Più che di “inverno demografico” alcuni analisti parlano di era glaciale della demografia, riferendosi al fenomeno del calo della popolazione nei paesi più avanzati, a cominciare dal Giappone, con l’1,14 figli per donna, seguito dall’Italia, con 1,34 nel 2025, i due paesi in cui il fenomeno si fa sentire in modo più marcato. Nei prossimi decenni ci saranno sempre meno giovani e sempre più anziani con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della sostenibilità del welfare. Se non fosse per la compensazione da parte degli immigrati (190 mila nel 2025) nel giro di qualche decennio la spesa pubblica sarebbe al collasso. Ma l’“inverno demografico” non è circoscritto solo ai due paesi citati poiché riguarda tutti i paesi cosiddetti “avanzati”, e diventa un contrassegno delle economie più sviluppate e più ricche, a segnare quello che può sembrare un paradosso: una migliore condizione di vita si traduce in una minore propensione alla vita.
Per contro, resistono ancora ideologie “neo-malthusiane” che sostengono che gli squilibri mondiali, le diseguaglianze tra paesi “ricchi” e “poveri”, e all’interno dei singoli paesi ricchi, sono dovute al fenomeno della sovrappopolazione che pregiudica la qualità della vita della maggioranza della popolazione in rapporto alle risorse che questo pianeta è in grado di produrre per il sostentamento della specie.

Saremmo in troppi e, senza correttivi, tra qualche decennio o secolo andremmo incontro ad una catastrofe. La tesi non è nuova e la sua teorizzazione risale alla fine del XVIII secolo con la pubblicazione del saggio di Thomas R. Malthus, tradotto in Italiano con “Popolazione e Povertà” (Ed. Riuniti).
Pastore anglicano ed economista inglese, Malthus si appoggia a concetti espressi da illustri scienziati e deduce, da alcune loro osservazioni sullo sviluppo della popolazione animale e vegetale, una “legge naturale” generale per la quale il suo aumento procederebbe in progressione geometrica ( 2,4,8,16,32,64 …), a fronte dell’incremento della produzione alimentare in progressione aritmetica (1,2,3,4,5,6 …), determinando a lungo andare uno squilibrio tra risorse disponibili e bisogno, imposto dall’incremento demografico, a meno di interventi esterni a regolarlo. Nel regno animale, con esclusione dell’uomo, che pur ne fa parte, la sussistenza e riproduzione delle varie specie dipende esclusivamente e solo da ciò che la natura mette a disposizione, non essendo queste in grado di intervenire per modificarla; ma, anche per gli animali e le piante, già Darwin e Wallace, a contraddire la legge della progressione geometrica indicata da Malthus, indicano nella natura – carenza o abbondanza di cibo, lotta con altre specie e con predatori, condizioni climatiche, sopravvivenza alla nascita, oltre al potente strumento della selezione naturale – i fattori che determinano (garantiscono), in assenza di altre variabili, il permanere di un numero pressoché costante di una determinata specie in un determinato territorio.
Per il genere umano, in quanto unica specie in grado di modificare la natura moltiplicandone le risorse, non valgono però gli stessi elementi naturali di “freno” allo sviluppo demografico; da qui il “pericolo”, secondo Malthus, dell’incremento sproporzionato della popolazione umana rispetto alle risorse disponibili, a meno di contenere la riproduzione della specie attraverso interventi regolatori.
Malthus è un economista, della scuola di Adam Smith, teorico del libero mercato, e la sua legge “naturale” della popolazione tende ad affermare che qualsiasi politica orientata all’abolizione delle diseguaglianze, a una politica assistenziale da parte dello Stato e a una distribuzione più equa della ricchezza prodotta, favorirebbe la propensione delle classi popolari alla riproduzione incontrollata e quindi al sovrappopolamento.
Ne deriva che sono le diseguaglianze sociali e il mantenimento della maggioranza della popolazione nella miseria, ostacoli alla crescita incontrollata della popolazione e un modo efficace per tenerla sotto controllo.
Per Malthus non esistono altri strumenti, oltre alla miseria, per limitare lo sviluppo della popolazione, tanto che si pronuncia contro ogni regolamentazione del controllo delle nascite e dell’età del matrimonio. In sintesi, per limitare lo sviluppo della popolazione rimangono “solamente la fame e l’inedia, a meno che non intervengano preventivamente freni distruttivi sotto forma di guerre, pestilenze e catastrofi”.


Questo grafico può essere inserito a conferma della legge di popolazione del capitalismo nella
A smentire la teoria malthusiana sono intervenuti, negli ultimi due secoli, i dati empirici e i fatti reali, sia perché la popolazione non è aumentata con la progressione geometrica indicata da Malthus, sia perché la popolazione non si è incrementata secondo la sua legge naturale, sia perché le risorse si sono moltiplicate, per effetto dello sviluppo capitalistico, oltre il prevedibile.
Un corollario della teoria di Malthus è che la povertà degli operai, dovuta a salari da fame, dipende dalla loro prolificità che determina un’offerta di forza lavoro ben oltre la disponibilità della domanda (dei posti di lavoro). A confutazione delle teorie di Malthus interviene Marx, che, nel Capitale, respinge l’idea che la povertà derivi da una sovrappopolazione rispetto alle risorse e introduce il concetto di “sovrappopolazione relativa”, che si manifesta nei confronti dei posti di lavoro disponibili: il sistema capitalistico ha bisogno, scrive Marx, di un “esercito industriale di riserva” per mantenere bassi i salari e controllare socialmente la forza lavoro. Marx sostiene che non esiste una “legge naturale” ma ogni epoca ha la sua legge della popolazione, che dipende dal grado di sviluppo delle forze produttive e dal modo di produzione storicamente dato. Il sistema schiavista si basava sulle conquiste dell’impero romano per alimentare e incrementare la manodopera di schiavi impiegati nelle campagne dei grandi proprietari e, nella metropoli romana e in quelle nate nelle provincie, a sostenere i servizi alle classi gentilizie e a strati parassitari, la plebe. Con la crisi dell’impero e delle conquiste si interrompe questo canale, tra le cause principali del suo crollo. Da lì comincia la decadenza economica e demografica dell’ex impero romano, che culmina nell’alto medioevo, caratterizzato questo da una economia orientata alla semplice sussistenza del villaggio, con conseguente stagnazione demografica. Se ogni epoca storica ha la sua legge della popolazione, esiste la legge della popolazione della società capitalistica, che, nella fase della maturità imperialistica produce, tra l’altro, il fenomeno dell’”inverno demografico”. Il capitalismo, negli ultimi due secoli, con l’impetuoso sviluppo delle forze produttive, ha provocato lo sconvolgimento dei vecchi modelli sociali, derivanti dall’economia medievale, coinvolgendo tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva.
La diffusione del sistema capitalistico su tutto il pianeta, con la disgregazione delle campagne, ha prodotto milioni di proletari che emigrano nelle città e in altri Stati, alla ricerca di condizioni di vita migliori; il fenomeno dell’urbanizzazione ha determinato la formazione di agglomerati umani e di nuovi strati sociali come espressione delle esigenze del sistema produttivo e dello Stato: strati intermedi formati da famiglie pluri-reddito, patrimonializzazione di massa, istruzione superiore e universitaria generalizzata, ritardo del primo concepimento. Le donne, relegate dall’economia agricola a manodopera casalinga e riproduttiva, sono state inserite dal sistema capitalistico nel ciclo produttivo industriale e dei servizi, aumentando le loro aspirazioni sociali ma provocando un “ritardo” del periodo del concepimento e una minore propensione alla maternità, anche e soprattutto per mancanza di strutture che la favoriscano. Il capitale, nella sua spinta cieca a riprodurre sé stesso si è impadronito della donna come forza lavoro, ma senza tutelarla come forza riproduttiva della specie Tutto questo, nei paesi industrialmente maturi, ha provocato il fenomeno descritto come “inverno demografico”. È un fenomeno generalizzato a tutti i paesi avanzati con conseguenze economiche e sociali enormi sulle risorse che alimentano ogni settore e ogni economia: la forza lavoro, la manodopera, i salariati senza i quali l’industria e i servizi si fermano.

Da qui la dimensione massiccia assunta dal fenomeno migratorio che coinvolge tutto il pianeta e che tanta paura e incertezza sta provocando negli strati sociali intermedi, terrorizzati dal pericolo di perdere un certo benessere acquisito nei decenni del forte sviluppo. Il ricorso alla manodopera immigrata, per i paesi industrialmente maturi, è ormai una condizione imprescindibile a compensare il declino demografico della popolazione autoctona e diventa “infusione” di sangue giovane, biologico ed economico, in una popolazione in fase di inarrestabile invecchiamento. L’”inverno demografico” è un fenomeno della legge della popolazione nella società capitalistica nella sua fase matura e occorre studiarla non in generale ma in relazione al modo di produzione storicamente dato e alle relative condizioni da questo determinato.
La demografia, intesa come dinamica della popolazione umana sulla terra, e le migrazioni, intese come spostamento di uomini da una regione all’altra del mondo, sono fenomeni interdipendenti profondamente intrecciati, che si influenzano reciprocamente.
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