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Dalla battaglia eroica all’esplosione del terrore

di Paola Voncini

Visioni di guerra: dalla battaglia eroica agli orrori del conflitto.

La rappresentazione della guerra nell’arte è diffusa fin dalle più antiche civiltà organizzate, con funzione celebrativa e propagandistica. Le scene di battaglia intendevano magnificare la forza e la potenza di re e governanti e del loro sistema politico, esaltandone le gloriose vittorie e i trionfi anche attraverso le gesta eroiche dei condottieri e dei soldati. Non vengono raffigurate le sconfitte o le atrocità degli scontri, anche il sangue compare raramente e in modo contenuto, l’immagine aveva quindi una funzione simbolica e politica più che documentaria.
È solo a partire dall’Ottocento che gli artisti cominciano a rappresentare il conflitto bellico non più nella sua dimensione epica, come esaltazione del potere politico, ma come una tragedia collettiva, mostrandone la violenza e gli effetti drammatici con la forza delle immagini.
Lo spartiacque fondamentale è rappresentato dal famoso dipinto di Goya Il 3 maggio 1808 (1814), con la fucilazione dei patrioti spagnoli da parte delle truppe napoleoniche durante la guerra d’indipendenza, e la serie di incisioni I disastri della guerra (1810-1820), in cui l’artista denuncia la barbarie, la violenza e le sofferenze vissute dal popolo spagnolo dopo l’occupazione francese. Queste opere mostrano per la prima volta il vero volto della guerra con la sua brutalità, gli orrori e la conseguente disumanizzazione: l’immagine non glorifica più il potere, ma può anche criticarlo e denunciarlo.

 

Francisco Goya, Fucilazione del 3 maggio 1808, olio su tela cm.266×347, Museo del Prado di Madrid

Questa nuova sensibilità artistica influenzerà profondamente la pittura successiva, portando gli artisti ad abbandonare progressivamente la celebrazione eroica della guerra per concentrarsi sugli aspetti più umani e quotidiani del conflitto. Giovanni Fattori, dopo le prime sperimentazioni su temi militari, quali le figure di bersaglieri (1860), caratterizzati da una stesura pittorica veloce, produrrà grandi tele sulle battaglie risorgimentali (1860-1870). Affrontando il tema della guerra in senso antieroico e antiretorico, Fattori focalizza l’attenzione sulla realtà quotidiana dei soldati dopo la battaglia (le retrovie, i feriti, i corpi caduti) immersi nella cornice di un paesaggio magistralmente scandito da luci e ombre. Ciò che lo interessa è l’esperienza umana e storica fatta di solitudine, attesa, disciplina.

Di fronte a un evento di enorme portata quale la Grande Guerra si verifica un profondo mutamento di paradigma: gli artisti reagiscono in modi molteplici, dando vita ai più diversi esiti formali, nati dalla tensione dialettica tra “realtà” e “ideale”.
Il Futurismo esalta la guerra come espressione della modernità, energia vitale capace di distruggere il vecchio e rigenerare; tuttavia quando il conflitto inizia a rivelare la sua vera natura, al di là di ogni retorica, per molti artisti interventisti giunge il momento della disillusione, che si riverserà nelle loro opere, orientandole verso un realismo dai toni cupi.

Diversamente, l’Espressionismo tedesco vive gli eventi bellici come una sorta di azzeramento radicale dell’uomo e della storia: la violenza finisce per distruggere dall’interno le sperimentazioni del Cubismo e del Futurismo, traducendo quella scomposizione nell’asprezza dell’esperienza reale. Artisti come Otto Dix e George Grosz, tornati dal fronte, elaborano un linguaggio visivo segnato dal trauma: corpi deformati, lacerati e spesso grotteschi, nei quali il dettaglio sui particolari più brutali mette a fuoco, come attraverso una lente deformante, una visione spietatamente dissacrante della realtà.

Da questa nuova consapevolezza nasce anche una concezione dell’arte come denuncia morale e politica, che troverà una delle sue massime espressioni in Guernica (1937) di Pablo Picasso, destinata a diventare l’icona universale della sofferenza dei civili. Il dipinto rappresenta la reazione e la condanna dell’artista spagnolo al bombardamento della città basca di Guernica, avvenuto il 26 aprile 1937 per mano dell’aviazione italiana e tedesca a sostegno del dittatore Francisco Franco. Attraverso figure spezzate, urla silenziose e immagini drammatiche, Picasso trasforma il dolore privato in memoria storica collettiva, affidando all’arte un messaggio universale contro la violenza e la guerra.
L’opera ebbe una enorme risonanza, la potenza espressiva e la dichiarata valenza politica ispirarono in tutta Europa l’affermarsi di un’arte di protesta, esortando gli artisti a una presa di posizione morale e civile.

 

Giovanni Fattori, Lo staffato. Dett. 1880, olio su tela, 90×130 cm., Firenze, Galleria d’Arte Moderna

Seppure mediante un linguaggio radicalmente diverso, Alberto Burri rappresenta la guerra in modo indiretto, attraverso materiali poveri, vecchi e deteriorati, evocanti distruzione e sofferenza. Segnato dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale come medico militare e dalla prigionia, l’artista trasforma sacchi logori, superfici consumate, plastiche lacerate e combuste in metafore della fragilità umana e delle ferite della storia. La celebre serie dei Sacchi, realizzati dal 1950 con juta rattoppata e cucita, assumono un doppio significato di lacerazione e tentativo di ricostruzione; anche nella serie delle Combustioni esprime una visione della guerra come trauma, devastazione e trasformazione, affidando alla materia il compito di testimoniare la memoria del dolore.

Nel secondo dopoguerra, Anselm Kiefer affronta il tabù della colpa della Germania confrontandosi con un passato traumatico spesso rimosso, e la devastazione morale e materiale della Seconda Guerra Mondiale attraverso monumentali tele materiche (realizzate con piombo, cenere, terra e paglia), che evocano paesaggi distrutti e architetture spettrali, dove la guerra appare come annientamento della cultura e dell’umanità con l’apertura alla possibilità di una rinascita dopo la catastrofe, la trasformazione della rovina in un nuovo inizio.

Se la rappresentazione della guerra nell’arte è stata a lungo dominata da una narrazione maschile fatta di eroismo sul campo, ideologia, traumi di trincea, lo sguardo delle artiste donne ribalta la prospettiva indagandone soprattutto le conseguenze psicologiche ed emotive.
Elizabeth Thompson, nota come Lady Butler, è stata una delle più importanti pittrici dell’Inghilterra vittoriana. Celebre per le sue scene militari, dalle guerre napoleoniche ai conflitti contemporanei, i suoi dipinti contribuirono alla propaganda britannica a cavallo tra XIX e XX secolo.
Rappresenta il lato umano dei soldati mantenendo nel contempo il prestigio della pittura storica e militare. In opere come Appello dopo la battaglia, Crimea (1874) abbandona la retorica eroica delle battaglie per raffigurare momenti quotidiani e realistici della vita militare, coinvolgendo emotivamente lo spettatore attraverso una rappresentazione più umana e verosimile degli eventi bellici.

 

Pablo Picasso, Guernica, 1937, tempera su tela, 349,3x 776,6

Käthe Kollwitz trasforma il lutto privato in un manifesto universale contro il sacrificio della gioventù. Quando nel 1914 suo figlio Peter muore sul fronte belga a soli 18 anni, il tema della guerra si trasforma in un’indagine sul dolore materno. Il ciclo di sette xilografie Krieg (Guerra, 1922-1923) è il suo testamento visivo sulla Prima Guerra Mondiale, dove elimina ogni dettaglio superfluo per concentrarsi sull’essenzialità del dolore. Insieme alla produzione dei suoi manifesti pacifisti l’artista mostra come le donne, sebbene non direttamente coinvolte al fronte, non siano unicamente spettatrici passive, ma coloro che pagano uno dei più alti costi della guerra, subendo il lutto dei propri figli sacrificati alla patria.

La surrealista Leonor Fini affronta il tema del secondo conflitto mondiale in modo simbolico e psicologico, dipingendo immagini visionarie e inquietanti legate al dolore, alla paura e alla fragilità dell’essere umano. Sviluppa un linguaggio autonomo, popolato da figure enigmatiche, creature ibride, atmosfere oniriche e scenari di decomposizione carichi di tensione emotiva che evocano un senso di minaccia e disgregazione interiore, trasformando la guerra in metafora dell’angoscia e della crisi dell’uomo contemporaneo.
Marina Abramović affronta il tema della guerra e della violenza etnica nella performance Balkan Baroque, come reazione ai conflitti che devastarono l’ex Jugoslavia negli anni Novanta.

Nella performance, presentata alla Biennale di Venezia del 1997, Abramović rimase per quattro giorni seduta sopra un enorme mucchio di ossa insanguinate di animali, pulendole lentamente e ostinatamente con una spazzola e un secchio d’acqua, mentre cantava canzoni folcloristiche di ognuna delle ex repubbliche jugoslave e raccontava ricordi della propria infanzia. Il gesto, ripetitivo e impossibile da portare a termine, diventa simbolo dell’impossibilità di cancellare la violenza e il sangue della guerra.
Attraverso il corpo, la fatica e la materia organica, l’artista trasforma la performance in una potente denuncia contro gli orrori del conflitto, un atto collettivo di cordoglio, un rito di passaggio a cui tutti, assistendovi, potevano partecipare.
In questo brevissimo percorso, la rappresentazione della guerra nell’arte mostra un’evoluzione profonda che riflette il mutare della consapevolezza storica e culturale dell’uomo, configurandosi come chiave interpretativa della condizione umana.
Se molti artisti uomini hanno spesso rappresentato la guerra attraverso l’esperienza diretta del fronte, la violenza fisica e la distruzione materiale, le artiste hanno invece privilegiato le conseguenze psicologiche, emotive e civili del conflitto, concentrandosi sul dolore, il trauma della perdita e la fragilità umana.

Nel corso del Novecento, tuttavia, queste differenze tendono progressivamente ad attenuarsi: uomini e donne condividono sempre più una visione critica della guerra, intesa non come celebrazione eroica, ma come esperienza di sofferenza, disumanizzazione e memoria collettiva.