A differenza di quanto sosteneva il poeta irlandese Yeats nei versi “non è un paese per vecchi” della poesia ‘Verso Bisanzio’, riferendosi ad un’Irlanda del 1926 in pieno fermento politico ed intellettuale, l’Italia del 2026 è un paese di vecchi anche se non molto organizzato per i vecchi stessi, né in grado di offrire grosse prospettive ai giovani.
La popolazione anziana, secondo i dati ISTAT, costituisce quasi un quarto degli abitanti totali, la natalità è in calo, le persone anziane che vivono da sole sono in progressivo, preoccupante aumento e i giovani laureati preferiscono trovare impieghi di maggior soddisfazione professionale ed economica all’estero.
In questo quadro poco confortante, è però interessante prendere in considerazione i nuovi italiani, coloro che, essendo nati in Italia da genitori stranieri, o essendoci arrivati da bambini, o essendo stati adottati da genitori italiani, costituiscono la cosiddetta ‘seconda generazione’ .

È illuminante, a questo proposito, leggere i testi di giovani scrittrici contemporanee, autrici di romanzi e saggi che ben illustrano il personale rapporto conflittuale con la ‘nuova’ società italiana e la lingua italiana spesso in antitesi con la madre-lingua di origine.
Interessante è inoltre cogliere l’importanza assunta dalla scuola italiana che, pur tra mille ostacoli, le ha ‘accolte’ e ha permesso loro di diventare figure di spicco nel panorama letterario attuale e del futuro.
La prima autrice che prenderò in considerazione è Igiaba Scego, autrice di saggi e romanzi, nata a Roma nel 1974 da genitori somali, venuti in Italia a seguito del colpo di Stato di Siad Barre del 1969. I genitori le hanno trasmesso il gusto del racconto e per questo ha molto da scrivere, narrando l’amore e la cultura della Somalia, la famiglia e la società di origine, spesso in contrasto con la società italiana di appartenenza.
Nella parte finale del romanzo ‘Oltre Babilonia’ Scego parla della bellezza della propria lingua madre, il somalo, che le evoca profumi, suoni, paesaggi lontani da quelli italiani.
”Mamma mi parla nella nostra lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. La nostra lingua madre. Spumosa, scostante, ardita.
Nella bocca di mamma il somalo diventa miele… come la parlo io questa nostra lingua madre? Sono brava come lei? Forse no, anzi sicuramente no. Non mi sembro all’altezza della mia Maryam Laamane…non mi sento una figlia ideale. Le parole sono tutte attorcigliate.
Puzzano di strade asfaltate, cemento e periferia. Ogni suono di fatto è contaminato.
Ma mi sforzo lo stesso di parlare con lei quella lingua che ci unisce. In somalo ho trovato il conforto del suo utero, in somalo ho sentito le uniche ninnananne che mi ha cantato, in somalo di certo ho fatto i primi sogni.
Ma poi, ogni volta, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino l’altra madre. Quella che ha allattato Dante, Boccaccio, De Andrè e Alda Merini. L’italiano con cui sono cresciuta e che a tratti ho anche odiato, perché mi faceva sentire straniera”.
Al contempo, dunque, riconosce, dopo averne sofferto le implicazioni sociali, anche l’importanza dell’italiano, l’altra madre lingua, “L’italiano aceto dei mercati rionali, l’italiano dolce degli speaker radiofonici, l’italiano serio delle lectiones magistrales. L’italiano che scrivo”.
Vivo e degno di nota il contrasto tra il somalo della lingua madre, dove sembrano prevalere le immagini legate all’infanzia e alle strade periferiche, dove ogni suono è dolce come il miele e al contempo contaminato e l’italiano; italiano odiato inizialmente perché lingua della dura società di ‘accoglienza’, di cui scopre comunque la fluidità, la musicalità e il ruolo di essere stato madre-lingua di grandi poeti e cantautori, l’italiano che le permette di scrivere, di enunciare il suo sentire in modo così preciso e profondo..
Efionayi Sabrina, giovane autrice di origine nigeriana, nel romanzo ‘Addio, a domani’ ricostruisce la propria storia di sofferenza e di appartenenza a due madri, quella africana naturale, e quella adottiva italiana. Riferendosi alla prima, Gladys, dice: “Sei arrivata in Italia nella calma tiepida di Castel Volturno. Non parlavi italiano e stringevi ancora al petto le parole di Joy. La fiducia non ha lingua e non chiede spiegazioni. La città in cui eri finita era grande, piena di speranza, come l’avevi sognata. Quando sei arrivata non c’erano domande, solo occhi curiosi. Qui la terra sotto i piedi è dura, hai detto a te stessa. Ancora non lo sapevi, ma con la durezza della strada ci avresti fatto i conti.”

Parlando della mamma adottiva, Antonietta, dice: “Mamma, quando sei andata via mi hai lasciata con una madre. E questo non lo dimenticherò… io e te sappiamo che hai continuato ad amarmi anche quando ti sei accorta che amavo Antonietta più di te. Perché il tuo sangue è il mio e se quando veniva fuori dalle ferite sulle ginocchia c’era Antonietta a pulirlo via, bè, di questo nessuno ha colpa.”
Nel prologo Sabrina si autodefinisce “una ragazza napoletana afro-discendente che un bel giorno decide di fare i conti con il tempo, di aprire certi cassetti della memoria e di ordinarne il contenuto sul letto, come quando si parte per un viaggio e si prepara la valigia. Ecco, io ora vi chiedo di partire con me. Abbiate fiducia. Datemi la mano”.
La fiducia è parola ricorrente e sottolinea la speranza costante nell’incontro con altre persone, altri luoghi, altre civiltà spesso respingenti e giudicanti.
È solo dall’accettazione di intraprendere un viaggio insieme, geografico così come culturale, che nasce la speranza per una società in grado di accogliere la ricchezza della giovinezza che può rinvigorire una società senescente.

Un’altra scrittrice emergente, Espérance Hazukwimana, di origine ruandese, affronta temi legati al multiculturalismo e alle problematiche del mondo della scuola in un libro intitolato “Tra i bianchi di scuola-Voci per un’educazione accogliente”.
Espérance crede in una scuola plurale “una scuola che vuole evolversi, mettersi a disposizione del futuro”. Vuole partecipare alla conversazione con la complessità e non abbandonarla, non screditarla perché riguarda temi lontani, popoli lontani, questioni che non ci toccano.
Parla di noi, italiani e di origine straniera, e figli di coppia mista, e adottati, e in affido, e minori non accompagnati, rifugiati, iscritti all’ora alternativa… un posto che provi ad avere un po’ di riguardo, di attenzione per ognuno.
Insegnanti ed alunni, italiani da mille generazioni e quelli che unicamente non lo vorranno essere mai.”
Nella chiusa finale l’invito pressante è il seguente: “Smettete di definirci, di limitarci, di metterci in un angolo e usarci come pretesto, numeri con cui validare teorie discriminatorie. Non siamo più pochi, non siamo più lontani o incomprensibili. Siamo tutti qui in classe e adesso siamo il mondo intero. Dentro questo cambiamento ci siamo insieme; è già il futuro”.
Se la scuola italiana saprà accogliere bambini e ragazzi provenienti dai più disparati paesi, dalle culture più svariate, nascerà un processo di svecchiamento che, citando ancora una volta Yeats, “terrà desto un imperatore assonnato” e “saprà cantare ai signori e alle dame di Bisanzio, di ciò che è passato, o che è, o che sarà”.
Indice
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