Ci sono episodi che fanno rumore quando accadono e poi, lentamente, sembrano scomparire. Non perché siano stati davvero risolti, ma perché attorno si crea una sorta di silenzio organizzato. È un po’ quello che sembra essere accaduto al liceo Leopardi – Majorana di Pordenone dopo l’affissione del volantino di Azione studentesca che invitava gli studenti a segnalare i professori “di sinistra” che in classe fanno slalom tra Dante e la propaganda politica. Il caso, nelle prime ore, ha superato i confini della scuola e anche quelli della città. Il tema – la “schedatura” dei docenti – ha evocato immediatamente un immaginario storico pesante, e le reazioni fuori dall’istituto sono state rapide e polarizzate. Ora che il fatto di cronaca ha avuto il suo corso diventa interessante osservare cosa è accaduto dentro la scuola nei giorni e nelle settimane successive.

La reazione interna è stata il silenzio. Nessuna presa di posizione pubblica da parte del sovrintendente provinciale, bocca cucita da parte della dirigente, nessuna dichiarazione della struttura, nessun intervento ufficiale dei docenti. Una scelta che può essere letta in due modi: prudenza istituzionale oppure la volontà di non alimentare ulteriormente la polemica. In ogni caso, la linea che sembra essere stata adottata è quella di lasciare che il tempo svolga il suo lavoro: qualche settimana, qualche mese, e il caso si sgonfia da solo. Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato nel clima interno alle classi. Alcuni studenti raccontano che quando durante le lezioni si accenna all’attualità o alla politica contemporanea, i docenti sentono quasi il bisogno di mettere le mani avanti: «attenzione, non è propaganda». Una sorta di cautela preventiva che segnala come quell’episodio abbia lasciato una traccia e una sottile tensione.
Tra gli studenti la reazione è stata più sfumata. Il Consiglio di istituto del liceo ha diffuso un messaggio che fotografa bene l’incertezza del momento. Nel testo si ribadisce che la scuola deve restare «uno spazio dedicato all’istruzione, al confronto costruttivo e alla crescita personale», e che non può diventare «strumento di propaganda politica di alcun tipo». Parole scontate, quasi ovvie che cercano un equilibrio difficile: da una parte la difesa della neutralità, dall’altra la consapevolezza che proprio nella scuola si forma il pensiero critico. A questo proposito oggi sembrano decisamente più strutturati, all’interno del LeoMajor, gli studenti che fanno riferimento all’ala Destra della politica. Non a caso sono stati loro, Generazione Z, a toccare il nervo scoperto nel conflitto interno che vede, tra la maggioranza degli insegnanti, un fronte di Sinistra che si contrappone alla chiarissima e più volte esplicitata volontà della politica di Destra di scalzare da Cultura e Scuola (non solo) l’egemonia della Sinistra che ha origini ben lontane.
Di sicuro questi giovani di Destra, forse guidati in cuffia (loro negano) come lo erano state le ragazzine di “Non è la Rai”, da chi è decisamente più grande e scafato di loro, hanno trovato appoggio in diversi esponenti della Destra politica locale (il deputato Loperfido, l’assessore Parigi, fino allo stesso sindaco Basso) che pur mettendo in discussione il modo (“volantino inopportuno”) hanno difeso l’iniziativa di Azione studentesca parlando della necessità di non soffocare l’interesse dei giovani per la politica e per l’attualità. Una difesa che, pur senza dirlo apertamente, ha finito per legittimare l’idea che gli studenti possano vigilare sull’orientamento politico dei docenti. Una aberrazione. Più deboli e smarriti sono sembrati, invece, gli studenti che fanno riferimento all’ala sinistra, silenziosi e senza alcun riferimento arrivato dal territorio. Fosse accaduta una cosa del genere trenta (quaranta) anni fa non solo il liceo sarebbe stato occupato con tanto di picchetti, ma si sarebbero tenute giornate intere di discussioni e confronti e – corretto sottolinearlo – sarebbero stati diversi insegnanti a “spronare” i ragazzi a farlo.

Dentro il liceo, invece, la questione sembra essere stata progressivamente “anestetizzata”. Non ci sono stati altri volantini, né scritte sui muri, né manifestazioni di protesta. Anche l’ipotesi di un’assemblea di istituto sul tema appare, almeno per ora, rinviata. Si parla di una raccolta firme tra gli studenti per discutere dell’accaduto, ma il calendario scolastico sembra avere altre priorità: prima le gite, poi un’assemblea dedicata alla Protezione civile, e forse – in coda – una mezz’ora di “temi vari” in cui qualcuno potrebbe accennare anche alla vicenda del volantino.
È difficile dire se si tratti di una scelta consapevole o del normale scorrere della vita scolastica. Resta il fatto che, per il momento, la strategia dominante sembra essere quella della decompressione: lasciare che la tensione si dissolva senza trasformarla in un caso permanente.
Eppure la domanda di fondo resta sospesa. Che cosa significa oggi parlare di politica a scuola? Dove finisce l’educazione civica e dove comincia la propaganda? E soprattutto, chi decide il confine? Il maldestro volantino di Azione studentesca ha sollevato la questione in modo brusco e provocatorio. Il silenzio che è seguito non l’ha cancellata. Semmai l’ha resa più sottile, più difficile da affrontare. Perché se è vero che la scuola non può essere luogo di propaganda, è altrettanto vero che non può diventare uno spazio in cui la realtà contemporanea entra solo con il freno a mano tirato. E forse (condannando metodo, forma e contenuti) è proprio questa la lezione più interessante di quanto accaduto al Leopardi–Majorana: a volte il vero segnale non è il rumore dello scontro, ma il silenzio che arriva dopo.
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