Li chiamiamo fragili. Li definiamo iperconnessi, distratti, impazienti. Diciamo che non hanno voglia di lavorare, che cambiano idea ogni tre mesi, che non reggono la pressione. Poi però li osserviamo meglio e scopriamo che sono cresciuti dentro una sequenza di crisi che noi non avevamo neppure immaginato: crisi finanziarie, pandemia, guerre ai confini d’Europa, emergenza climatica, inflazione, precarietà strutturale. Se c’è una fragilità, forse non è un difetto individuale, ma una condizione generazionale.
La Generazione Z – nati tra la metà degli anni Novanta e il primo decennio del Duemila – è la prima ad aver respirato fin dall’infanzia un’aria satura di incertezza. Hanno imparato presto che il lavoro non è una promessa ma una variabile, che la stabilità è un’eccezione, che la casa di proprietà costruita da loro è un miraggio. Eppure continuano a studiare, a formarsi, a investire su competenze digitali, linguistiche, relazionali. Sono più istruiti delle generazioni precedenti, più esposti al mondo, più consapevoli delle disuguaglianze.
Il punto è che a fronte di aspettative crescenti trovano spesso un mercato che offre tirocini infiniti, stage sottopagati, contratti a termine rinnovati fino allo sfinimento. Non è vero che non vogliono lavorare: non vogliono essere sfruttati. Non rifiutano l’impegno: rifiutano l’idea di sacrificare tutto – salute mentale, tempo, dignità – per un sistema che non restituisce sicurezza né riconoscimento del merito. Se chiedono equilibrio tra vita e lavoro, non è capriccio ma lucidità. Hanno messo in conto di andare all’estero, sanno che il futuro non sarà facile e che la mobilità non è più scelta romantica, ma necessità.
C’è poi un dato che raramente ammettiamo: abbiamo consegnato loro un mondo logorato. Un pianeta surriscaldato, sistemi pensionistici in affanno, debiti pubblici enormi, città diseguali. E mentre chiediamo alla Generazione Z di “mettersi in gioco”, continuiamo a occupare le stanze dove si decide davvero. I vertici delle istituzioni, delle aziende, delle università restano saldamente in mano a chi ha più di sessant’anni. Pretendiamo che innovino, ma li lasciamo fuori dalle decisioni strutturali.
La retorica del “ai miei tempi” non regge più. Ai loro tempi – che sono già qui – la competizione è globale, l’algoritmo seleziona, la reputazione si costruisce e si distrugge online in pochi minuti. La pressione non è minore: è diversa. E spesso più silenziosa. L’ansia è diffusa.
Sia chiaro, nessuno intende idealizzarli. La Generazione Z, comee tutte, ha le sue contraddizioni: l’iperconnessione può diventare isolamento, oppure convinzione che si possono fare soldi facili, l’orizzontalità può scivolare nell’assenza di gerarchie necessarie. Anche se spesso l’assenzza principale è proprio quella dei genitori. Ridurli però a una caricatura di ragazzi svogliati è un errore di prospettiva – e forse un modo per non interrogarci sulle nostre responsabilità.
Se vogliamo che sistemino ciò che abbiamo rotto, dobbiamo prima riconoscere le crepe. Servono politiche del lavoro che premino il merito, non la fedeltà; investimenti veri in formazione e ricerca; accesso al credito e alla casa; spazi di partecipazione reale nei processi decisionali. Non basta invitarli ai tavoli: bisogna cedere posti.
Alla fine, la Generazione Z dovrà essere migliore di noi. Più capace di cooperare, più attenta all’ambiente, più esigente con la politica e con l’economia. È una richiesta ingombrante, quasi ingiusta. Ma forse è l’unica possibilità. La speranza è che non sia troppo tardi – e che, questa volta, invece di giudicarli dall’alto, decidiamo di camminare accanto a loro.
La redazione
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