Luigi, 77 anni, vedovo, ha un figlio che lavora all’estero. Vive da solo in un appartamentino di Livorno. E’ caduto e si è fratturato il gomito destro: dopo l’operazione ci vorranno 3-4 mesi per recuperare una sufficiente autonomia. Maria Linda, 82 anni. Due volte alla settimana accompagna in autobus il marito al Centro Disturbi Cognitivi per l‘Alzheimer dove gli fanno fare esercizi di memoria. Vivono in un appartamento al secondo piano di un condominio senza ascensore nella periferia di Rovigo. Maria Linda è stata operata da poco per un tumore al seno: i medici dicono che è a crescita lenta ma purtroppo ha fatto in tempo a riprodursi nelle ossa del bacino. Per ora sta abbastanza bene, assume farmaci per bocca la cui efficacia verrà valutata ogni 3 mesi. Luigi è uno dei 2.7 milioni di italiani “over 75” che vivono soli. Maria Linda e il marito appartengono invece ai 3.8 milioni di coppie composte da due soli over-65 (l’ISTAT non elabora il dato per due over-75 soli). I numeri cui ricorrere per descrivere la situazione demografica italiana sono molti e alcuni possono lasciare anche commossi, come gli attuali 24.700 ultracentenari o le 8.980 persone che fra il 2009 e il 2025 hanno superato la soglia dei 105 anni. Ma per praticità ed efficacia visiva è sufficiente guardare alla “piramide demografica” che dalla forma appunto a piramide del 1951 ha assunto attualmente l’aspetto di una trottola con la base dei giovani che si restringe mentre il vertice degli anziani si espande (vedi figura)

Sì, facciamo meno figli e viviamo di più, siamo diventati un Paese di vecchi e le proiezioni future non sono confortanti. Constatazione non nuova sulle cui ragioni ed entità troveremo probabilmente approfondimenti in altri articoli di questo numero di Blog Notes. Qui cercheremo di riflettere invece su alcune delle conseguenze che derivano dalla combinazione crisi delle nascite + allungamento della durata di vita: l’enorme diffusione delle patologie croniche degenerative, la solitudine non voluta e le morti solitarie. Accenneremo poi alle Comunità Compassionevoli, una via interessante per rispondere al problema delle nuove fragilità che emergono nelle società avanzate, contraddistinte queste ultime da un PIL procapite medio-alto e da una rarefazione delle famiglie numerose.
L’invecchiamento della popolazione ha come conseguenza un drastico cambiamento delle patologie prevalenti: ad una diminuzione delle malattie acute corrisponde una espansione delle malattie croniche degenerative tipiche delle persone anziane. Circa 24 milioni di persone (più o meno il 40% dell’intera popolazione italiana) sono affette da almeno una malattia cronica; di queste più della metà, cioè oltre 12 milioni, soffre di due o più patologie. Le cronicità più diffuse sono le malattie cardiovascolari, quelle respiratorie, il diabete e i tumori. Ovviamente la frequenza va di pari passo con l’aumento dell’età al punto che ben otto su dieci ultraottantenni risultano affetti da almeno una malattia cronica. Queste patologie sono responsabili dell’85% dei decessi e rappresentano uno dei principali problemi per il sistema sanitario, comportando una spesa stimata di oltre 65 miliardi di euro all’anno.
Ventiquattro milioni di persone che in varia misura e combinazione soffrono di disturbi fisici o psichici, assumono farmaci quasi sempre più volte al giorno, hanno la necessità di eseguire visite mediche ed esami clinici, devono sottoporsi a controlli periodici, affrontano costi aggiuntivi. Per molti di loro l’autonomia è ridotta al punto da rendere difficile o impossibile fare la spesa, recarsi dal medico o in farmacia, portare a passeggio il cane, andare nei luoghi dove poter incontrare i coetanei o comunque altre persone con cui relazionarsi. Per loro, soprattutto per i single come Luigi o per le coppie anziane come Maria Linda e il marito, l’insorgere di un qualunque ulteriore problema di carattere sanitario o di altro tipo può rendere la vita così complicata da indurli a scegliere di non lottare se non anche a optare per il suicidio. Forse proprio nella sensazione di fragilità estrema e senza rimedio si trovano le ragioni dei suicidi over 65 che in Italia ammontano a un terzo del totale. Perdita del controllo sulla quotidianità, depressione, decadimento cognitivo e solitudine non voluta si alimentano a vicenda e fanno perdere la speranza in un futuro dignitoso: generano disperazione.
Ovviamente e per fortuna non per tutti è così: ci sono anziani che acquisiscono dimestichezza con gli strumenti informatici e mantengono relazioni in videochiamata, trovano alimento intellettuale nella lettura o scoprono nuovi hobbies, ma l’imponente numero di anziani soli e fragili fa sì che quella della solitudine non voluta venga oggi considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una vera e propria epidemia globale che colpisce il 30% degli anziani. In Giappone, l’unico Paese più longevo dell’Italia, negli anni ’80 è stato coniato il termine Kodokushi per indicare il fenomeno sociale e di salute pubblica della morte in solitudine, in cui le persone, soprattutto gli anziani, muoiono da sole nelle proprie abitazioni e vengono ritrovate dopo diverso tempo. Nel 2024 nel Paese del Sol Levante si sono contate 76.000 persone morte in solitudine e di queste 58.000 erano anziani over 65 ritrovati dopo giorni, settimane e talora mesi dal decesso. Oggi il Kodokushi interessa non solo le metropoli ma anche città di dimensioni contenute di tutto il mondo “sviluppato”, e sarebbe proprio il caso di riflettere sul concetto di “sviluppo” se le conseguenze sono queste. Il Kodokushi è il risultato estremo, di alto impatto simbolico, della perdita del senso di Comunità. Nella nostra epoca il consumismo produce scarti materiali (plastiche, CO2, immondizie esportate in Paesi poveri che non potranno disfarsene mai) ma l’individualismo degenerato in egoismo produce una quantità di scarti umani, persone di cui nessuno sente il bisogno e di cui nessuno si cura, e quegli scarti umani domani potremo essere noi.
Bisogna dunque ritrovare quel Senso di Comunità che è alla base della attenzione verso i nostri simili, sia che stiano bene, sia che si trovino in uno stato di fragilità, per esempio soli, anziani o ammalati.
Il movimento delle Comunità Compassionevoli si propone di recuperare valori morali e consuetudini che hanno sostenuto per generazioni gli abitanti di villaggi, paesi, rioni, strade cittadine e che oggi sono in gran parte perduti. L’Associazione Public Health Palliative Care International ha ideato e proposto la Carta delle Città Compassionevoli – https://www.phpci.org/become-compassionate-cities – che in 13 punti promuove il coinvolgimento della Comunità nella cura di anziani, malati gravi e persone in fine vita o in lutto, integrando sanità e welfare di prossimità.
Questo modello di salute pubblica integrata è stato adottato da città di numerosi Paesi (Svizzera, Belgio, India, Taiwan, Canada, Spagna, Scozia, Inghilterra, Germania) generando evidenti risultati pratici quali riduzione delle liste d’attesa per prestazioni sanitarie, diminuzione di accessi al Pronto Soccorso e di ricoveri ospedalieri ingiustificati, e ovviamente un miglioramento del livello di soddisfazione dei cittadini. “Compassionevole” viene qui usato nel senso inglese di “compassion” cioè una partecipazione al dolore altrui attiva, una empatia operosa che si traduce in atti concreti di aiuto: se sei in difficoltà ti porto a passeggio il cane, ti accompagno a fare la spesa o dal medico, contribuisco in qualche modo a riempire quel 95% del tuo tempo che non viene coperto da un’assistenza sanitaria domiciliare. Anche in Italia vi sono città impegnate nell’adottare i principi della Carta delle Città Compassionevoli: Torino, Lodi, Reggio Emilia, Novara e Pordenone stanno lavorando su educazione e informazione nonché sulla formazione per coloro che sono interessati ad una attività di volontariato “ufficiale” attraverso l’appartenenza a specifiche Associazioni.
L’obbiettivo è ambizioso e vede coinvolti istituzioni e terzo settore in iniziative ed attività che interessano la società in tutti i suoi livelli e che i limiti di questo articolo non consentono di elencare e descrivere nel dettaglio. L’organizzazione della sanità e del welfare, con l’ospedale a fare da baricentro per agire su malattie spesso acute e comunque già manifestate, oggi non risulta più sostenibile. Il cambiamento è inevitabile verso una medicina e una salute che guardano al territorio con il coinvolgimento della Comunità tutta e con una attenzione particolare verso le nuove fragilità. Finora le Istituzioni sanitarie hanno lavorato per la Comunità, guarderemo ora a un’alleanza nuova in cui le Istituzioni lavoreranno con la Comunità.
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