilavano nei cunicoli sotterranei costruiti dai partigiani vietcong per distruggerli. Una esperienza devastante il cui ricordo il musicista cercherà di cancellare con l’uso di droghe e alcol ma che ritornerà a tormentare i suoi sogni notturni per anni. Ritornato in Patria nel pieno delle rivolte razziali e studentesche Billy Bang si avvicina a uno dei tanti gruppi rivoluzionari neri. Per la sua esperienza militare viene incaricato di procurare le armi per una rapina che dovrebbe finanziare l’attività del gruppo. Ma recatosi nel banco dei pegni anziché pistole e fucili Bang vede in vetrina un violino e lo acquista. I suoi compari verranno arrestati mentre lui sfugge miracolosamente alla retata e sceglie di dedicarsi alla musica. Ama i maestri del free e quello che stanno facendo i musicisti della A.A.C.M. di Chicago. Studia con Leroy Jenkins che gli fornisce un modello di violinismo d’avanguardia di cui diventa uno degli esponenti più rilevanti a partire dagli anni Settanta. Nel 2001 decide, su proposta della casa discografica canadese Justin Time, di fare i conti con la sua tragica esperienza in Vietnam. Convoca altri musicisti veterani della “sporca guerra”, Ted Daniel, Frank Lowe, Ron Brown, Michael Carvin, Butch Morris ai quali si aggiungono Sonny Fortune, John Hicks e Curtis Lundy e incide Vietnam, The Aftermath (Justin Time), ricapitolazione catartica con l’orrore. Bang mette in musica quella storia come un bluesman che racconta i propri demoni guardandoli in faccia, parlando e danzando con loro. Il disco ha successo ed è seguito due anni dopo da Vietnam: Reflections (Justin Time) nel quale ospita anche due musicisti vietnamiti e prova a fondere jazz e musica popolare di quel Paese. Questa volta il tono è lirico e struggente. La musica come riparazione e riconciliazione.
Un altro modo di fare musica sulla guerra è quello della denuncia, della presa di distanza.

Una formazione che è passata alla storia del jazz è la Liberation Music Orchestra, fondata nel 1969 dal contrabbassista Charlie Haden (1937-2014), portabandiera di un jazz terzomondista e antimperialista. Dalla sua costituzione questa orchestra ha sempre commentato gli avvenimenti politici siano essi la guerra del Vietnam, quella in El Salvador, l’apartheid in Sudafrica e schierandosi apertamente contro le politiche repressive e guerrafondaie. Il loro quarto disco in studio Not In Our Name (Universal Music, 2005) può essere definito un lavoro monografico interamente dedicato per denunciare le guerre scatenate dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Haden nelle note di copertina afferma: “Noi vogliamo che il mondo sappia che le devastazioni compiute da questa amministrazione (guidata dal repubblicano George W. Bush) sono compiute non nel nostro nome. Non nel nome di moltissime persone di questo Paese.”. Le musiche contenute nel disco vanno dal patrimonio classico, Antonin Dvorak e Samuel Barber, agli inni America The Beautiful e Lift Every Voice And Sing, a composizioni originali di autori jazz contemporanei come Carla Bley, Bill Frisell e lo stesso Haden fino a This Is Not America della coppia Pat Metheny e David Bowie, qui eseguita in versione strumentale, centro emotivo di tutto l’album e di cui non si possono ignorare i versi iniziali:
Questa non è l’America, sha la la la la
Una piccola parte di te
Quel poco di pace dentro me
Morirà
(Questo non è il miracolo) Perché questa non è l’America
Una narrazione alternativa degli U.S.A. orgogliosamente rivendicata attraverso l’uso del repertorio. Un disco che afferma l’estraneità alle logiche belliche e propone una sorta di contro-patriottismo musicale.


Concludiamo con il sassofonista friulano Francesco Bearzatti (1966) autore di The Peace Concert (Parco della Musica Records, 2026), un disco che alla stagione poetico/politica della Liberation Music Orchestra si rifà tramite il brano H.C., dedica al suo leader inciso per la prima volta in Virus (Auand 2003). È lo stesso Bearzatti a rivelare le sue intenzioni: “era un momento nel quale da ogni parte cresceva la propaganda guerrafondaia, io sono un pacifista e sono stato obiettore di coscienza, e questa cosa mi tormentava. Ho deciso perciò di fare un concerto che parlasse di pace in un momento nel quale chi lo faceva era deriso e zittito dalla narrazione mainstream”. Bearzatti si riferisce al dibattito pubblico sulla guerra scatenata dalla aggressione russa all’Ucraina e alle successive politiche di riarmo. La formazione convocata in studio è particolare: un quartetto jazz e un quartetto d’archi di impostazione classica. La suite che occupa gran parte del lavoro è in quattro movimenti e si conclude con una versione neo-disco di People Have the Power (scritto da Patti Smith e Fred Smith) cantata da un coro di bambini. Come spesso succede, la copertina del disco, realizzata dall’illustratore Francesco Chiacchio, offre un ulteriore contributo al messaggio del lavoro discografico. Raffigura un uomo di profilo che regge una bandiera bianca. La figura è stilizzata e solitaria ed evoca altre immagini di esseri umani che sfidano la barbarie, bloccando un carro armato in Piazza Tienanmen o strappandosi un velo in Iran, oppure semplicemente compiendo il gesto di rifiutare la logica della guerra. Esercitando una responsabilità individuale che non si può delegare.