Vi è nel pensiero antico, diffusissimo, un senso pessimistico del vivere che si condensa in una frase lapidaria, la sentenza di Sileno data in risposta al re Mida: “Meglio non essere mai nati ma visto che si è nati la seconda cosa migliore è morire quanto prima”, riecheggiata magari nell’altrettanto nota sentenza di Menandro “Muor giovane chi al cielo è caro”. Inutile dire che la vera meraviglia della classicità è qui, nell’esaltazione laica della bellezza della vita, dell’eroismo accanto e contro queste premesse pessimistiche, e la vera differenza rispetto al pensiero cristiano, nel suo ottimismo inossidabile, è pure qui. E non posso tacere un altro passo straordinario che ci racconta questa visione: Lucrezio nel De rerum natura, un passo che sarà ripreso quasi pari pari da Leopardi, scrive: “Ed ecco il fanciullo, come un naufrago buttato a riva / dalle onde infuriate, giace nudo sul suolo incapace di parlare, / bisognoso d’ogni aiuto vitale appena la natura lo getta / sulle prode della vita, e con doglie del grembo materno, / e riempie lo spazio d’un disperato vagire, come è giusto che faccia / colui cui in vita è serbato il passare per tante sventure” (DRN V, vv. 222-227). La nascita è una condanna, questo il senso, ma neppure nel meccanicismo epicureo senza speranza si mette mai in discussione che le generazioni debbano succedersi una all’altra, per legge di natura appunto. Uno dei passi più belli dell’Iliade e forse della letteratura classica tout court è nel VI libro allorchè Glauco rispondendo a Diomede dice “Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; / le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva / fiorente le nutre al tempo di primavera; / così le stirpe degli uomini: nasce una, l’altra dilegua” (Il. VI, 146 ss). Talmente bello che fu rielaborato da Mimnermo con parole simili:”Al modo delle foglie che nel tempo/ fiorito della primavera nascono/e ai raggi del sole rapide crescono, / noi simili a quelle per un attimo / abbiamo diletto del fiore dell’età, /ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. / Ma le nere dèe ci stanno a fianco, / l’una con il segno della grave vecchiaia / e l’altra della morte. Fulmineo / precipita il frutto di giovinezza, / come la luce d’un giorno sulla terra. / E quando il suo tempo è dileguato / è meglio la morte che la vita”, per come traduce stupendamente Quasimodo. Oppure, come dice Semonide «Finché si gode / l’amabile fiore della giovinezza, si ha il cuore / leggero e si pensano molte cose impossibili. / Non ci si aspetta di invecchiare o morire. / Quando si è sani, non ci si prende pensiero / della malattia; ma stolti quelli che così pensano, / e non sanno che è breve il tempo della giovinezza / e della vita per gli uomini».

Ecco già qui, alle origini, due punti fermi della concezione antica. Intanto la naturalità del succedersi delle generazioni, dunque, questa puntuale legge divina che assimila il ritmo di nascita e morte alla stessa cadenza delle stagioni. Come ricorderà fra gli altri Marco Aurelio, noi siamo immersi in questo ciclo, ineluttabile ma tale da dare il senso al nostro esserci proiettandolo in un senso universale, sicché la morte è connaturata in noi, dobbiamo riconoscerla fin da subito come parte del nostro essere. “Cotidie morimur”, ogni giorno moriamo un po’, senza drammi, come parte essenziale e preziosa della vita, ci ricorda Seneca. Salvo qualche caso non ci si aspettava alcuna realizzazione nell’aldilà, che al massimo era un luogo triste e malinconico, certo non appetibile o fonte di consolazione: la vita si esauriva qui, qui doveva avere la sua ragione di essere ma questo implicava anche che essa dovesse rigenerarsi di nascita in nascita. Soprattutto per quella fase esaltante e inspiegabile che è la giovinezza, appunto, fatta di amore come ricorda Mimnermo o esaltata nell’eroismo (bello è il giovane quando sia caduto in battaglia fra i primi, dice Tirteo).

Resta dall’altro lato la tristezza della vecchiaia che toglie ogni frutto ogni gioia, ma anche qui il pensiero antico opera un salvataggio, recupera il dolore in una naturalità delle cose. Solone, uno dei sette sapienti, legislatore di Atene, rispose a Mimnermo con una poesia di cui restano un paio di versi solamente “E se vuoi ascoltarmi, togli via questo verso… invecchio sempre molte cose imparando”. La vecchiaia in questo ciclo naturale della vita era il luogo della saggezza. Lo spegnersi delle passioni («Sono felice di essermene liberato, come da un padrone violento” pare dicesse Sofocle ormai anziano) lascia lo spazio all’equilibrio e alcuni dei personaggi più straordinari del mondo antico sono proprio i vecchi, da Priamo a Nestore, allo stesso Sofocle. I pregi infiniti della vecchiaia ce li ricorda benissimo Cicerone che ci ha scritto un trattatello ad hoc, ma anche Seneca, e Plutarco, tanto per dire. Anche la vecchiaia dunque nel solco di quella inevitabile e fortunata necessità che è caratteristica del pensiero antico, una prospettiva che oggi abbiamo perduto visto che la vecchiaia tendiamo a dilazionarla in ogni modo e i vecchi li mettiamo in casa di riposo, insomma fuori dal ciclo normale della vita. Vi era una logica e un senso precisi in questo paradosso: vivere è male ma non si può che nascere, gioire della giovinezza, invecchiare nella saggezza, morire. La denatalità oggi nell’Occidente ha senz’altro origine da tanti fattori, non ultimo l’aumento vertiginoso delle esigenze di benessere, degli standard di divertimento, cultura, lusso che, ahimè, costano e hanno il doppio effetto di procrastinare l’età del primo figlio dopo l’arrivo della stabilità economica e del benessere, o la rinuncia ai figli per salvaguardare standard elevati di vita sociale (laddove è noto che società con livelli economici bassissimi vedono nei figli un mezzo di sussistenza). Ma credo vi sia un cortocircuito sotterraneo più sottile per cui all’aumento di possibilità e piacere corrisponde un aumento costante di frustrazione, sofferenza.
E l’istinto inconscio a non perpetuare tale sofferenza. “Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo” è il titolo suggestivo di un pamphlet del filosofo sudafricano David Benatar, sostenitore del dovere etico di non generare figli. Le ragioni, psicologiche ed ecologiche insieme, sono complesse e meriterebbero pagine e pagine, ma qui basti la suggestione del titolo, che ci riporta d’un balzo alla sentenza greca con cui si apre questo articolo. Con una differenza radicale: se il pensiero classico aveva riconosciuto il dolore del vivere ma anche l’ineluttabilità di perpetuare la vita, oggi è l’uomo a decidere in piena coscienza di non generare, per evitare il dolore.

E la tecnologia è forse l’altro fattore che in qualche modo ci ha allontanato da quella visione “naturale”, ineludibile, che stava nelle stagioni, nelle foglie di Mimnermo. Oggi la scienza ha consentito di non avere figli evitando le gravidanze, ma lavora già su altri obiettivi: l’illusione di poter, un giorno, non morire, magari sopravvivere come database di memoria, in esistenze virtuali, o l’idea che ci si possa clonare, ricominciando da capo, o ibernare in attesa di improbabili resurrezioni. Insomma che si possa uscire dal ciclo delle generazioni, da quel cerchio misterioso di nascita morte che è la vita. Non resterò vivo a sufficienza per vedere come andrà a finire, ma temo e spero che entro non molto, superate certe euforie distopiche, gli insegnamenti dei nostri antichi torneranno utilissimi. Per insegnarci di nuovo a vivere, a generare, a morire, intendo.
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