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INPS, patto tra generazioni che rischia di essere tradito

di Loris Del Frate

C’è un dato che racconta meglio di qualsiasi slogan la sfida che attende l’Italia: oggi il sistema previdenziale paga regolarmente la pensione a circa 16,4 milioni di persone, grazie ai contributi versati da una platea di 27 milioni di assicurati, il livello più alto mai raggiunto dall’Inps. È una fotografia che, a prima vista, trasmette solidità. Ma basta allargare lo sguardo alla demografia per capire che sotto quella superficie si muove una delle questioni più delicate del futuro del Paese. Il XXIV Rapporto annuale dell’Inps, reso pubblico nelle settimane scorse, non lancia allarmi immediati. L’Istituto sottolinea come il sistema pensionistico italiano continui a dimostrarsi solido e in grado di garantire le prestazioni. Ma evidenzia anche il vero nodo dei prossimi decenni: il progressivo invecchiamento della popolazione e il continuo calo delle nascite.

foto di Zeno Rigato

La situazione

L’Italia sta vivendo da anni quello che ormai tutti definiscono “l’inverno demografico”. Si fanno sempre meno figli, aumenta l’età media e cresce il numero degli anziani. Secondo l’Istat, nel 2024 il tasso di fecondità è sceso al minimo storico di 1,18 figli per donna, mentre il saldo naturale continua a essere negativo: i decessi superano ampiamente le nascite. L’immigrazione riesce soltanto in parte a compensare questa perdita di popolazione. Il meccanismo previdenziale italiano si basa, infatti, sul principio della ripartizione: chi oggi lavora versa contributi che finanziano le pensioni di chi è già uscito dal mercato del lavoro. Non esiste, salvo alcune eccezioni, un “salvadanaio personale” che ciascuno ritrova al momento del pensionamento. È un grande patto tra generazioni. Ed è proprio qui che nasce la domanda. Se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, quel patto quanto potrà reggere? La risposta non è semplice e non può essere liquidata con facili slogan. L’Inps ricorda come il passaggio ormai quasi generalizzato al sistema contributivo abbia migliorato la sostenibilità di lungo periodo, tanto che le proiezioni ufficiali indicano un contenimento della spesa pensionistica in rapporto al Pil dopo il picco previsto nei prossimi anni. Ma sostenibilità finanziaria non significa automaticamente equilibrio sociale. Perché se i lavoratori saranno sempre meno, il peso contributivo rischierà inevitabilmente di aumentare su una popolazione attiva sempre più ridotta.

Gli stranieri

È qui che entra in gioco un elemento spesso affrontato più sul piano politico che su quello dei numeri: il contributo dei lavoratori stranieri. Il Rapporto Inps mette in evidenza un dato difficilmente contestabile. Gli stranieri rappresentano oggi il 13,4% dei lavoratori dipendenti italiani. Sono centinaia di migliaia le persone che ogni giorno lavorano nelle fabbriche, nell’edilizia, nella logistica, nell’agricoltura, nella ristorazione, nell’assistenza agli anziani e versano regolarmente contributi previdenziali. Ancora più significativo è osservare l’evoluzione degli ultimi anni. Una parte consistente dell’aumento degli assicurati Inps è dovuta proprio alla crescita dell’occupazione straniera, che contribuisce ad alimentare le entrate dell’Istituto mentre il numero dei pensionati continua ad aumentare. Non significa che gli immigrati “pagano le pensioni degli italiani”, come spesso si sente dire con eccessiva semplificazione. Significa però che senza il loro contributo il rapporto tra chi versa contributi e chi percepisce una pensione sarebbe già oggi molto più difficile da sostenere.

foto di Zeno Rigato

Il Friuli Venezia Giulia

Il fenomeno assume un significato ancora maggiore in regione. Il Friuli Venezia Giulia è tra i territori che da più tempo convivono con il calo demografico. La natalità è tra le più basse del Paese e il saldo naturale resta negativo da molti anni. La crescita della popolazione registrata in diversi periodi è stata resa possibile quasi esclusivamente dai flussi migratori. Per una regione manifatturiera e fortemente esportatrice come il Friuli Venezia Giulia questo rappresenta un elemento decisivo. Le imprese denunciano ormai da anni la difficoltà nel reperire personale qualificato e, sempre più spesso, anche manodopera generica. Settori come metalmeccanica, edilizia, agricoltura, turismo e servizi alla persona continuano a cercare lavoratori che spesso arrivano dall’estero. Ogni nuovo contratto di lavoro produce effetti che vanno ben oltre il singolo stipendio. Significa contributi versati, entrate fiscali, consumi e maggiore equilibrio per il sistema previdenziale. Naturalmente il tema non può essere ridotto soltanto all’immigrazione. Per invertire davvero la tendenza servirebbero politiche familiari molto più incisive, servizi per l’infanzia diffusi, conciliazione tra lavoro e vita privata, occupazione femminile più elevata e maggiore stabilità per i giovani. Senza nuove nascite il problema non scomparirà. Anche perché gli stessi lavoratori stranieri, una volta conclusa la propria vita lavorativa, matureranno a loro volta il diritto alla pensione. L’immigrazione rappresenta dunque una risposta importante, ma non definitiva.

Il vero equilibrio arriverà soltanto se il Paese riuscirà contemporaneamente ad aumentare l’occupazione, soprattutto quella giovanile e femminile, a rilanciare la natalità e a governare con efficacia i flussi migratori.

Il laboratorio regionale

Il Friuli Venezia Giulia, per molti aspetti, costituisce un laboratorio anticipatore di ciò che potrebbe accadere all’intero Paese. È una regione che invecchia rapidamente, ma che continua a crescere economicamente grazie anche all’apporto di migliaia di lavoratori stranieri, indispensabili per mantenere competitivi molti comparti produttivi. Le pensioni, dunque, oggi non sembrano in pericolo, almeno in tempi medi. L’Inps continua a garantire regolarmente le prestazioni e i conti, almeno nel breve periodo, mostrano elementi di tenuta. La vera sfida è un’altra. Chi pagherà le pensioni fra venti o trent’anni?

La risposta, più che nelle riforme previdenziali, sembra trovarsi nelle culle vuote. Perché il miglior investimento sul futuro del sistema pensionistico non è soltanto modificare l’età di uscita dal lavoro (oggi la media in Italia si è alzata a 64 anni e otto mesi ed è destinata a salire) o il metodo di calcolo degli assegni. È fare in modo che domani ci siano abbastanza lavoratori – italiani e stranieri – capaci di sostenere il patto di solidarietà tra le generazioni su cui, da sempre, si fonda la previdenza pubblica italiana.

foto di Zeno Rigato