Quando i boomer erano giovani la partecipazione alla vita politica nelle sedi dei partiti era alta; l’impegno sociale negli oratori e presso le associazioni laiche era anche esso ben attivo e coinvolgente. La parola d’ordine era “far politica” nel senso nobile, occuparsi cioè della polis, anzitutto come comunità di uomini. L’orientamento di questa parabola ha cambiato direzione per i giovani di oggi i quali sembrano chiudersi in sé stessi, sembrano prediligere relazioni e rapporti neutrali e impersonali, realizzati in prevalenza attraverso le piattaforme disponibili nel mondo virtuale e asettico dei social informatici, dove è facile mascherarsi e crearsi una nuova e gradita identità. Quelli fra loro che appaiono più attivi e rivendicano con orgoglio la presenza diretta, a ben vedere, costituiscono soltanto una minoranza, peraltro ideologicamente condizionata tanto da far riconoscere nella loro azione più la militanza – da essi considerata doverosa dentro partiti e associazioni- che il senso della partecipazione personale, frutto di scelte compiute con deliberazione e convincimento e impegno. Insomma pare che in questi casi l’apparenza prenda il posto della essenza.
Sui siti social disponibili in internet si confonde l’esserci purchessia, ovvero la semplice presenza, con la adesione convinta ed attiva, spesso quella presenza è accompagnata dalla speranza di un vantaggio, un ritorno di visibilità e notorietà: la vicenda dell’ex sacerdote Alberto Ravagnani, che rinuncia alla tonaca dopo pochi anni di sacerdozio senza rinunciare al suo ruolo di influencer sui social, conferma l’osservazione precedente.
Ciò che vale per questi giovani è dunque l’esserci, è vivere la socialità, la collettività, restando insieme e basta;
è uno stare insieme per stare meglio con amici e conoscenti non certamente per aiutare, per dare una mano agli altri, per condividere le esperienze.
È questo un atteggiamento egotico più che egoista, è pensare a sé stessi come centro di riferimento universale, è utilizzare gli altri in funzione del proprio benessere individuale.
Appare completamente assente, di fatto, la partecipazione alla politica e alla diligente partecipazione agli impegni ufficiali di un partito; essa, quando c’è, è blanda militanza, adesione apparente e quasi modaiola, senza costrutto, senza efficacia, senza discussioni e/o dibattiti preventivi e soprattutto educativi, nel senso proprio del termine, ovvero uscire fuori da una condizione per assumere consapevolmente e deliberatamente un’altra – il vero ex-ducere –.
La recente vicenda dei manifesti affissi, dalla organizzazione giovanile di destra Azione Studentesca, per individuare i docenti che utilizzano il loro ruolo per far politica, viene a confermare la rilevata partecipazione soltanto apparente alla vita politica.
Di fatto i giovani coinvolti sapevano poco o nulla della questione posta, tutta quanta gestita da adulti che decidevano, li guidavano e li orientavano. Si è trattato di una faccenda politica da adulti prestata alle organizzazioni giovanili per strumentalizzarle e per condizionarle. Sul fronte politico opposto abbiamo assistito alla ingombrante assenza della organizzazione giovanile di sinistra, i Giovani Democratici, la quale non ha fatto conoscere le sue posizioni o obiezioni delegando, anche in questo caso, il dibattito e il confronto agli adulti. Sporadici casi di impegno individuale apprezzabile non hanno alcun valore sul piano generale ma costituiscono delle lodevoli eccezioni di giovani probabilmente già indirizzati verso una carriera politica nei partiti e non nella polis, ossia dentro l’organizzazione e non dentro la comunità e per la comunità.

Esiste ancora la protesta studentesca come forma particolare di attivismo politico giovanile, condivisa fra le generazioni che si trovano a frequentare le università e le scuole secondarie:
Anche in questi casi, tuttavia, non di vera partecipazione deve parlarsi ma, più propriamente di goliardica consuetudine, di gioiosa condivisione di un’esperienza sociale, dato che accomuna tutte le generazioni di studenti a partire dal mitico 68, che iniziò nelle scuole italiane nel 1969, e che non ha mai raggiunto alcuna conquista effettiva. Con onestà occorre riconoscere che nelle scuole si trova sempre un motivo per protestare, per “non entrare”, per occupare: si va dalla solidarietà verso le vittime di grandi problemi mondiali a spicciole problematiche locali. Sono tutte proteste limitate al periodo studentesco, senza alcuna ricaduta sociale e politica di rilievo e soprattutto successiva al momento di condivisione amichevole e gioiosa dell’esperienza rivoluzionaria. Sono fenomeni transitori e fini a sé stessi i quali, quando anche si ripropongono fuori dall’ambiente scolastico, conservano i limiti e i caratteri della transitorietà e della assoluta inefficacia; si pensi al fenomeno delle sardine, nato come aggregazione politica e finito ben presto per la carenza di motivazioni forti ed efficaci sul piano sociale e politico.
Presenza, militanza e consuetudine sono i veri capisaldi di ogni apparente partecipazione alla vita comune.
Nella realtà sembra che solo gli interessi individuali siano capaci di muovere con efficacia l’azione effettiva dei giovani. La fervida stagione dei cambiamenti attesi e richiesti è di fatto ormai ben tramontata, i ragazzi appaiono appagati e sono in grado di soddisfare gran parte dei loro bisogni, seppure con l’aiuto sempre gradito dei genitori; essi si orientano da sé a perseguire il superfluo o a seguire le mode. Anche la indisponibilità ad accettare sacrifici e limitazioni in Italia è un segnale di sostanziale appagamento. Si va a cercare all’estero il sogno di un benessere a buon mercato e poi si finisce per vivere la vita dello sradicato, si finisce a svolgere i lavori che si erano rifiutati in casa propria. Sembra che questi ragazzi sostituiscano con la ricerca della soddisfazione totale l’antica fame del bisogno che, a quanto pare, manca loro.
Che fare dunque? Probabilmente nulla e accettare i cambiamenti sociali e culturali già avvenuti, prendere atto che nuovi valori si profilano all’orizzonte delle nuove generazioni. In alternativa – ed è la soluzione che preferisco – intervenire per quel che si può nelle istituzioni educative, scuole e associazioni, per diffondere la consapevolezza della socialità, la consapevolezza degli altri. Se si diffonde e si fa proprio il convincimento che l’uomo e aristotelicamente animale sociale, le scelte individuali saranno più rivolte alla salvaguardia della persona in senso lato che all’esclusivo interesse particolare, mascherato dietro una partecipazione accondiscendente verso comportamenti assunti come positivi solo perché condivisi.
Nota. Questo articolo è stato scritto prima dello svolgimento del referendum sulla riforma della magistratura, il cui esito e stato diffusamente attribuito alla partecipazione della generazione Z, il che, se corrispondesse al vero, ne smentirebbe il contenuto. Considero invece quella valutazione del tutto superficiale, compiaciuta e politicamente interessata: dalle interviste effettuate risulta chiaramente che giovani hanno votato per spirito di corpo, per imitazione, per appartenenza senza le conoscenze necessarie per esprimere un voto maturo e pienamente consapevole. Essi non si dimostravano effettivamente informati sulle questioni specifiche sottoposte al giudizio degli elettori ma esprimevano valutazioni politiche sull’operato del governo, su faccende avulse dalla questione referendaria. Per queste ragioni, sento di dover confermare in toto ciò che ho scritto, ritrovando proprio in quegli atteggiamenti la controprova di quanto asserisco
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