I giovani non si devono etichettare
Francesca Bomben, psicologa pasicoterapeuta, SC Psicologia dell’Infanzia e della Famiglia AsFO, Pordenone
L’indicatore più vero che ci porta a constatare d’aver raggiunto l’età adulta, è il considerarci “altro da” chi è nato dopo di noi: guardiamo chi cammina davanti a noi, e lo sentiamo diverso. Quel nuovo che ad un tratto si fa incomprensibile, inafferrabile. Che assume le sembianze dell’assurdo, a volte, dell’irragionevole e del decentrato. Li chiamiamo i giovani, parliamo dei giovani. Alias differenti, disgiunti, sovversivi, troppo o troppo poco rispetto a chi li ha preceduti. Aggiungiamo etichette per inquadrarli, con la vana supponenza di capirli meglio, o addirittura di capirli più di quanto riescano a fare loro stessi in senso riflessivo. E, nel procedere delle retoriche, detto fatto ci troviamo a comporre un noi e un loro, modalità discorsiva a cui presto tutti si sottopongono. I giovani allora si adattano, cercano un minimo comune denominatore della loro generazione per auto descriversi, a cui si identificano, ma non del tutto, trasversalmente, perché affermano un’identità di sé, personale e irripetibile. I giovani hanno quindi bisogno di voce, di occasioni per raccontarsi e per descrivere intenzioni, scelte, movimenti, pianificazioni, desideri, paure. Come ciascuno di noi, nella propria individualità. Quello che per qualcuno è impazienza, superficialità, instabilità, scarso impegno o altro, nel disvelamento dei significati assume invece le forme dell’instancabile ricerca di un posto nel modo che faccia stare bene, che porti riconoscimento, dignità, rispetto. È consapevolezza dei propri scopi, nei processi più che nei contenuti, tanto che non è “ciò che farò” ad essere importante e prioritario, quanto piuttosto come starò in quelle vesti, quanto quella collocazione sarà un luogo in cui poter essere. “E sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia“ (Alberto Moravia, Gli Indifferenti, 1929).
Non cambiamo idea ogni tre mese (noi giovani) -Elena Zburlea II BSS Istituto Flora
Non cambiamo idea ogni tre mesi, ma la nostra società sì. Ogni giorno ci troviamo di fronte a sfide diverse in un mondo che corre veloce, e la generazione che ne risente di più è la nostra. Siamo programmati per lavorare, ma quando esprimiamo il nostro malcontento riguardo alle condizioni lavorative, veniamo etichettati come egocentrici. Se manifestiamo un disagio, fisico o mentale, ci sentiamo rispondere: “Ai miei tempi non osavamo lamentarci”. Chi decide di lasciare un ambiente che non lo valorizza e mette se stesso al primo posto viene visto come egoista, invece di essere riconosciuto come una persona consapevole. Nelle generazioni passate, la sofferenza era considerata l’unico modo per andare avanti. Ecco perché la nostra generazione è spesso descritta come svogliata o distratta: noi vogliamo vivere, non semplicemente sopravvivere. Siamo la generazione che pensa in fretta, la più informata, ma a volte anche la più criticata, perché non accettiamo gli standard imposti dalle generazioni precedenti. Osservando i ragazzi più grandi di me, vedo che sono disposti a mettersi in gioco, a lavorare duramente, fare turni e rimanere svegli fino a tardi, pur di guadagnare qualche soldo. Ci lamentiamo perché siamo stanchi di una società che non valorizza i nostri sforzi e il nostro valore. Siamo il risultato di un contesto in cui la salute fisica e, soprattutto, quella mentale è diventata un optional, qualcosa che si sacrifica in nome del successo. Spero che, quando sarò grande, vivremo in una società che ci accoglierà e ci apprezzerà per quello che siamo, non per quello che vogliono che siamo.

Non siamo fragili – Giada Fondi 4ATT Istituto Flora
Siamo cresciuti in un mondo che va velocissimo, ma questo non vuol dire che siamo superficiali. Vuol dire che abbiamo imparato ad adattarci. Se a volte sembriamo impazienti, è perché sappiamo che il tempo ha un valore reale. Se chiediamo che il tempo del lavoro e quello ‘per noi’ sia bilanciato, è perché abbiamo visto cosa succede quando il lavoro diventa l’unica cosa che definisce una persona. Non cambiamo idea ogni tre mesi per capriccio. Cambiamo quando capiamo che qualcosa non ci fa stare bene, non ci fa crescere, non ci valorizza. Non è instabilità, è consapevolezza. Non è mancanza di impegno, è il bisogno di trovare il posto giusto per mettervi energia, capacità e passione. Non siamo una generazione fragile. Siamo una generazione che vuole lavorare, ma anche vivere. Che vuole costruirsi un futuro, ma senza perdere sé stessa. Che non pensa più che soffrire in silenzio sia una dimostrazione di forza.
Aspettiamo domani senza paura – Carolina Russo
Carolina, ora iscritta all’università, ha fatto parte del gruppo Microbi dal cuore grande, del Centro diurno disturbi alimentari e Pediatria dell’Ospedale civile di Pordenone.
Siamo cresciuti in un mondo che va velocissimo, ma questo non vuol dire che siamo superficiali. Vuol dire che abbiamo imparato ad adattarci. Se a volte sembriamo impazienti, è perché sappiamo che il tempo ha un valore reale. Se chiediamo che il tempo del lavoro e quello ‘per noi’ sia bilanciato, è perché abbiamo visto cosa succede quando il lavoro diventa l’unica cosa che definisce una persona. Ricordo perfettamente lo sguardo di chi, a volte solo con gli occhi, a volte anche con le parole, mi ha detto: “Hai tutto, dovresti essere felice”. Suscitavo sempre la stessa reazione negli adulti, rabbia forse, mista al dispiacere di vedere una ragazzina, sana e capace, rifiutare la vita per il proprio disturbo alimentare. Mi sentivo una macchina rotta e non sapevo come aggiustarmi, non capivo cosa in me non funzionasse, perché in fondo loro avevano ragione, io avevo tutto ed ero infelice, io ero infelice e quindi ero ingrata. Da quel periodo sono trascorsi ormai quattro anni, ora mi trovo alla soglia dei 20, ma quello che davvero mi separa dalla me quindicenne è una sola cosa: la mia consapevolezza. Oggi so che il periodo storico che stiamo attraversando è profondamente diverso da quello che ha visto crescere le precedenti generazioni, per esempio per l’importanza che hanno acquisito i social in questi anni o per l’avvento dell’IA, con le annesse conseguenze, ma anche per uno scenario sociale e geopolitico sempre più instabile. Da una parte l’attenzione a temi delicati come la discriminazione di genere, l’omosessualità o l’immigrazione sembra sensibilmente aumentata, anche grazie al contributo dei più giovani, dall’altra basta poco per notare quanta violenza ci circonda, forse sempre più. La scuola si impegna a insegnare il rispetto, eppure spesso si trasforma nel principale teatro di bullismo e discriminazioni, per cui i ragazzi si trovano a dover affrontare sempre prima questioni che un tempo non avrebbero riguardato un neoadolescente. L’insoddisfazione cresce nei più giovani, che invece di vivere, socializzare e fare nuove esperienze sane, come meriterebbero, già con il loro ingresso alle scuole medie iniziano a preoccuparsi seriamente del loro aspetto, del loro corpo, dei vestiti che indossano, in poche parole di come appaiono. Questo non è segno di superficialità, bensì la risposta più ovvia al confronto con l’altro, che risulta sempre più difficile da sostenere, complice l’utilizzo sregolato dei social, che fungono da cassa di risonanza per le insicurezze di chiunque. E mentre noi, giovani adulti, tentiamo di garantirci un futuro, studiando e lavorando, a rubarci anche l’ultimo brandello di speranza bastano poche notizie dalla politica internazionale, per esempio dall’Unione Europea, che inneggia al riarmo in nome di una difesa che appare sempre più aggressiva, in nome di una guerra voluta dai grandi, dai vecchi, che ci condannano senza remore. La società in cui le nuove generazioni si stanno formando è evidentemente colma di contraddizioni che, a partire dalle famiglie fino ad arrivare ai vertici del mondo, influiscono non poco sulle vite dei ragazzi e, anche se questi ne sono spesso inconsapevoli, di una cosa sono certa: noi giovani abbiamo voglia di cambiare, di salvarci, di non rimanere intrappolati negli errori di chi avrebbe dovuto proteggerci. Io per esempio, anni dopo, ho capito che ero anche ingrata, che davvero avevo troppo, e a volte è ancora così, ma so anche che il problema non era questo, so soprattutto che il problema non ero io. Non sono diventata più intelligente o più sveglia di prima, non ho nemmeno smesso di soffrire, anche se oggi so quanto sono fortunata, ma sto acquisendo gli strumenti necessari ad ascoltare questo dolore e a comprendere cosa lo muova. Nel mio caso lo studio dei classici, della letteratura e della filosofia è stato fondamentale, e trovo sia un grave errore considerarlo inutile solo perchè non applicabile all’ambito pratico: la nostra capacità critica è il mezzo più potente che possediamo per tutelarci ed è importante dare a ciascun ragazzo gli strumenti necessari per poter pensare autonomamente. Ci chiamano impazienti, dicono che non abbiamo voglia di lavorare e che vogliamo tutto subito. Io ho 20 anni, la scorsa estate ho lavorato per tutta la stagione in un locale. E la voglia non mi è mai mancata. Facevo turni lunghi, a volte anche più di dieci ore. Entravo la mattina e uscivo la sera tardi. Se serviva restare di più, restavo. Se mancava qualcuno, mi chiedevano di coprirlo e io rispondevo di sì. Il problema è che lo stipendio non cambiava mai, anche quando le ore aumentavano. Gli straordinari quasi non esistevano. Mi dicevano che era normale, che dovevo fare esperienza, che alla mia età bisogna adattarsi. All’inizio non ci facevo troppo caso. Pensavo fosse giusto così, che fosse il prezzo da pagare per iniziare. Poi però ho capito che un conto è imparare, un conto è essere sfruttati. Quando si lavora tanto, ci si impegna e si assumono le proprie responsabilità, il minimo è essere rispettati. Non è vero che non vogliamo lavorare. Io mi sono svegliato presto tutta l’estate, ho lavorato con il caldo, con la stanchezza, senza lamentarmi. La voglia c’era. Quello che non c’era era il riconoscimento. Non siamo impazienti. Semplicemente non vogliamo accettare qualsiasi cosa solo perché siamo giovani. Vogliamo lavorare. Con dignità.

Non siamo impazienti- Riccardo Fincato 4ATT Istituto Flora
Ci chiamano impazienti, dicono che non abbiamo voglia di lavorare e che vogliamo tutto subito. Io ho 20 anni, la scorsa estate ho lavorato per tutta la stagione in un locale. E la voglia non mi è mai mancata.
Facevo turni lunghi, a volte anche più di dieci ore. Entravo la mattina e uscivo la sera tardi. Se serviva restare di più, restavo. Se mancava qualcuno, mi chiedevano di coprirlo e io rispondevo di sì.
Il problema è che lo stipendio non cambiava mai, anche quando le ore aumentavano. Gli straordinari quasi non esistevano. Mi dicevano che era normale, che dovevo fare esperienza, che alla mia età bisogna adattarsi. All’inizio non ci facevo troppo caso. Pensavo fosse giusto così, che fosse il prezzo da pagare per iniziare. Poi però ho capito che un conto è imparare, un conto è essere sfruttati. Quando si lavora tanto, ci si impegna e si assumono le proprie responsabilità, il minimo è essere rispettati. Non è vero che non vogliamo lavorare. Io mi sono svegliato presto tutta l’estate, ho lavorato con il caldo, con la stanchezza, senza lamentarmi.
La voglia c’era. Quello che non c’era era il riconoscimento. Non siamo impazienti. Semplicemente non vogliamo accettare qualsiasi cosa solo perché siamo giovani. Vogliamo lavorare. Con dignità.
Vorrei avere cose normali – Sara Garofalo 4ATT Istituto Flora
Ho 17 anni e non posso nemmeno pensare che, un giorno, potrò essere del tutto autonoma economicamente. Sono ancora una ragazza, vado ancora a scuola e vivo ancora con i miei genitori, ma sto già cercando di pianificare il mio futuro, e vedendo lo stipendio di un lavoratore medio, capisco che qualcosa non torna, che difficilmente potrà coprire le spese dell’affitto, della macchina e di tutto il resto. Non è vero che la mia generazione non ha voglia di lavorare, anzi, molti di noi hanno proprio la paura di non riuscire a lavorare abbastanza per costruire qualcosa di stabile. Ci viene detto che basta impegnarsi, studiare e fare sacrifici. Io ci credo anche, però allo stesso tempo vedo che tanti lavorano già a tempo pieno e fanno comunque fatica ad arrivare a fine mese: questo fa nascere dubbi e paure in tutti noi. Non voglio una vita lussuosa, vorrei solo poter pensare che un giorno riuscirò a mantenermi da sola, senza il bisogno di dover contare ogni singolo euro e senza dover chiedere aiuto ai miei genitori. Vorrei che l’indipendenza fosse una cosa normale, non un traguardo. La mia paura più grande non è il lavoro in sé, ma l’idea di impegnarmi tanto e di non avere comunque una vera sicurezza per il futuro. Questo è quello che mi spaventa, non sapere se i sacrifici di oggi basteranno per garantirmi un futuro sereno.
Il Laboratorio di scrittura “Storie condivise”, cui partecipano le ragazze e i ragazzi delle scuole e degli ospedali, del nostro territorio e non solo, è guidato da Alessandra Merighi e Sabrina Zanghi, docenti dell’Istituto Flora e responsabili della biblioteca scolastica, da Maurizio Mascarin, medico del CRO di Aviano e da Giuseppe Losapio, docente dell’Istituto Kennedy, Pordenone.
Indice
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