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Il disordine nel mondo regna sovrano

di Cristiano Riva

Balza certamente all’occhio come dal 2022 il mondo sia precipitato in una condizione di caos geopolitico tale per cui ad esso si accompagnano timori di cupi scenari futuri, talvolta comprensibili, talvolta ingiustificati. Vero!
Ma, quantomeno in tempi recenti, c’è stato un ordine? Quello garantito dalle due potenze egemoni, USA e URSS, visto che a questo si guarda quando si vuole rimarcare l’antitesi ordine/disordine, era proprio tale? Negli anni compresi fra 1945 e 1991, fra guerre fra Stati, colpi di Stato e guerre civili, possiamo annoverare un centinaio di episodi bellici, con cifre che, a seconda delle fonti, variano da 15 a 25 milioni di vittime. Constatiamo che in questo arco di tempo l’Europa non è stata toccata da guerre, e dobbiamo altresì ammettere che questo fatto ha trasmesso agli europei, incautamente, l’idea di un mondo in pace e “ordinato” e, in subordine, l’illusione che, con l’allargamento progressivo dell’Unione Europea e con il crollo del muro di Berlino “la storia fosse finita” (definizione ricorrente sui testi di geopolitica). Un’Europa rivelatasi poi impreparata e incerta dinnanzi alle tragedie delle guerre nei Balcani (1991 e 1999) e alle vicende dell’area caucasica (guerre in Georgia e Cecenia fra 1994 e 2008), per non parlare delle ombre che si profilavano da est, dall’Ucraina, fin dal 2010, ivi compreso il discorso durissimo nei confronti della NATO tenuto a Monaco di Baviera da Vladimir Putin alla Conferenza sulla Sicurezza nel 2007. Di fatto, con la caduta del muro di Berlino, era venuto meno quell’accordo, chiamato “guerra fredda” che, con la spartizione dell’Europa fra USA e URSS, garantì la pace per circa cinquant’anni nel settore prioritariamente strategico per le due citate potenze. Il confronto, peraltro mai diretto, non mancò di certo altrove: Vietnam, invasione sovietica in Afghanistan, passando attraverso altri momenti di confronto (India/Pakistan, Nord e Sud Yemen, paesi arabi/Israele, Centro America).

A cavallo fra 20^ e 21^ secolo, oltre all’epocale evento delle Torri Gemelle e al manifestarsi dello Jihadismo, a tutt’oggi fattore indubbio di instabilità, troviamo alcuni spunti di riflessione utili alla lettura geopolitica dell’attuale disordine; una prima evidenza è ormai data dalla totale inadeguatezza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che, per composizione e struttura, non è mai riuscito, e non riesce, a impedire guerre, massacri, genocidi, essendo ostaggio del veto ora degli USA, ora della Russia, ora della Cina, che votano non in nome del bene collettivo dell’umanità, ma in nome del proprio interesse. Un secondo fattore è legato al progressivo declino relativo degli USA e al loro indebolimento complessivo nel ruolo di “gendarme del mondo”; si sono succedute politiche estere diverse e talvolta contraddittorie quali lo scriteriato intervento in Iraq (2003), frutto della presunzione di superiorità del proprio essere e del proprio ruolo, mal condìta con l’ideologia in voga al tempo nei neocon statunitensi, ovvero il diritto a “esportare la democrazia”; le esitazioni nelle vicende siriane di Barack Obama nel 2012, e l’avvio del retrenchmennt, ossia il ridimensionamento graduale della politica militare statunitense; il ritiro/fuga, imbarazzante per quanto geopoliticamente comprensibile, dall’Afghanistan con l’amministrazione Biden nel 2021; le altalenanti bordate e le avventate o illegittime azioni recenti dell’amministrazione Trump. Insomma, gli USA non più modello da imitare o guardare con ammirazione, in ribasso in fatto di credibilità. Parallelamente, dalla fine degli anni ’80 con l’apertura di Deng Xiao Ping alla competizione commerciale e al mercato, è scattata la corsa della Cina; conquista dell’Africa, PIL in crescita vertiginosa per anni, attrazione di investimenti stranieri, progressi strepitosi in campo scientifico, liquidità a disposizione delle Soe (State Owned Enterprises) che operano nei settori degli investimenti in infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, porti, settore minerario), solidità e insostituibilità del PCC come traino del progresso cinese hanno trovato una convergenza nel 2013-2014 allorquando Xi Jinping è stato eletto presidente della Repubblica Popolare. Il passaggio dal continentalismo al marittimismo, il lancio della Via della Seta, linea commerciale articolata verso il cuore dell’Europa e non solo, una politica decisa ma più attenta rispetto al passato alle esigenze degli interlocutori (il cosiddetto “soft power”) hanno portato la Cina a profilarsi come potenza concorrente ed alternativa agli USA; e in questi giorni, durante la visita ufficiale di Trump a Pechino, Xi Jinping ha riproposto il tema del rischio della cosiddetta “trappola di Tucidide”, ovvero di una replica della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) la quale, con una potenza dominante (Sparta/USA) e un’altra in fortissima ascesa (Atene/Cina), sfociò in una guerra globale, logorante e fatale per tutta la Grecia. Vale la pena ricordare anche che, e questo è uno snodo fondamentale, se durante la guerra fredda fra USA e URSS non c’era partita dal punto di vista economico, ora gli USA sono più deboli rispetto ad allora e che USA e Cina sono partners commerciali irrinunciabili.

immagine realizzata con A.I.

Il fatto che USA e Cina siano le due potenze egemoni in questo momento non ci porta tuttavia a definire la situazione globale come modello di bipolarismo. La realtà è ben diversa, più multipolare e disordinata che mai, con attori di primo piano che fino a vent’anni fa non esistevano come tali, con un superamento di alleanze/allineamenti ideologico-religiosi, fatti salvi alcuni ineliminabili attriti, in nome dell’interesse nazionale, che porta a dialogare o galleggiare su linee di equilibrio e ambiguità (la cosiddetta multivettorialità), soprattutto se nessuno dei due modelli proposti dalle potenze egemoni offre in toto garanzie esclusive e convincenti.
Pensiamo alla conferenza di Bandung del 1955, convocata su iniziativa principalmente di Cina, India, Indonesia, cui parteciparono 29 paesi del Sud del mondo accomunati dal “NO” al colonialismo e dal “NO” all’allineamento a uno dei due blocchi. I tre paesi sopracitati, oggi, sono approdati a ben altre sponde economiche, tecnologiche e commerciali, lontane dall’idea di Sud del mondo inteso come “terzo mondo”. Pensiamo al BRICS, organismo intergovernativo nel quale, ai membri del 2011 (Brasile, India, Cina, Russia, Sud Africa), si sono aggiunti altri attori quali Indonesia, Iran, Arabia Saudita, Egitto, per citarne solo i principali. Economie emergenti, con l’idea di un nuovo ordine economico e finanziario globale svincolato dal dollaro. Rileviamo che nel BRICS, così come nel blocco economico-politico euroasiatico della SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shangai), convivono due colossi quali Cina e India, partners e rivali al contempo; la politica multivettoriale del Primo Ministro Indiano Modi ha portato altresì il paese anche nell’Asse Indopacifico (con USA, Giappone, Australia) in funzione di contenimento dell’espansione marittima cinese, per non parlare della calorosa cordialità di Modi nell’ultimo incontro con Vladimir Putin, motivata dal bisogno estremo dell’India di petrolio russo e della Russia sotto sanzioni di vendere energia. Nel Sud Est asiatico citiamo ancora, exempli gratia, Indonesia e Malesia, le cui politiche economiche guardano con pari interesse e ponderazione ai mercati cinese e statunitense.
Anche il Medio Oriente sta vivendo una fase di redistribuzione e ridisegno dei pesi geopolitici. Riportiamo alcuni passaggi: A) al termine della crisi siriana (2012-2018) l’Iran, Impero nella storia, intervenuto contro l’ISIS, concretizza un corridoio di influenza fino al Mediterraneo contando su formazioni sciite da lui stesso manovrate (sciismo iraqeno, Hezbollah nel sud Libano, Pasdaran in Siria a sostegno del presidente Assad, sciita) e su Hamas (sunnita) a Gaza; B) nel 2020, con il Patto di Abramo, Trump, in funzione anti-iraniana, vara un’alleanza che vede presenti, oltre a USA e Israele, paesi come Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, per sparigliare la quale l’Iran ha giocato la carta dell’attacco di Hamas a Gaza nel 2023; C) è soprattutto la postura di alcuni paesi arabi che sta cambiando; Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar stanno da qualche anno uscendo da un chiuso conservatorismo religioso/istituzionale e da una statica rendita petrolifera; le petromonarchie si stanno ritagliando spazi di innovazione e influenza economica e diplomatica, guidati da una nuova generazione di leaders assertivi e pronti a giocare su più tavoli in nome di un interesse nazionale che li veda protagonisti.

 

Foto di dayamay da pixabay

Il realismo politico ha indotto anche un terzo dei paesi africani ad astenersi dal voto di condanna all’invasione russa in Ucraina nel marzo 2022, nel timore di un futuro taglio delle esportazioni di grano ucraino da parte dei russi; il bisogno di sicurezza ha spinto, nel Sahel, Mali, Niger e Burkina Faso nelle mani di governi golpisti supportati dalla Russia; le buone profferte della Cina, a caccia di materie prime e di traiettorie stradali e ferroviarie, hanno indotto molti paesi a legarsi strettamente alla Cina stessa, in un contesto dal quale gli USA sono quasi scomparsi. La Repubblica Democratica del Congo e il Sudan stanno vivendo due terribili conflitti interni nei quali, su criticità etnico-religiose mai superate, si sovrappongono interessi di fazioni (e attori stranieri) nel controllo di aree ricche di risorse minerarie strategiche. Chiudiamo con questa considerazione. Da 25 anni assistiamo anche ad una politica di rilancio e “riscatto storico” di due Stati ex imperi; con modalità molto diverse, al di fuori del diritto internazionale (invasione dell’Ucraina) o giocando su una diplomazia spesso unilateralmente interpretata (Mediterraneo orientale) i presidenti Putin (lo “zar”) ed Erdogan (il “sultano”), adducendo motivazioni storiche, nazionalistiche, religiose, e imputando all’Occidente, non sempre a torto, comportamenti offensivi e umilianti nei loro confronti, stanno ridisegnando influenze, strategie diplomatiche, e perfino confini, in un quadro nel quale l’addotto prestigio nazionale va a coincidere con l’ambizione personale di consegnarsi ai posteri con un’immagine di gloria indelebile.

 

BIBLIOGRAFIA

Caracciolo, Lucio, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Milano, Feltrinelli, 2022.
Cristini, Greta, Geopolitica. Capire il mondo in guerra, Milano, Mondadori, 2023.
Fabbri, Dario, Sotto la pelle del mondo, Milano, Feltrinelli, 2024.
Graziano, Manlio, Disordine mondiale. Perché viviamo in un’epoca di crescente caos, Milano, Mondadori, 2024.
Massolo, Giampiero, con Francesco Bechis, Realpolitik. Il disordine mondiale e le minacce per l’Italia, Milano, Solferino, 2024.