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Generazione Z, tra liberazione e omofobia

di Mario Giannatiempo

I giovani Z, ovvero quelli nati tra la fine degli anni ‘90 e il 2012 hanno una complessa identità. Sembrano interessati ai problemi dell’ambiente, caratterizzati da una cultura globale, pacifisti, individualisti. Poco sensibili alle lotte sociali e politiche. Fragili e insicuri, specialmente i più giovani. E pertanto spesso aggressivi, violenti per reazione. Questi caratteri invero variano a seconda della provenienza geografica, della condizione economica, dell’età e della cultura, eppure le diverse fasce hanno fatto registrare un comune e determinante passo in avanti nell’accettazione della diversità di genere e in quella degli orientamenti sessuali. Anzi è sembrato che l’atteggiamento assunto dai giovani zeta sia quello di non parlare di diversità, di identità, ma di comportamenti, e innanzitutto di diritti a vivere la propria sessualità al di fuori di ogni etichetta. Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione dei costumi, come quelle degli anni ‘50 degli anni ‘60, vissute all’insegna della rottura e opposizione di convenzioni e ipocrisie?

No! Piuttosto bisogna parlare di una accettazione della diverse modalità affettive sentite tutte legittime. In sostanza i giovani Z non accettano etichette, si incontrano, dialogano, vivono intrecciando passioni, pensieri, sentimenti, paure e speranze senza l’ossessione di interrogarsi sulla loro identità di genere, anzi la rifiutano, sentendola come un obbligo sociale puramente formale, un problema più degli adulti che dei giovani.

E alla resistenza dei diversi ad accettare di essere etichettati corrisponde una sempre maggiore difficoltà per” i normali” a trovare sigle includenti: siamo armai all’acronimo LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuale, trans, queer, intersessuale, asessuale, altro) che lascia al segno aritmetico e indefinito del “più” la spazio per altre varianti sia di genere che di orientamento sessuale. *Ovvero questa generazione è riuscita a spostare i termini tradizionali di un delicato contrasto: la diversità sessuale e i comportamenti conseguenziali non sono un problema di chi li vive in prima persona ma degli altri.

Non è il “diverso” a dover accettare sé stesso, perché lo ha già fatto attraverso un percorso doloroso e tormentato, ma sono gli altri che devono accettarlo per come è. E quando non sono in grado di farlo, negli adulti come nei coetanei, arriva quella omofobia che va dal disprezzo al bullismo.

La cosa che colpisce è che questa apertura culturale non è il frutto di una maturazione politico-sociologica. Quasi sicuramente nessuno di questi giovani ha letto il saggio di Udith Butler dove viene espressa la teoria performativa del genere per il quale si rifiuta lo schema maschio/femmina come forma naturale e si propende per una messa in scena dove tanti elementi consci e inconsci, culturali e linguistici, sociali e morali, concorrono a identificare il gender. Nè hanno sofferto nella lettura dei saggi contenuti nel volume Dilemmi dell’identità: chi sono? Saggi psicoanalitici sul genere e dintorni, del 2006 a cura di Nunziante, Valerio e Angeli, per citare uno dei tanti studi italiani. La transizione è avvenuta grazie ai social, alla rivoluzione mediatica di cui sono testimoni e protagonisti.

In uno spazio in cui era più facile dialogare, scoprirsi, riconoscersi e accettarsi, confessarsi e scegliersi, incontrare stili di vita condivisibili, speranze e aspirazioni comuni, tutto è diventato più facile e naturale. Anche troppo in certi casi. In questo mondo virtuale riservato ai giovani, senza lo stress di essere giudicati dagli adulti, la liberazione è stata naturale, non c’è stato bisogna di nessuna rivoluzione. Dove è cominciato questo percorso? Nella musica? Nell’arte? Nel cinema? In tutti i settori. Ma la generazione Z non ha fatto tutto da sola, ha ricevuto un contributo determinante da quella precedente e sicuramente ne lascerà uno altrettanto importante per i giovani alfa. Forse i coming aut di cantanti di fine anni 80 e inizio novanta ha creato le condizioni giuste: nomi come Marco Carta, Tiziano Ferro, Roberto Mengoni in Italia e di Ruby Rose, Adam Lambert, Loreen, per citarne solo alcuni, nel panorama internazionale hanno incoraggiato i giovani Z ad accettare ed accettarsi ma hanno anche convinto la società adulta a prendere atto dell’arrivo di una cultura più libera. Autentica. Disposta a dare sempre più spazio ad una problematica ormai nota a tutti anche se volutamente ignorata.

Ci aveva già pensato il cinema a far emergere il mondo lgbt…. Con film quali I segreti di Brokeback Mountain, 2005, XXY 2007, Les amours imaginaires 2010, I ragazzi stanno bene 2010, Tomboy 2011, La vita di Adele 2013, fino ad arrivare a Carol 2015, Moonlight 2016, Chiamami col tuo nome 2017, Gerl 2018. E’ respirando questa nuova liberazione di costumi che cresce la generazione Z maturando consapevolezza dei diritti ad avere una propria identità, qualunque essa sia. Sarebbe stato impensabile anni prima avere un testo musicale come quello di Daniele Silvestrini Gino e l’Alfetta del 2007 diventato di colpo l’inno del Gay Pride di quello stesso anno. Incredibile il coraggio di questi versi Maria sei sempre mia/sei l’unica possibile/ma di Gino io mi fido un po’ di più/ lui mi conquista/lei mi rilassa/Gino ha i miei stessi punti di vista/e per adesso mi basta/Ehi ehi/sono gay, sono gay/non sono gay, no, non sono gay/sono gay, sono come vuoi/.

In questo come in altri artisti l’aiuto alla comunità arcobaleno da parte degli etero è un chiaro segno di tempi nuovi. E intervengono in tanti: Olivia Rodrigo i Muna, Olly Alexander, Halsey, e in italia Achille Lauro, I Rappresentanti di lista, Michele Bravi, Mamhoud, Valerio Scanu. Sono contributi sia di appartenenti alla comunità che di semplici sostenitori ma insieme a tanti altri che sarebbe troppo oneroso elencare danno una spinta importante a liberare diritti, a cancellare doveri di silenzio. Potremmo poi parlare delle serie televisive che hanno introdotto ormai come parte strutturale delle sceneggiature la presenza di un tema gay, oppure lesbo, circolate in Italia durante la crescita della generazione Z. Come Will & Grace che ha come protagonista un avvocato gay di New York, trasmesso in Italia dal 2000 al 2020, oppure Modern Family che propone una famiglia con due padri gay, andata in onda in Italia dal 2010. Oppure potremmo citare Schill’ Creek, andato in onda in Italia nel 2021. Per non parlare di una serie tutta italiana Via Zanatta 33 con un giovanissimo Elio Germano, che propone le storie di un gruppo di studenti che vivono insieme. E tra di loro c’è uno studente di ingegneria omosessuale, accettato e integrato nella comitiva. La serie ebbe una sola stagione ma ha continuato a circolare sulle diverse televisioni per diversi anni anche recentemente. Anche la letteratura offre un contributo importante attraverso una narrativa sempre più aperta ai temi lgbtqia+, nel mondo come in Italia. Basterebbe citare David Ebershoff con The Danish Girl pubblicato nel 2000 e diventato famoso nel 2016 con il film che ne fu fatto, Will ti presento Will, la storia di due amici uno etero e uno gay del 2010 e Abigail Tarttelin di Golden Boy 2014 sulla intersessualità. E in Italia Quattro (2006) e Verrai a trovarmi d’inverno (2011), di Cristiana Alicata, Che te ne fai di un cielo senza stelle di Alessio Poeta. Pubblicato nel 2014, Febbre, di Jonathan Bazzi del 2019, Un giorno uno di noi, di Giancarlo Pastore, 2020.

Potremmo trovare molte altre testimonianze di questa apertura al mondo arcobaleno in tutti i settori della cultura degli anni relativi alla generazione Z. Eppure esiste anche un’altra faccia meno bella di questi giovani. Il cammino della cultura LGBTQR+ non è sempre pacifico, né accettato in silenzio. Perché se nell’arte, nel mondo dello spettacolo e nei salotti bene la diversità entra senza problemi, non trova vita facile nella quotidianità. Anzi la maggiore visibilità dei diversi attira più gesti di insofferenza. A scuola i più colpiti dal bullismo dei compagni sono i giovani del mondo arcobaleno.

E quelli che mostrano con coraggio la loro diversità subiscono le peggiori aggressioni verbali e fisiche. Perché i compagni agiscono così? Non fanno parte della stessa generazione? Purtroppo i dati di diverse indagini registrano un quasi 65 % di giovani che hanno subito violenza, ovvero atti di bullismo o cyberbullismo. Come può essere possibile che la generazione che mostra livelli altissimi di maturazione nell’accettazione delle diversità, nello stesso tempo faccia registrare tassi cosi alti di intolleranza? Perchè i giovani Z dispongono di maggiore benessere tecnologico ma hanno meno certezze e speranze delle generazioni precedenti. Ricevono dal mondo degli adulti continui messaggi di violenza e adottano queste modalità di comportamento anche nei rapporti con gli altri. Insomma più l’adolescenza della generazione è difficile e delicata per la caduta di valori, il declino della famiglia, l’incertezza del futuro, e più si registrano atteggiamenti intemperanti e contraddittori, Alcuni, a fronte di un mondo che appare insopportabile, pesante, incomprensibile, si chiudono in una propria dimensione, rifiutando anche il confronto con i pari, sono i famosi hikikomori di cui uno studio avviato dal 1995 delinea caratteri e consistenza numerica, che assomma a circa l’1,5% o il 2% del totale dei giovani.

Ma il web può essere un rifugio ma anche un luogo che esaspera il disagio fisico e mentale, spesso spingendo a gesti estremi, infatti il numero dei suicidi dei giovani zeta è molto alto, come l’incidenza di disturbi psicologici e il consumo di sostanze pericolose. La stessa musica può spingere alla violenza, contro le donne, contro i diversi contro la stessa società. Non pochi sono i casi di cantanti rap e trap anche in Italia, accusati di spingere alla misoginia, alla omofobia ed alla violenza in genere contro la diversità.

Tanti altri sarebbero gli aspetti da approfondire, per conoscere meglio i giovani Z, e ci sono saggi e studi che cercano ancora di coglierne una identità più precisa, pur nella consapevolezza di tanti distinguo inevitabili, allora meglio chiudere qui con alcuni versi di coraggio e speranza di una poesia di Giovanna Cristina Vivinetto, classe 1994, (ispiratrice della serie televisiva Prisma, prossima ad apparire sulle tv), licenziata nel 2019 da una scuola paritaria di Roma dopo solo due settimane di lavoro perché in sostanza transgender, anche se la motivazione ufficiale verteva sulla qualità dell’insegnamento: Ma non c’è niente che possa ferirmi/in questo rettangolo di terra in cui mi sdraio,/nessuno che possa dirmi: alzati, sciocca,/lei non vive più ma danza leggera sulla sabbia/e ti soffia i granelli sugli occhi con il suo andarsene,/ la sua assenza ti rimane schiacciata dentro la gola./  Di ritorno a casa, nel cortile dove legano le bici/senza farmi vedere mi sono piegata nel buio./Nel buio ho lavato la mia notte con la sua.