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Riarmo mondiale? Il nuovo business

di Franco Regeni

Sul quotidiano Domani del 29 aprile leggiamo che l’ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace, riporta che la spesa militare mondiale nel 2025 è aumentata a 2.890 miliardi di dollari, un più 2,9 % in termini reali: il livello più elevato dal 2009, equivalente al 2,5% del Pil globale e, come paragone, di quasi 400 miliardi di dollari superiore all’intero Pil italiano del 2025. Gli investimenti in armamenti in Europa, sempre nel 2025, hanno toccato 864 miliardi di dollari, con un incremento del 14 %, la crescita più significativa dal 1989-1990, nell’area centro-occidentale.

I produttori di armi si stanno preparando al più grande boom del settore dalla fine della Seconda guerra mondiale. Con il piano “ReArm Europe” e l’investimento da 1.000 miliardi di euro deciso da Berlino, l’Europa sta cercando di recuperare il tempo perduto nei primi anni 2000, quando la guerra di George W. Bush, nel 2003, divise il fronte europeo tra Vecchia e Nuova Europa, trascinando nell’invasione dell’IRAQ la Polonia e la Gran Bretagna, ma non la Francia e la Germania, bloccando di fatto quel primo tentativo di creazione di una “difesa europea” cui la UE si era avvicinata dopo le guerre di Bosnia e del Kosovo.

Potremmo citare volumi di dati sugli armamenti, in fase di implementazione o in predicato, da parte di tutte le grandi e medie potenze, e collegarli alle più di 50 guerre oggi attive, tra quelle a bassa,

media e alta intensità. La cosa più importante, però, è andare oltre la cronaca e conoscere e capire la fitta rete dei fili e delle relazioni che legano la geopolitica alla contesa mondiale, alle battaglie tra gli Stati per i mercati e allo scontro tra le potenze imperialiste, vecchie ed emergenti, per spartirli, e svelare così le cause profonde della guerra.

Il riarmo massiccio non è una novità nel processo di sviluppo del capitalismo; è legato alle crisi economiche che ciclicamente attraversano lo sviluppo caotico e ineguale di questo sistema, con le sue ristrutturazioni e delocalizzazioni, alla continua ricerca di una sempre migliore valorizzazione del capitale e di maggiore profitto.

I due grandi cicli riarmisti precedenti a quello attuale riguardano, il primo, la fine del XIX e del XX secolo, che ha visto la Germania guglielmina, potenza in forte ascesa industriale, insidiare l’egemonia globale dell’impero britannico con una politica di riarmo sotto la spinta strategica dell’ammiraglio Alfred von Tirpitz, Segretario di Stato tedesco a cavallo del secolo, e principale artefice delle cinque leggi navali varate tra il 1898 e il 1912.

foto di Augusto de Luca

Tale politica tendeva ad espandere le dimensioni e la potenza navale tedesca, nel tentativo di farne una potenza talassocratica, minacciando il controllo britannico sugli oceani; questo obiettivo non poteva che essere visto, quindi, da Londra, come una sfida esistenziale. Il risultato fu il primo massacro di dimensioni inedite, nella Prima guerra mondiale imperialista del 1914-1918 (a proposito della trappola di Tucidide richiamata da Xi Jinping a Trump), che costò più di venti milioni di morti, tra militari e civili, cui aggiungere altrettanti, se non di più, a causa della terribile influenza spagnola.

Questo primo massiccio riarmo coinvolse soprattutto l’Europa ma non risparmiò l’Asia, nella quale si combatté, nei primi anni del ‘900, la guerra tra Russia e Giappone (1904-1905), un anticipo dell’incombente carneficina europea.

Il secondo massiccio riarmo fu quello degli anni venti e trenta del secolo XX, preparatorio alla Seconda guerra mondiale imperialista: la Prima non fu sufficiente a sancire e regolare un nuovo ordine mondiale. Anche quel contesto fu caratterizzato dalla Germania in ascesa dopo l’umiliazione di Versailles, con, all’orizzonte, l’ombra lunga della potenza degli Stati Uniti che cominciava a proiettarsi sul Pacifico e sull’Atlantico. L’ormai acquisita maturità imperialista, con la necessità di espandere il mercato delle merci e dei capitali, costringeva gli USA a rivedere il loro “eccezionalismo” e ad uscire dall’“isolamento” della “dottrina Monroe” che teorizzava e limitava la loro influenza alle Americhe. Anche gli Stati Uniti in forte espansione, non potevano tollerare la formazione di un imperialismo europeo che temevano potesse sostituire quello britannico e fosse in grado di sfidarli sul medio periodo.

Le due guerre imperialiste del XX secolo possono essere viste come i due tentativi praticati dalla Germania di unificazione del mercato europeo per via militare e di creazione di una potenza continentale di dimensioni adeguate alle nuove battaglie in funzione anti britannica.

Le cause del terzo massiccio riarmo, che stiamo vivendo e di cui stiamo scrivendo, sono più complesse e multiformi a causa dei numerosi nuovi fattori che lo sviluppo del capitalismo, con la maturazione imperialista di nuove potenze, ha portato nei vari teatri mondiali.

E’ la nuova contesa, con i nuovi rapporti di forza messi in campo, che rappresenta il minimo comun denominatore del riarmo globale e delle guerre in corso. L’ascesa economica dell’Asia con il suo sviluppo impetuoso degli ultimi decenni del secolo scorso (le famose tigri asiatiche), l’irrompere della Cina dall’alba del nostro secolo, e a seguire dell’India, hanno messo in crisi il vecchio ordine mondiale, quello sancito a Yalta tra USA e URSS per la definizione delle sfere di influenza in Europa. In realtà l’accordo di Yalta, nascondeva la vera spartizione, quella dell’alleanza di fatto tra le due superpotenze vincitrici del Secondo conflitto per tenere divisa l’Europa.

Questa fase geopolitica di ascesa economica e politica di nuovi attori non sarebbe possibile (è comprensibile) senza la relativa decadenza delle vecchie potenze. Infatti, a fronte dell’emergere delle nuove potenze asiatiche e del Sud globale c’è l’indebolimento relativo della potenza dominante dal Secondo dopoguerra, gli Stati Uniti, e il suo tentativo di contrastare e rallentare il proprio declino attraverso la politica estera mutevole e a volte schizofrenica di Trump, tipica dell’agire del personaggio, che però non trascura di ribadire il peso dell’ancora formidabile e preponderante potenza militare.

Questa crisi dell’ordine, che ha retto per settanta anni, ma non è ancora rottura dell’ordine, sta producendo crisi parziali, circoscritte, e guerre locali attraverso le quali si confrontano tra loro, per interposti Stati, le grandi e medie potenze. Una eventuale rottura dell’ordine porterebbe ad una deflagrazione tra grandi potenze paragonabile alle due precedenti, all’ormai più volte citata terza guerra mondiale, mentre la guerra in Ucraina (che può essere anche vista come un ritorno di fiamma delle guerre di disgregazione dell’URSS del 1989-91 e che la portarono alla sua implosione), la guerra a Gaza e ultimamente quella contro l’Iran, sono invece una palese manifestazione di una fase di crisi e non di rottura dell’equilibrio.

Queste guerre hanno messo in evidenza lo squilibrio nelle bilance di potenza in tutti i teatri geopolitici, e costretto gli Stati a cercare un nuovo riposizionamento nel tentativo di conquistare, contrastare o impedire nuove influenze da parte dei paesi concorrenti. Gli Stati Uniti si stanno disimpegnando in Europa ma, con la guerra all’iran, sono risucchiati nel ginepraio Medio orientale, e questo li indebolisce nel teatro dell’Indo-pacifico, a dimostrazione che il relativo declino impedisce loro di combattere due guerre su due teatri, contemporaneamente.

La UE, nonostante resistenze al suo interno, è spinta a riprendere il processo di integrazione politica e militare perseguendo una strategia di difesa comune, come effetto della guerra in Ucraina e della nuova politica estera americana enunciata da Trump, la National Security Strategy, e la minaccia del disaccoppiamento dall’Europa.

La Cina coglie, sorniona, le opportunità offerte dalla situazione internazionale, nella crisi ha rafforzato l’immagine di potenza responsabile, non si schiera apertamente ma porta avanti il processo che indica nel 2035 l’obiettivo della raggiunta dimensione di potenza globale, in grado di esercitarla attraverso la triade nucleare, cioè di colpire, con il suo arsenale atomico con i missili balistici, i bombardieri atomici e i sottomarini nucleari.

Alla Cina serve però tempo, non è interessata allo scontro con Washington, da qui la postura di proporsi, oggi, come campione di un nuovo multilateralismo, di un nuovo ordine riformato che includa le nuove potenze emergenti del Sud globale ugualmente interessate a dilazionare la rottura, se non altro per dar tempo al riarmo.

Il riarmo dunque riguarda ormai l’insieme delle potenze. È certo però che nelle ideologie ormai diffuse di un ritorno della guerra e nell’ammissione di una possibile guerra tra le potenze, di nuovo proposta come plausibile, c’i sono un nuovo ciclo generalizzato di spesa pubblica orientato al riarmo e un nuovo ciclo politico, con le sue mitologie, per sostenerlo tra le masse.

Riferimenti: Guerre della crisi dell’ordine – Guido La Barbera/Le armi dell’imperialismo europeo- Bruno Ferroglio -ed. Lotta Comunista