Non si può parlare del fenomeno del bullismo senza prima inquadrarlo entro la cornice storica in cui ci troviamo a vivere.
Come sostiene Terenzio Fava, autore di un illuminante libro-inchiesta: Ragazzi di scuola, Controstoria della scuola e del bullismo. Un’indagine negli istituti superiori dell’Italia centrale, sul finire degli anni Settanta, in Italia rallenta fino a bloccarsi del tutto l’ascensore sociale. La scuola si irrigidisce in una connotazione classista. Tratto distintivo che, di fatto, non ha mai smesso di percorrerla sottotraccia, come un fiume carsico, anche negli anni della grande mobilità sociale e dell’apertura al mondo del lavoro. Si assiste così a una polarizzazione delle disuguaglianze che scava un nuovo profondo solco tra le famiglie a basso reddito, poco scolarizzate, e quelle a reddito medio alto, maggiormente istruite, su cui pesa meno il fenomeno della delinquenza minorile e del bullismo. A partire da allora, il conflitto sociale si inasprisce e negli ambienti di lavoro comincia a configurarsi come mobbing. In caserma, il nonnismo torna ad essere tollerato come palestra per i più dotati, entro le logiche gerarchiche del cameratismo. Dentro e fuori la famiglia si assiste a un rigurgito di patriarcato fatto di atteggiamenti sessisti e misogini di cui l’esistenza di gruppi facebook come “Mia moglie” è solo la punta dell’iceberg.
La legge 70 del 2024 definisce, in sintesi, il bullismo come un comportamento prevaricatore e aggressivo, basato su squilibri relazionali e caratterizzato da aggressioni e molestie reiterate, tali da provocare sentimenti di ansia, timore, isolamento, emarginazione.
Sentimenti che, a loro volta, possono sfociare in forme di autolesionismo, fino al suicidio. Il legislatore lo circoscrive a una fase della vita chiamata adolescenza, dove i suoi effetti sono sicuramente più devastanti, ma sarebbe riduttivo non vederne i riflessi anche in fasce d’età più mature.

- foto I.A. Pubblico dominio
Scrive sempre Terenzio Fava: “Pensiamo al bullismo tra adulti. […] Al campo della politica dove, negli ultimi anni, forse in parallelo con l’affermarsi di neo-populismi e sovranismi, si registra una crescita, poco trascurabile, di comportamenti ad esso speculari, similari, conformi. Che diventa strategia politica. […] Una fonte di consenso fatto di soprusi, intimidazioni, aggressioni verbali e derisioni volgari che, tra gli applausi complici di non pochi sostenitori, si compiono nei confronti tanto dell’avversario politico quanto di categorie sociali deboli”. Ne è un esempio la cosiddetta “macchina del fango” il cui impatto sulle vittime è quasi sempre devastante..
Che il fenomeno non si esaurisca con l’adolescenza è facilmente riscontrabile anche solo “surfando” tra i social. Non è un caso se la legge sul cyberbullismo (la 71 del 2017) ha preceduto di ben sette anni l’integrazione del 2024 che allarga l’impianto normativo alle condotte offline.
Ne sono una prova le reiterate aggressioni verbali e intimidazioni perpetrate dal “popolino del web” nei confronti di Cecilia Angrisano, la giudice del Tribunale dei Minori chiamata ad occuparsi della cosiddetta “famiglia nel bosco”.
Basti qui, a titolo di esempio, qualche perla:
“Questa è un mostro non un essere umano”
“Questa è pazza e siamo in mano a sta gente?”
“Questa va internata!!”
“Questa è malata di mente”
“Brutta bestia maledetta”
“Possa (sic) il fiasco cretina”
“Solo una compagna nostalgica dei soviet”
“Mi sorprende che sia ancora in vita…..sembra il diavolo in persona”.
È evidente lo slittamento, del tutto arbitrario, dal disaccordo in merito a decisioni non condivise all’aggressione violenta nei confronti della persona che quelle decisioni ha messo in atto.
Quando l’invettiva diventa, poi, un po’ più articolata, la grammatica comincia a vacillare e la logica ad andare in affanno, a riprova del fatto che le cosiddette shitstorm sono da ricondursi alle fasce sociali meno beneficiate dall’allargamento della scolarizzazione:
“Ricoveratela cuesta e pazza .a bisogno di aiuto, io sono per il no ma sendento questa voterò sì per certe merde come questa”.
“Questa è una criminale messa li ha giudicare dalla mafia main stream e dai cazzari nazi che dirigono questi corrotti pd e politici sinistrorsi in genere .. da togliere da questo mondo al più presto .. incredibile questa magistratura”.
Altro esempio di atteggiamento ingiustificatamente aggressivo da parte di adulti – questa volta tanto più grave perché ai danni di vittime poco più che bambine – sono i commenti usciti a caldo dopo la strage di adolescenti a Crans Montana.
“Scena raccapricciante non tanto per l’incendio, quanto per tutti gli idioti, molti, che invece di scappare… riprendono coi cellulari. Credevano di essere in un film?” .
“Ricchi drogati”.
E anche qui non mancano i virtuosi dello stile:
“Guardateli bene filmare e poi chiederemo donazioni per il sostegno alla famiglia”.
“Coniugi Moreyti non hanno mica preso dei mitra e ucciso 40 ragazzi è????? è stata una disgrazia che potrebbe accadere a miltissimi locali in giro per il mondo”.
A ben vedere, non si tratta semplicemente di una forma di “vittimizzazione secondaria”. L’ondata di indignazione nasce dal rovesciamento di prospettiva: si attribuiscono alla vittima le caratteristiche che motivano l’aggressione violenta come se ogni atteggiamento denigratorio e discriminante – così come ogni reato – fosse tale per le caratteristiche di chi lo subisce e non di chi lo commette, tanto da essere giustificato nei fatti.

- foto di Umberto Sartorello 1983 Bambino fa una bolla con il chewing gum
In questi, come in tanti altri casi di cyberbullismo, l’effetto snowball aggiunge potere al contesto. La rete intercetta il messaggio e lo replica all’infinito con poche varianti. Ciò diviene tanto più preoccupante quando nel mirino dell’offender finiscono dati o immagini che dovrebbero rimanere privati, come nei casi di Tiziana Cantone e di Carolina Picchio. Nel contempo, la rete consente la de-individuazione arrivando “alla reificazione o mercificazione dell’altro come strumento di controllo delle pulsioni violente, come terminale della perdita di senso delle relazioni umane, come constatazione oggettiva del proprio potere che ha necessità di manifestarsi nelle forme dell’assoggettamento e della derisione” (Mariangela D’Ambrosio).
Il sexting è, tra tutte le fattispecie di reato previste dal sistema normativo (ingiuria, diffamazione, calunnia, furto d’identità, molestia), quella forse più preoccupante, capace di aumentare in maniera esponenziale i rischi del cyberbullismo. Va sotto il nome di estimità il desiderio degli adolescenti di rendere visibili alcuni aspetti di sé prima considerati parte della propria intimità (auto-oggettivazione). Attorno agli 11 anni, tra i nativi digitali si afferma la tendenza a scattarsi selfie intimi o a sfondo sessuale, immagini e video che vengono poi incautamente postati nelle chat. Il 6% dei pre-adolescenti dagli 11 ai 13 anni e un giovane su 10 dai 14 ai 19 lo fa, esponendosi inevitabilmente anche al rischio di sex-tortion.
In un contesto che vede gli episodi legati alla sessualità rappresentare un terzo delle denunce per cyberbullismo, non stupisce il fatto che il 70% delle vittime sia di sesso femminile.
Va da sé che anche le ragazze possono assumere, dentro e fuori la rete, le vesti dell’offender preferendo però in genere modalità più sfumate – seppure non sempre meno pesanti – come dicerie, calunnie, isolamento, piuttosto che l’aggressione muscolare di tipo verbale o fisico.
Il bullismo come fenomeno giovanile è sempre un gioco di squadra che può vedere coinvolte fino a sei figure: il bullo, l’aiutante del bullo, il sostenitore, la vittima, il difensore della vittima, lo spettatore. Funzioni che sembrano riprodurre fedelmente i ruoli attanti di Greimas. Nel bullo sono presenti processi di neutralizzazione, reificazione e spersonalizzazione che attenuano in lui la dimensione morale e il timore per la sanzione. Egli esiste in quanto si muove su un palcoscenico con una platea plaudente. La vulgata tende ad attribuirgli scarsa empatia, incapacità di far propria la sofferenza altrui e, quindi, scarsa consapevolezza delle possibili conseguenze del suo agire e del danno che produce nella vittima. Ma cosa si deve intendere per “empatia”? Tichner, ad esempio, non la intende solo come un “sentire dentro” (significato greco originale), ma come una sensazione che scaturisce dall’imitazione fisica della sofferenza o delle emozioni altrui e che pertanto ha le sue radici nella primissima infanzia. Siamo empatici perché, prima di capire con la testa, sentiamo con il corpo, imitando i movimenti e le posture altrui. Secondo Anna Donise, “persino il bullo, che sa bene quanto il suo comportamento faccia soffrire la sua vittima, mette in campo una forma di empatia”, perché è proprio la sofferenza il motore della sua performance. Nel suo agire, essa diventa strumento grazie al quale, a livello cognitivo, il soggetto comprende le proprie emozioni. Non vi è mancanza di empatia, nel bullo, bensì un atteggiamento cognitivo che “coglie aspetti, sofferenze altrui e li fa cardine del gioco”, le fa eco Terenzio Fava.
Di fatto, nel bullismo le motivazioni sfuggono a una spiegazione logica e ruoli e posizioni risultano facilmente intercambiabili, ibridi e spesso poco coerenti. A causa delle proprie fragilità, l’offender può diventare facilmente vittima a sua volta, come non è infrequente che il bullizzato continui a ritenersi “amico” di colui che lo bullizza. Scrive sempre Terenzio Fava: “Il bullo trova obiettivi, vittime e azione solo dopo aver individuato, evidenziato e marcato debolezze altrui”. Gli obiettivi sono, ça va sans dire, gli stessi del milieu sociale in cui l’adolescente sbozza la propria identità e procede all’acquisizione delle competenze di cittadinanza: il disagio fisico e mentale, l’orientamento sessuale, l’appartenenza etnica e quella di genere. Differenze che, anziché venire assorbite diventano stigma. Perciò la scuola si trova oggi ad essere il principale (se non l’unico) spazio di decostruzione della violenza, di contro al totale disimpegno morale di cui è intrisa la società civile (è sotto gli occhi di tutti l’atteggiamento di sostanziale indifferenza del mondo adulto di fronte ai morti nel Mediterraneo e alle tante vittime delle guerre in corso) per quanto abbia oggi un certo seguito il pensiero neoliberista che non riconosce, tra i compiti della scuola, quello di formare i cittadini.
Ma perché i giovani apprendano una “grammatica sociale” che li renda capaci di provare una qualche forma di risonanza emotiva, e perché imparino a riconoscere e affrontare i soprusi, è bene che il corpo docente si doti di strumenti per insegnare, ai bambini prima e ai ragazzi poi, a gestire le emozioni e, non ultima, la propria sessualità. Il tutto in una cornice teorica fondata sul concetto di cittadinanza attiva. Le forti resistenze cui sta andando incontro, nel dibattito parlamentare, la messa a terra di un curricolo per l’educazione all’affettività e alla sessualità non fa ben sperare per il futuro.
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