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L’adolescenza degli altri

di Noemi Galleani

La maggior parte degli studiosi di problematiche legate all’adolescenza sono concordi nel dire che, in questo periodo storico, il futuro-promessa è diventato futuro-minaccia, come scrivono Benasayag e Schmit nel libro: “L’epoca delle passioni tristi”. E Marie Rose Moro nel suo “Gli adolescenti si raccontano”, aggiunge: “Quando noi stessi eravamo adolescenti, per i nostri genitori era chiaro che saremmo riusciti meglio di loro. Questo corrispondeva a una realtà sociale. Ora i genitori non hanno più questa fiducia, non crediamo più che la vita dei nostri figli sarà più facile della nostra… questo pessimismo non aiuta a compiere il compito di genitore che è quello di rendere il mondo desiderabile per i propri figli”. Come conseguenza abbiamo genitori, o adulti in generale, che rischiano di “non educare i figli a desiderare il mondo ma si educa in funzione di una minaccia, si insegna a temere il mondo, a uscire indenni dai pericoli incombenti.”

Carlotta non conosce né Benasayag, né Schmit, né tanto meno la Moro, ma durante una seduta mi confessa: “io non voglio crescere, non voglio diventare grande, guardo in faccia mia mamma e vedo quanto è triste, gli adulti sono tristi, io non voglio diventare come loro”. Carlotta veniva presa dal panico ogni volta che provava a mettere piedi nell’Istituto superiore dove si era iscritta. Un giorno mi invia una serie di disegni trovati in internet: “Noemi, è così che mi sento”. Sono disegni in bianco e nero, la maggior parte rappresentano personaggi che vomitano, che cercano di espellere dal loro corpo quel qualcosa che li fa soffrire

Carlotta si era bloccata, non riusciva ad andare né avanti né indietro. Fondamentale, in questo caso, è stato aiutarla a rendere il mondo degli adulti desiderabile, così da permetterle di entrarvi, di non rimanere sulla soglia, come fa quando deve andare a scuola. Aiutarla a non continuare a vivere in un eterno presente per il terrore di affrontare il futuro.

foto elaborata con I.A. pubblico dominio

A volte, i ragazzi e le ragazze che incontro, vanno “raggiunti” là dove si rintanano, rifugiati in quel tunnel tanto nominato da Charmet, dal quale dobbiamo stare molto attenti a “obbligarli” a uscire, se non sono ancora pronti.

Dardan frequenta la terza media, le insegnanti, tranne quella di italiano, vorrebbero non ammetterlo agli esami. Le ascolto esasperate: “non ha fatto niente tutto l’anno, non possiamo dare questo esempio ai suoi compagni”. L’hanno già bocciato l’anno scorso. La famiglia di Dardan è kosovara, il suo nome proviene da una popolazione che viveva nella penisola balcanica. Lui ne è molto orgoglioso. Gli chiedo se il Kosovo può essere un argomento che lo interessa per la sua tesina, gli piacerebbe tanto ma in terza si fanno i continenti. Ma il kosovo non è solo geografia! Dardan comincia a parlarmi di sua nonna, dei racconti che gli ha fatto sulla guerra. Decidiamo di cercare una poesia che parli della guerra in Kosovo. E’ lui che la sceglie. Gli ricorda quello che diceva la nonna. Fra un incontro e l’altro, fra una poesia e l’altra mi racconta di casa, di due genitori che lavorano tantissimo, di un papà arrabbiato perché non va bene a scuola, di una mamma che demanda la sua educazione alla sorella maggiore. Questo è il messaggio che la sua insegnante mi ha scritto qualche giorno prima che finisse la scuola: “Dardan ha esposto ieri e ha captato l’attenzione di tutta la classe con i racconti sulla nonna: la pentola infagottata nella tovaglia e la fuga, i soldi per passare il confine cuciti nei pantaloni. Ha voluto imparare la poesia a memoria e ha spiegato un verso che l’ha colpito collegandolo all’esperienza di parenti e amici … direi che farà un’ottima impressione, forse è il lavoro più originale perché veramente sentito sulla pelle”.

Stare al fianco di un soggetto straniero, significa vegliare sul tempo e lo spazio dei suoi vissuti: se in quel momento lui non è più in grado di dare un senso alle sue esperienze, sarà il terapeuta a aiutarlo a soggettivarsi, permettendogli di recuperare valori, identità, parole perse o sopite. Questo potrà essere il primo passo per “autorizzarlo” a attivare le capacità di recupero smarrite.

In questi anni mi sono resa conto di essere andata alla ricerca di costruire “una clinica in grado di aiutarli senza tradirli” come sottolineano Benasayang e Schmit. Senza normalizzarli, come invece vorrebbero, o pensano di volere la maggior parte degli adulti. Negare ciò che sono, non li rende “altri” li rende soltanto più impotenti.

Di Fatima mi parla il suo prof di Italiano, è una ragazza di seconda superiore: “dovrebbe leggere i suoi temi di Italiano, dottoressa, ma è sempre triste, isolata, vorrebbe lasciare la scuola, deve aver fatto brutte esperienze in passato, forse anche a casa le cose non vanno bene, in un elaborato ha fatto capire che ha anche pensato di farla finita”. Fatima accetta di parlare con me, beh, parlare è una parola grossa: i nostri colloqui, on line, sono più scritti che parlati, almeno all’inizio. A volte non trova le parole.

Accetto questo suo modo di comunicare con me in attesa che se la senta di usare le parole parlate, mentre si vede che è bravissima con quelle scritte. A casa le cose non vanno bene: i suoi non la fanno uscire, se non per andare a scuola, la madre soffre la lontananza dai parenti in Algeria e in più questa figlia proprio non la capisce, così diversa da quelle delle sue sorelle!

foto elaborata con I.A. pubblico dominio

A volte si arrabbia con Fatima e la picchia senza apparente motivo. Assieme leggiamo alcune pagine di un libro di un ragazzo con un background migratorio come lei, si illumina, dice che sta cominciando a capire molte cose della sua famiglia che prima non comprendeva, mi permette di leggere una sua poesia: “Sono inciampata e sono caduta e sono rimasta indietro a tutti gli altri. Mi sento ancora scivolare nell’acqua fangosa, in questo mio mondo macchiato non c’è più niente di interessante … non riesco a lavar via quella macchia gigante, così ho deciso di restare qui. Mi domando chi mi aprirà il mio mondo. Mi sono dimenticata di divertirmi …non posso nemmeno sorridere per un momento …”.

Il lavoro con lei non è facile, una parola in più e può tornare a chiudersi, una parola in meno e non si sente sostenuta. La sua poesia più bella però è l’sms che mi ha scritto mesi dopo, di primo mattino: “buongiorno, volevo solo informarla che il mio desiderio di morire è appena svanito. So che avrò sempre dei momenti difficili nel futuro, questo non posso controllarlo, ma almeno non penserò più di fare quello che avevo sempre intenzione di fare. Mi sento davvero in pace adesso”.

Fatima ha faticato tantissimo, si trovava, come dice lei, impantanata fra il passato e il presente, fra la sua cultura familiare e quella del Paese dove vive, fra l’innamorarsi di un uomo o di una donna.

Pier Cesare Rivoltella non parla di un mondo che va veloce, ma che accelera. Una accelerazione che porta alienazione. Tutto va veloce, tutti richiedono risposte molto veloci ma, se le richieste toccano troppi stimoli per volta, producono una accelerazione e di conseguenza una alienazione.

La società deve capire dove stare: o costruirsi come spazio di alienazione oppure di risonanza.

Un mondo che aliena è un mondo che annoia, demotiva, non si basa sulle relazioni. Così gli adolescenti rischiano di sviluppare indifferenza.

Una società, invece, di risonanza, produce entusiasmo e partecipazione, costruisce sulle relazioni. L’adolescente si sente accolto, l’adulto si lascia “toccare”. Si crea uno spazio di possibilità e di sfide.

La risonanza è come una scintilla che si propaga, uno stimolo, una provocazione, una seduzione nel dire. Non si tratta né di affascinare né di sedurre gli adolescenti, ma di entrare in dialettica.

Noemi Galleani, Responsabile del Servizio etnopsicologico della Cooperativa Nuovi Vicini