E’ stata una partecipazione travolgente e nel risultato del referendum, c’è un dato che pesa più di altri: il ritorno alle urne di una parte consistente della Generazione Z. Giovani che, fino a ieri, sembravano lontani dalla politica, spesso disillusi, a volte apertamente disinteressati. E invece, in questa occasione, hanno votato. E hanno inciso.
Non è un dettaglio. Perché si tratta di una generazione che alle urne non ci andava da tempo. Non per indifferenza superficiale, ma per una distanza più profonda: quella da una politica percepita come autoreferenziale, litigiosa, incapace di parlare davvero ai loro problemi. La politica, per molti di loro, è un rumore di fondo, un teatro che non li riguarda. Eppure, quando hanno percepito che era in gioco qualcosa di più grande – la Costituzione, le regole del sistema – hanno deciso di esserci.
Non sono giovani ideologici. Non si riconoscono nei vecchi schemi destra-sinistra, che appaiono spesso come categorie consumate. Ma questo non significa che siano apolitici. Al contrario, il loro sguardo è fortemente politico, anche se si concentra altrove: sulle disuguaglianze sociali, sull’ambiente, sul lavoro precario, sulla qualità della vita. Sono sensibili ai diritti, alla giustizia, alla pace. Rifiutano la retorica della guerra, tutte le guerre, e guardano con sgomento ai conflitti in corso, soprattutto quando colpiscono civili e bambini. La tragedia del popolo palestinese, con le immagini di migliaia di vittime innocenti, non li lascia indifferenti. Anzi, contribuisce a rafforzare una visione del mondo critica verso ogni forma di potere autoritario e verso le ambizioni personali che si trasformano in conflitti collettivi.
Questo bagaglio di sensibilità non si traduce automaticamente in appartenenza politica. Non c’è, nella Generazione Z, un partito di riferimento. Non c’è una casa ideologica stabile. E forse è proprio questo l’elemento più interessante – e più destabilizzante per il sistema politico. Perché questi giovani non votano “per qualcuno”, ma “per qualcosa”. In questo caso, per difendere la Costituzione.

Il “No” al referendum, letto anche attraverso questa lente, diventa il segnale di una sfiducia profonda nei confronti della classe politica attuale. Non tanto – o non solo – nel merito della riforma, ma nel soggetto che avrebbe dovuto realizzarla. Molti giovani hanno scelto di votare contro perché non ritengono che chi governa oggi abbia i requisiti, la credibilità o la visione per mettere mano alle regole fondamentali del Paese.
In questo senso, il risultato rappresenta indubbiamente una sconfitta per la Destra, che aveva investito politicamente sul referendum. Ma sarebbe un errore, per la Sinistra, leggere questo esito come una vittoria propria. La Generazione Z non è organica a nessuna forza politica. Non ha votato per rafforzare uno schieramento, ma per esprimere una scelta puntuale. E non è affatto detto che questo ritorno alle urne si consolidi.
Anzi, il rischio è esattamente l’opposto. Se la politica continuerà a ignorare le loro priorità, se non saprà tradurre in scelte concrete le domande che arrivano da questa generazione – lavoro dignitoso, sostenibilità, diritti, pace – quei giovani potrebbero tornare rapidamente all’astensione. Il loro voto non è scontato, non è acquisito. È, piuttosto, una forma di attenzione intermittente, che si accende quando percepiscono una posta in gioco reale e si spegne quando tornano a vedere il solito copione.
Il punto, allora, non è celebrare il “risveglio” dei giovani, ma capire se il sistema politico è in grado di reggerlo. Perché la Generazione Z ha dimostrato di sapersi muovere, quando vuole. Ma ha anche dimostrato di non avere alcuna intenzione di restare se non trova motivi validi per farlo.
E forse è proprio questa la novità più grande: non una generazione disinteressata, ma una generazione selettiva. Che sceglie quando partecipare. E che, proprio per questo, può fare la differenza.
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