Un dialogo aperto con Francesca e Lorenzo, che da Pordenone se ne sono dovuti andare lontano, una a Milano, l’altro all’estero, per nuotare nel mare grande delle professioni che in questa nostra zona hanno poco riscontro.
Per testimoniare attraverso le loro esperienze lo spaccato di una realtà complessa con il l’obiettivo di sentire il loro parere, il loro vissuto, vedere le realtà lavorativa ed il mondo delle opportunità dal loro punto di vista e cogliere se arrivano suggerimenti per migliorare, almeno a livello informativo attraverso le loro testimonianze, la consapevolezza di come si è evoluto ad oggi il mondo del lavoro e di quali risorse si possono mettere in campo per valorizzare le opportunità nei confronti dei giovani.
Lorenzo Flego, un curriculum con un taglio internazionale.
Dopo il liceo classico Leopardi ho fatto mezzo anno sabbatico a Berlino. Ho lavorato in un ristorante; volevo entrare al conservatorio a Berlino, ma con il pianoforte sono stato piuttosto incostante. Ho fatto l’esame per entrare al conservatorio di Lipsia, ma non mi hanno preso. Non avevo contezza del livello richiesto.
Sono stato ammesso al conservatorio di Trieste e mi sono diplomato in pianoforte nel 2016, con due Erasmus, Austria prima e Germania poi. Qui nell’ultimo periodo a cavallo fra il 2015-2016 mi sono molto interessato al Medio Oriente, era il periodo degli attacchi a Parigi e a Bruxelles, il momento di maggior potere dello Stato Islamico in Iraq e in Siria. Non potendo andare in Siria a causa della guerra, ho deciso di fare un periodo di volontariato in Palestina, con due ONG locali rispettivamente a Beit Jala (vicino a Betlemme) e a Nablus, nei territori occupati della Cisgiordania. A Nablus sono rimasto per tre mesi (il massimo periodo concesso dal visto turistico israeliano), ho insegnato musica nel campo profughi di Balata, e italiano all’università An-Najah. Ho anche fatto un corso intensivo di arabo levantino. Posso avere una conversazione elementare e capisco, un livello A2. In Palestina sono rimasto 3 mesi, il massimo del tempo concesso per il visto israeliano.

Da quella volta non sono più riuscito ad andare in Palestina. Non ci ho neanche più provato in realtà. Come la maggior parte delle persone che ci vanno, ho dovuto sostenere interrogatori piuttosto intensi all’aeroporto di Tel Aviv, per la mia attività di volontariato. In questi interrogatori la polizia israeliana voleva a tutti i costi farmi passare per sovversivo, farmi confessare connivenza con organizzazioni politiche palestinesi che io non avevo neanche mai sognato di avere. Se dovessi tornare oggi, probabilmente dovrei sostenere gli stessi interrogatori, essendo ancora nel loro database, con il rischio di vedermi rifiutare il visto (nonostante io non abbia mai partecipato ad alcuna attività politica di contrasto allo stato di Israele).
Parliamo di lavoro:
Durante l’estate del 2017 ho lavorato a Trieste con l’organizzazione ICS in un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Già dal periodo della Palestina avevo in mente di fare un master in relazioni internazionali, ma volevo prima fare un po’ di esperienza sulla migrazione. Ho fatto molte domande, ed alla fine mi hanno preso alla “School of Oriental and African Studies” di Londra, una università che focalizza i suoi interessi didattici in Oriente, Medio Oriente, ed Africa. Mi sono pagato il master con un prestito dello stato inglese e con i risparmi del lavoro con ICS. Ora non sarebbe più possibile, dopo l’entrata in vigore della Brexit, il master che ho fatto costa quasi tre volte tanto quanto l’ho pagato io.Tramite l’università ho poi trovato il primo lavoretto con una ONG inglese e sono andato per tre mesi, nell’estate 2018, in Uganda per un progetto di potenziamento delle infrastrutture sanitarie di una scuola superiore. Con un piccolo finanziamento raccolto tramite una campagna di fundraising, con due colleghi ho coordinato la costruzione di docce e bagni e messo in opera un sistema di filtraggio per l’acqua potabile. Poi ho trovato lavoro con Oikos, una ONLUS udinese, a Kinshasa (in Repubblica Democratica del Congo) dove ho coordinato un progetto di sicurezza alimentare in un ospedale pediatrico. Ho vissuto a Kinshasa per un anno, sono stato rimpatriato nel marzo 2020 a causa del Covid. Successivamente ho lavorato ancora con Oikos fino a settembre di quell’anno in un centro per minori stranieri non accompagnati a Torviscosa. Ho fatto poi il servizio civile nell’Ufficio Scuola di Emergency a Milano, in cui ho contribuito all’attività di divulgazione nelle scuole delle attività di Emergency sul campo.
Quale è stata la tua permanenza più lunga all’estero, per quanti anni e dove?
Nel 2022 sono partito per la Mauritania con Save the Children. Sono rimasto in Mauritania per due anni, è uno dei periodi della mia vita di cui ho i più bei ricordi. Ho preso poi l’estate del 2024 di pausa, in cui ho fatto il cammino di Santiago. In agosto 2025 sono partito per il Burkina Faso dove ho lavorato con l’ONG Norwegian Refugee Council (Consiglio Norvegese per i Rifugiati). È stata anche quella una bellissima esperienza, ma purtroppo a causa del conflitto in corso in Burkina Faso non ho potuto muovermi dalla capitale. Sia in Mauritania che in Burkina Faso mi occupavo di ottenere fondi istituzionali, scrivere progetti, tenere le relazioni con i donatori (Unione Europea, Nazioni Unite, agenzie di cooperazione di vari paesi, etc.), gestire il partenariato con le organizzazioni locali.
E l’amore per la musica, dove lo hai messo?
Il pianoforte e la musica classica richiedono dedizione, costanza e una certa predisposizione alla performance. Ho sempre avuto molti interessi e poca dedizione, soprattutto in adolescenza. Inoltre, con il tempo mi sono reso conto che il mio rapporto con la musica era personale e non performativo, e che la performance era per me più fonte di ansia che di adrenalina. Non avendo la capacità che hanno altri di salire su un palco ed esprimere al meglio ciò che ho, la musica è diventata un canale espressivo che coltivo, non una professione. Anche perché è difficile essere musicista senza insegnare, e io non ho mai avuto la vocazione dell’insegnamento.
Quali basi ti ha fornito Pordenone per proiettarti nella tua carriera ed invece per quali motivi non ha potuto fornirti un trampolino, cosa manca secondo te, vista da dentro, per i giovani che desiderano costruire carriere nel settore.
Apprezzo molto Pordenone, lo dico sinceramente. Per essere una piccola città, ha secondo me un’offerta culturale davvero eccellente. Poi ci sono cresciuto, da qui vengono tutte le relazioni che ho al di fuori della mia sfera professionale, che mi aiutano anche ad uscire dalla mia bolla e rimanere ancorato alla realtà. Ovviamente rimane una realtà di provincia un po’ isolata dai grandi centri, il che vuol dire che lavori come il mio non offrono grandi prospettive qui. Tuttavia ci sono opportunità in regione per chi vuole lavorare in quest’ambito, per esempio nella mia esperienza in Africa ho conosciuto vari italiani che avevano studiato Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia e che poi avevano lavorato in grandi ONG o istituzioni intergovernative. Il Friuli Venezia-Giulia è comunque terra di confine e di scambio, quindi le prospettive ci sono, anche se per lavorare in questo ambito è ovviamente necessario voler e poter lavorare all’estero.
È anche vero però che adesso per chi vuole lavorare nel settore della cooperazione la situazione è abbastanza tragica. Ero in Burkina Faso nel gennaio 2025, quando Trump ha deciso di chiudere USAID, l’agenzia di cooperazione allo sviluppo americana. Da un giorno all’altro, la mia organizzazione ha visto congelarsi 60% dei suoi fondi a livello del Burkina Faso e 25% a livello mondiale. Tra il personale umanitario, in gran parte delle ONG internazionali e delle agenzie delle Nazioni Unite, molti hanno perso il lavoro per mancanza di fondi. Forse non è solo un male che le cose siano cambiate, perché il settore doveva essere riformato. Ma sicuramente non era questo il modo.
E adesso quale è il tuo progetto?
Sto facendo un corso di diritto internazionale umanitario. Vorrei specializzarmi in quest’ambito e dare il mio minuscolo contributo perché i colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità siano perseguiti penalmente e condannati moralmente sia dall’opinione pubblica che dalla politica.

Un suggerimento?
A Pordenone potrebbe essere utile parlare alle scuole, informare i ragazzi sul lavoro delle organizzazioni umanitarie. Spesso la gente pensa che il lavoro di cooperazione sia solamente volontariato. Ovviamente il volontariato è importante, ma non è pensabile che un operatore umanitario possa lavorare in contesti a volte caratterizzati da grande instabilità politica e securitaria, impiegando le proprie competenze gestionali, logistiche, tecniche che siano, senza avere un contratto e uno stipendio congruo. Purtroppo il lavoro delle organizzazioni umanitarie è spesso soggetto a incomprensioni, se non a veri e propri attacchi politici, la maggior parte delle volte infondati.
Gioverebbe a tutti più chiarezza su questi temi.
Francesca Riccio Cobucci, 25 anni, pordenonese, a Milano da quasi cinque anni nel settore della moda ed un curriculum di tutto rispetto.
Potresti descrivermi quali sono state per te le fasi più importanti della tua formazione.
Dopo essermi diplomata al liceo linguistico Michelangelo Grigoletti, sono approdata a Milano iscrivendomi all’Istituto Europeo di design indirizzo styling , comunicazione e moda per approcciarmi a questo mondo e diventare una stylist.
Come è stata la tua entrata nel mondo del lavoro milanese?
Mi hanno trovata su Instagram, io ero super interessata in quel momento a fare la modella, mi hanno fatto dei casting a Milano prima e poi dei viaggi all’estero. Tutto super casuale, io ho colto la palla al balzo. Ai tempi ho dedicato molto a questo lavoro, anche dopo laureata. Finalmente avevo il tempo per viaggiare, 2 mesi a Dubai e due mesi a Tokio sono stati l’inizio di una serie di spostamenti, spesso a Berlino…
Alcuni aspetti di questa professione?
E’ molto dinamica, devi sapere le lingue, almeno l’inglese, perché l’ambiente è decisamente internazionale. Ti possono avvisare anche solo 24 ore prima della partenza per un lavoro fotografico o di sfilata. Perciò all’interno si vive una pressione enorme per stare nei tempi, affrontare le diverse situazioni. Anche nei confronti di te stessa, non sei totalmente padrona della tua immagine, inoltre devi proporti per alle diverse agenzie ed è super stressante, ricevi molti più no, che si. Devi imparare ad accettare i no, senza fartene una colpa.
Si tratta davvero di un bel lavoro, ma non è economicamente così sicuro, ben pagato, anche se si tratta di uno dei pochi ambiti nei quali le donne vengono pagate più degli uomini. Per mantenersi per bene bisognerebbe lavorare moltissimo e spostarsi di continuo.

Quali evoluzioni professionali ci sono state nel tempo?
Il mio interesse nel passare degli anni si è sviluppato diversamente, volevo un cambiamento di vita, avevo bisogno di stabilità, è evidente che in questo ambiente devi essere sempre disponibile e reperibile, accettare spostamenti anche molto repentini, ma anche il fattore economico ha inciso, volevo essere tranquilla.
Desideravo un lavoro da dipendente e l’ho trovato. Sono occupata in una una agenzia di modelle dove mi occupo del cosiddetto dell’art department, trovo fotografi, seguo l’accoglienza delle modelle che possono arrivare da tutte le parti del mondo, in modo che si possano affidare a me per qualsiasi bisogno.
Sono l’assistente di uno dei responsabili, perciò mi occupo dei clienti, ogni giorno fatto cose diverse.
Quale è stata la molla per costruire il tuo progetto professionale?
I tuoi sogni dove si sono formati e dove sono maturati?
Sono figlia della mia generazione, ho sempre usato molto internet ed ho scoperto il mondo della moda. Me ne sono dovuta andare per forza da Pordenone, in città non c’era niente. Non ho avuto stimoli in questo senso, anzi forse ho percepito all’interno della scuola da parte di alcuni insegnanti perplessità e senso di critica, come se avessi approcciato un settore lavorativo poco riconosciuto. Con il lavoro che svolgo non potrei tornare a vivere in provincia. Salone del design, fashion week, eventi aperti al pubblico, puoi entrare ovunque ed imparare con gli occhi. Ci sono sempre posti nuovi da scoprire, gallerie, so che a Milano posso realizzare l’attività desiderata, anche per quello che riguarda il tempo libero. C’è sempre molto da fare, ci sono un sacco di cinema che offrono tutti film che puoi desiderare, film in lingua originale. Musei, ristoranti, luoghi di incontro, serate.
Come vedi Pordenone?
E’ una realtà piccola, offre ben poco nel settore della moda, come ho detto non potrei tornare. Ci sono delle ragazze di Pordenone che lavorano a Milano in questo settore. Ecco, quando torno a Pordenone, penso sia un posto figo, carino se hai una famiglia, ma adesso mi sentirei completamente in gabbia.
Secondo te cosa potrebbe essere utile mettere a disposizione a Pordenone per i giovani che desiderano costruire carriere nel settore della moda e della comunicazione nel settore. Quali consigli ti sentiresti di dare ai giovani che vogliono approcciare questo settore?
Pordenone è una città piccola che personalmente non mi ha dato modo di sviluppare la passione per il mondo della moda. Mi ricordo vividamente che poco prima dell’esame di maturità, una mia professoressa si mise a chiedere uno a uno che cosa avremmo fatto una volta laureati. Quando arrivò il mio turno e risposi dicendo che sarei andata a studiare moda, lei mi rise in faccia. Penso che questo episodio possa descrivere perfettamente la mentalità di provincia che si vive a Pordenone. Per fortuna questa professoressa si sbagliava, e grazie a Milano ho imparato che il mondo della moda è un settore di tutto rispetto e pieno di opportunità lavorative. La maniera migliore per fare in modo che Pordenone possa entrare in contatto con la realtà della moda, è quella di creare degli spazi ed eventi in cui i cittadini possano conoscere tutti i suoi diversi settori. Sarebbe interessante poter offrire alla città, e soprattutto ai giovani che stanno per andare all’università, dei workshop o conferenze di diverse discipline: fashion design, styling, fashion marketing, trend forecasting, fashion editor ecc. Credo che possa essere un modo interessante per far capire ai pordenonesi che il settore della moda non valga meno di altri, anzi: è fondamentale in Italia, essendo un pilastro della nostra economia.
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