Nella notte fra il 25 e il 26 febbraio del 2023 davanti alle coste di Cutro, cittadina calabrese di circa novemila abitanti a pochi chilometri da Capo Rizzuto, un’imbarcazione con oltre centosessanta migranti si spezza, a qualche decina di metri dalla costa, a causa del maltempo. La fredda narrazione televisiva si limitò al perimetro crudele dei numeri: cinquantaquattro superstiti, una decina di dispersi e novantaquattro cadaveri restituiti dal mare. Fra questi trentacinque erano bambini di cui uno di pochi mesi al quale solo l’esame del dna ha permesso di dare un nome: si chiamava Mohammad Sina Hoseyni (detto Alì) e sulla sua tomba, nel giardino dei bambini del cimitero di Crotone, hanno inciso la scritta “bambino per sempre”.
Anche i migranti che evitano le insidie del mare ed arrivano dalla cosiddetta “rotta balcanica” hanno le loro insidie rappresentate dalle polizie di frontiera, dal freddo e dalla fame. Fra loro anche minorenni che una volta identificati vengono assegnati ai centri per minori fino al compimento della maggiore età. «Io ieri bambino e oggi vecchio!» sentenzia sinteticamente Sahil, giovane afghano appena compiuto il diciottesimo anno di età, quando gli dico che ora non ha più bisogno di me, ossia del tutore e può decidere tutto da solo. Si guarda attorno un po’ smarrito e incredulo di non aver più una serie di sponde che in questo frangente gli hanno permesso di sopravvivere una volta arrivato in Italia. Alle spalle si è lasciato l’Afghanistan, un paese in guerra da sempre grazie anche alla democrazia che gli abbiamo esportato in quantità; si è lasciato la famiglia, decimata dai talebani, il suo cibo, i suoi profumi, la sua cultura arcaica. A piedi è arrivato da noi dopo un viaggio durato anni, attraversando Iran, Turchia, Grecia e Balcani per essere accolto infine in una struttura per minori non accompagnati dove ha seguito un percorso per apprendere la lingua, un mestiere, un futuro meno travagliato di quello lasciato alle spalle. Ha avuto, anche, la fortuna che il giudice del tribunale dei minori gli ha assegnato un tutore, qualcuno che lo ha aiutato ad orientarsi nel “nuovo mondo”, non una figura genitoriale surrogata ma un adulto che lo segue nelle scelte da prendere. Scelte che spesso condizioneranno irreversibilmente il suo futuro.
Lo Stato italiano, la comunità, investe sull’accoglienza di questi ragazzi per la loro istruzione e la loro professionalità, tutto per il loro e per il nostro futuro. Un investimento, che se ben utilizzato, produce positive ricadute soprattutto in questa Italia martoriata dall’inverno demografico, dal progressivo invecchiamento della popolazione e da un sistema previdenziale che fra pochi anni rischia anche di non essere più in grado di pagare le pensioni. I minori non accompagnati che lasciano il loro paese ed affrontano un viaggio che dura anche anni, in cerca di futuro, sono anche i più preparati, i più solidi, i più intraprendenti, i più svegli, tutti gli altri restano a casa loro.

Ecco, quindi, che ragazzi come Abdullah, Hamza, Majid, Sahil, etc. nel tortuoso percorso esistenziale hanno maturato una struttura solida, caparbia, determinata, vogliono subito entrare nel mondo del lavoro per aiutare la famiglia rimasta nel paese di origine. Sono disposti a lavorare sodo, ad alzarsi all’alba per svolgere i lavori più pesanti, quelli che i ragazzi italiani evitano accuratamente, e lo fanno con una tenacia alla quale non eravamo più tanto abituati; come Majid, ragazzo pakistano che si è prefissato un percorso esistenziale nel quale ogni anno si pone un paio di obiettivi da raggiungere per scalare progressivamente le posizioni e raggiungere un livello economico di tutta tranquillità. Se ci lamentiamo che i migliori ragazzi italiani, dopo un qualificato percorso di studi in prestigiose università, se ne vanno a lavorare in posizioni apicali all’estero, di converso abbiamo che i migliori ragazzi afghani, pakistani, egiziani, etc etc arrivano in Italia con l’energia, la carica e la voglia di riuscire o perlomeno di mettersi in gioco. Senza voli pindarici, ma con i piedi ben saldi a terra si propongono come elettricisti, saldatori, imbianchini, idraulici, superando anche le molte smagliature amministrative dell’italica accoglienza che frequentemente, anziché considerare il loro arrivo come una risorsa, vengono derubricati come un problema di ordine pubblico da contrastare attraverso una micidiale palude burocratica fatta di carte, permessi e certificati, dove anche il tutore stesso, quando c’è, è in seria difficoltà cognitiva.
Dalla richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, con lunghe code e assembramenti fuori della Questura, un’agonia che dura anche diversi mesi prima di avere una risposta, al rinnovare la tessera sanitaria scaduta che significa addentrarsi negli oscuri meandri di un percorso luciferino fra Anagrafe Sanitaria, CAF, Isee, CUD, SPID, sportello dell’Agenzia delle Entrate, Poste, etc. Non parliamo poi se c’è da trovare un medico di base. Nel 2025 in Italia sono entrati oltre 12 mila minori stranieri non accompagnati (MSNA) di cui oltre 700 circa in Friuli Venezia Giulia.
A fronte di questi numeri in regione abbiamo disponibili poco più di un centinaio di tutori volontari per aiutarli nell’inserimento. Pur assegnando il giudice a volte due ma anche tre minori ai tutori volonterosi, la maggior parte di questi ragazzi rimangono senza una guida, un punto di riferimento, una persona che, nel loro esclusivo interesse, li consiglia e li aiuta a superare le difficoltà di adattamento ad un mondo completamente diverso da quello che hanno lasciato. Non sempre, però, basta la volontarietà del singolo tutore a colmare le distonie amministrative e non solo. Una maggiore presa di coscienza collettiva permetterebbe di evitare il rischio di trasformare un’opportunità in un insuccesso per un giovane lasciato a se stesso. Insuccesso che diventa anche investimento a perdere per il sistema Italia e per il nostro futuro.
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