Sara Pavan, ricercatrice indipendente sul ruolo della cultura nella rigenerazione urbana e referente per Cinemazero del programma culturale di spazioZero da ottobre 2025.
Ogni luogo cambia in base a chi lo abita. Per questo a Pordenone è interessante volgere lo sguardo a spazioZero che da subito ha animato accesi confronti e che ora sta superando gli intenti, per prendere la forma di chi sta decidendo di viverlo.
Sicuramente ha delle caratteristiche che stanno agevolando il fenomeno. Gli arredi riorganizzabili gli consentono di mutare identità in base al momento della giornata. Si trova nel bel mezzo del centro studi della città e inoltre le scuole, avendone l’uso gratuito, lo impiegano di frequente per le loro attività. Connessione Wi-Fi e prese per ricaricare cellulari e computer sono sempre a disposizione e non c’è mai l’obbligo di consumazione; non ci si deve iscrivere a nulla né versare alcuna quota per poterci stare quanto si desidera.Tutto questo indubbiamente favorisce la presenza prolungata anche di quel segmento di popolazione che, per indole e più limitate risorse ed esperienze, è più fluida e incostante: la quota giovane e giovanissima, le cosiddette Gen Z e Gen Alpha.
Ma ciò non è sufficiente a spiegare quello che è stato possibile osservare nei primi sei mesi di monitoraggio, iniziato a ottobre 2025, all’interno di una ricerca indipendente legata al ruolo della cultura nella rigenerazione urbana.

L’intento generale della ricerca è osservare e testare le strategie con cui la cultura può diventare l’humus capace di rendere qualsiasi spazio condiviso un terreno fertile per il benessere sociale. Dall’osservazione delle tribù adolescenti si nota in modo più vivace un fenomeno altrimenti più sfumato in altre fasce d’età, in cui è il tipo stesso di cultura a fare la differenza. La cultura intesa come merce sembra non riuscire ad avere un vigoroso potere trasformativo, mentre la cultura intesa come bene comune e veicolo di crescita della singola persona sembra essere un innesco infallibile di circoli virtuosi. SpazioZero sta diventando il substrato su cui stanno nascendo e si stanno evolvendo progetti spontanei, di cui anche le nuove generazioni riescono ad essere protagoniste. Perché?
C’è un dettaglio della vita giovanile in Italia che potrebbe sembrare irrilevante a chi è in età adulta e che invece potrebbe essere la chiave di lettura essenziale per la comprensione dell’esperimento. Al giorno d’oggi le occasioni per chi è giovane di stare con il gruppo dei pari senza passare o dal filtro della vita online o dall’approvazione e organizzazione delle attività da parte di qualche persona adulta o dal consumare qualcosa sono molto rare. Chiunque lo sa: sono finiti i tempi in cui si usciva di casa e si rientrava a ora di cena senza che la propria famiglia avesse la più pallida idea di dove si fosse. Non era meglio allora, anzi, e giustamente c’è stato un cambiamento nelle normative. Venendo progressivamente meno i momenti di incontro spontaneo e libero, come fanno a nascere i progetti, a volte strampalati ma sicuramente originali, tipici della gioventù? Perché nasca un gruppo musicale, venga fondata una rivista indipendente o venga girato un cortometraggio serve che le persone si incontrino, stiano insieme e possano progettare con un buon margine di libertà e improvvisazione.
In questo esperimento sociale, spazioZero si sta rivelando, al di là delle apparenze, un luogo sufficientemente “selvatico” da consentire queste gemmazioni. In botanica non c’è una definizione esaustiva di “selvatico”, per l’essere umano qualsiasi pianta cresca senza il suo intervento è “selvatica”. Ma un terreno nudo è soggetto all’erosione da parte di vento e acqua e la funzione delle erbacce è proprio quella di coprire le superfici e trattenere il suolo. La cultura viva fa questo, evita che la terra ci scappi sotto ai piedi e la rende fertile per le nascite future. Inoltre, le nuove generazioni di qualsiasi epoca sono per loro stessa natura “selvatiche”, rifuggono istintivamente ogni coercizione. A spazioZero Gen Z e Gen Alpha stanno trovando uno spazio sicuro in cui il loro tempo non viene per forza organizzato da una persona adulta (come invece succede a scuola e nei vari corsi e attività che affollano le agende di qualsiasi adolescente) ed è per questo che stanno germogliando nuove idee.
In questi mesi, ad esempio, è stato ospitato un percorso di formazione peer to peer per sole ragazze, in cui alcune studentesse delle scuole superiori, nel ruolo di tutor, formavano al public speaking altre studentesse di varie scuole del territorio. Nel corso degli appuntamenti, con la scusa di prepararsi alle “sfide” di arte oratoria, si è parlato anche di educazione finanziaria, geopolitica e imprenditoria e, a condurre buona parte delle attività, sono state proprio le ragazze tutor. Vedere un percorso extracurricolare di mesi restare sempre popolato con costanza da ragazze di tutta la provincia è la prova che quello che serve sono luoghi sicuri, non solo fisici, ma di espressione, in cui le nuove generazioni possano parlare tra loro senza filtri, dandosi consigli e imparando dalle persone proprie pari come prendere il posto che meritano nella società che contribuiranno a costruire. Da incontri come questi, poi, nascono a catena nuove connessioni in quel segmento di popolazione e di conseguenza nuove idee.

Contemporaneamente, nella piazza coperta che è spazioZero, possono entrare liberamente anche tutte le altre generazioni, che così si ritrovano nel bel mezzo delle attività della Gen Z e della Gen Alpha. A metà marzo, ad esempio, il padiglione è stato felicemente popolato da 24 giovani ragazze e ragazzi di età compresa tra i 18 e i 30 anni, provenienti da vari paesi europei, per un progetto Erasmus+ di giornalismo attraverso i nuovi media. Il loro obiettivo era sperimentare concretamente cosa vuol dire essere una redazione che deve creare da zero, in completa autonomia e libertà, una rivista contenente inchieste documentate e verificate. Più di una persona adulta ha chiesto informazioni direttamente a questa newsroom improvvisata, commentando che avrebbe tanto voluto avere certe opportunità da giovane. Questa intergenerazionalità spontanea e informale è un fenomeno sempre più raro. Spesso le diverse generazioni abitano gli stessi luoghi, ma in parallelo, senza degnarsi di uno sguardo e men che meno di una parola. A spazioZero non è così. E non sono solo le generazioni più grandi a interessarsi di quello che fanno le più giovani, ma anche il contrario. La scena tipica è quando alle 18.00, sul finire di una sessione di studio, un gruppo di teenager si attarda per aspettare l’autobus. Il padiglione si prepara alla presentazione di un libro. Il gruppo di studio si ritrova involontariamente in prima fila, perché le postazioni che sta occupando, affacciate verso la strada, sono quelle più vicine allo schermo. Inizia la presentazione, il gruppo si incuriosisce, si volta per seguire meglio il dialogo e diventa partecipe. Se anche avesse ricevuto un invito per quell’evento, probabilmente non ci sarebbe mai andato di sua volontà. Però, trovandosi già in quel luogo, ha avuto l’occasione di scoprire che anche una platea dai capelli grigi può raccontare cose interessanti.
Da questi esempi emerge come la vivacità di spazioZero, per Gen Z, Gen Alpha e non solo, risieda nel grado di informalità che sta riuscendo a garantire, senza scendere a compromessi sul suo essere un safe space. Al momento, un altro posto così in città non c’era e non c’è. Indubbiamente ha la sua identità peculiare nelle progettualità portate avanti da Cinemazero che, con le sue molte anime, gestisce il padiglione. Anche chi sta dietro al bancone fa molto più che preparare cappuccini e, già solo per il suo assicurare l’orario di apertura continuato da mattina a sera, diventa un riferimento di tipo sociale. Ma questa formula è scalabile e ripetibile anche altrove. Perché questo luogo si rinnovi sempre come spazio vivo e fertile e nuovi luoghi nascano con questa impronta è importante che la comunità senta come fondamentale il preservarne sempre l’informalità. Senza quest’anima “selvatica”, nessuno spazio, neanche il più moderno e bello, può diventare un habitat (che è il vero fine della rigenerazione urbana) e rischia di essere solo un vuoto mausoleo tirato a lucido.
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