Ora gli occhi di Alì possono guardare con fiducia il futuro, a 25 anni, dopo aver vissuto traversie dolorose, che hanno inciso profondamente la sua anima, ma che non l’hanno mai scoraggiato. Di strada ne ha fatta tanta, partendo dalla Guinea Conakry dieci anni fa, quando ha deciso di lasciare la sua casa, la famiglia, perché non sopportava più di vivere in un Paese dove ogni giorno si poteva morire, dove si viveva nella paura. Suo fratello lavorava in banca e venne coinvolto in un corteo politico. La polizia sparò sulla folla e lui rimase ucciso, insieme a tanti altri giovani. Suo padre aveva un negozio di alimentari e si interessava di politica: un giorno venne portato via e torturato, ed ebbe la fortuna di ritornare a casa.
Alì lascia la scuola a 15 anni e si avvia verso l’Algeria, dove spera di costruirsi un futuro migliore, riprendendo gli studi e lavorando. Se ne va senza salutare nessuno. Solo tre mesi dopo riesce a contattare la famiglia. Prende un taxi collettivo, dove viaggia gratis sul portapacchi, finché arriva in Mali, passa per il Burkina Faso, si ferma in Niger, ad Agadez, dopo un viaggio di due giorni nascosto tra i sedili di un autobus. Ad Agadez trova per caso un lavoro come taxista sulle motociclette, per guadagnare qualcosa che gli permetta di continuare il viaggio. Qui il suo datore di lavoro lo mette in contatto con un passeur: affronta il viaggio nel deserto, un po’ a piedi e un po’ in auto, 60 chilometri al giorno, viaggiando soprattutto di notte, perché è più sicuro: di giorno si possono fare incontri pericolosi, con i tuareg, per esempio, che chiedono soldi. Sono 24 persone dentro un pick up, il rischio è di essere schiacciato nel tragitto. Alì è fortunato, resiste, non può mollare, mentre vede alcuni compagni di viaggio morire di stenti e di sete: deve aiutare a seppellirli sotto la sabbia del Sahara.
Ad Algeri lo aiuta un imam, dorme in una bara del cimitero, lavora a giornata per due mesi come muratore, quando i caporali locali lo scelgono. La vita non è facile: gli africani come lui sono chiamati “asini”, c’è razzismo nei loro confronti. Poi trova lavoro in una fattoria: è l’unico a sapere leggere e scrivere, conta le uova prodotte e quanti pulcini nascono ogni giorno. Ma c’è la paura che venga la polizia, perché non ha il permesso di soggiorno: se lo trovano lo riportano nel deserto. Dopo cinque mesi la fattoria viene venduta e Alì si trova senza niente, e decide di raggiungere la Libia, dove si dice ci sia lavoro.

È l’inizio di un incubo: il viaggio ancora nel deserto, fino a Gadames, stipato nell’abitacolo di un pick-up, con la gente attorno che fuma ashish. Non ci si può lamentare, sennò ti sparano: intanto le donne presenti vengono separate dal gruppo e violentate ad ogni tappa. “Quando scendi sei come una persona morta – dice Alì – i tuoi fratelli africani lavorano per gli arabi e non mostrano nessuna umanità. Ti senti un militare in guerra, vedi tutte le atrocità”. Dopo Gadames il viaggio procede nel cofano di un taxi, schiacciato tra altre persone: si arriva a Sabratha, dove lo accoglie un senegalese che lo prende in simpatia, nonostante traffichi in esseri umani. Alì cerca lavoro, e viene rapito dagli “asma boys”, i delinquenti che prendono la gente di colore per strada, la rinchiudono e chiedono un riscatto per rimandare le persone in libertà.
Alì non conosce nessuno, non ha soldi: rimane chiuso in un container con altre 50 persone per sei mesi: c’è solo una finestrella sul soffitto, e la porta viene aperta una volta al giorno per tirare pane e acqua ai prigionieri. Nessuno può lavarsi, hanno dei cartoni per le necessità fisiologiche all’interno del container, ci sono parassiti. Come sopravvivere in un inferno simile? Alì riesce a uscire a causa di una lite tra due prigionieri: uno ha in mano un paio di forbici, sbaglia la mira e colpisce Alì al collo: i carcerieri si accorgono del sangue e lo fanno uscire. Sarà il senegalese ad occuparsi di lui, a farlo mangiare finché non riprende le forze. Abita vicino alla spiaggia e il mare restituisce spesso dei cadaveri, che il ragazzo aiuta a seppellire. Poi arriva il momento del viaggio in barca: gli dicono che deve andare in Italia. “Italia? Che cos’è l’Italia?”, chiede, non ne ha mai sentito parlare. “È un po’ come la Francia”, gli dicono. Ancora una volta non può scegliere. Alì è pervaso dall’angoscia, ha visto i cadaveri che restituisce il mare. Ma se non sali su quella barca ti sparano. Così lui è il numero 162 su 163 passeggeri, che viaggiano in piedi in una barchetta che inizia subito ad imbarcare acqua. Alì è piccolo e riesce a sedersi vicino a quello che guida.
Quattro ore è durata la sua odissea in mare: prima passa una nave francese, che li ignora, poi una italiana, che raccoglie i viaggiatori ormai in precarie condizioni. È venerdì 19 maggio 2017, il giorno della salvezza.
Alì viene portato a Tranato, e dopo tre anni riesce a parlare con sua madre, che ormai non sperava più di sentire la sua voce. Prima una tappa a Potenza, infine arriva a Pordenone: viene inserito nel progetto che allora si chiamava Sprar, ed è la sua ancora di salvezza. Il progetto funziona bene e Alì è un buon allievo: frequenta i corsi di italiano, di informatica, impara a fare il saldatore, inizia a conoscere la fotografia. Gli è stato riconosciuto il permesso umanitario. Nell’estate 2018 ha preso un premio: è risultato uno dei migliori dieci volontari d’Italia, perché ha prestato servizio con i disabili a Bibione. Oggi Alì lavora come saldatore a Pordenone, ha ripreso gli studi: a 25 anni può guardare al futuro con un sorriso, è un giovane uomo libero.
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