Una scuola è fatta per gli alunni e con gli alunni, ma se gli alunni ce ne sono sempre meno? Esisterà ancora una scuola pubblica in futuro? Nell’anno scolastico 2014-2015 gli studenti italiani di ogni ordine e grado erano 8,7 milioni, nel 2024–2025 sono stati 7,9 milioni e nell’anno in corso sono scesi sotto i 7 milioni (dati ministeriali). Un disastro! Certo, si parlava di calo di nascite, si vedevano sempre meno bambini in giro, e si conoscevano tante coppie che preferivano non avere figli, eppure nessuno pensava che alla fine questo avrebbe avuto conseguenze sociali enormi. Così piano piano, si sono perse classi, poi si sono chiuse scuole, accorpati istituti, in un generale immobilismo, in un silenzio che ha del tragico. Si notavano facce nuove, è vero, quelle dei figli di immigrati: questo dai più veniva letto come un problema per il percorso dei bambini italiani, mentre a genitori e docenti di più larghe vedute appariva come una conquista di civiltà e accoglienza. Pochi però leggevano l’evento nella sua vera natura: un parziale e provvisorio meccanismo di sostituzione che non risolveva il problema di fondo e che non poteva essere immaginato come dinamica definitiva e stabile. Infatti dopo i primi anni gli stessi immigrati hanno fatto registrare un calo di nascite e i vuoti sono apparsi crescenti e incolmabili.

Che uso strumentale squallido e ipocrita è stato fatto nell’iscrizione di alunni stranieri nelle scuole italiane! Quelli arrivati già in età scolare, senza tanti scrupoli, li si inseriva in classi più o meno coerenti con l’età, prescindendo dal livello di conoscenza della lingua italiana, con un solo obiettivo: conservare le classi e le ore di insegnamento. Così l’istituto manteneva la dirigenza, ovvero non veniva accorpato, e qualche docente conservava il posto, senza essere costretto a cambiare scuola per racimolare altrove le ore che perdeva per la contrazione di cattedre. Dicasi lo stesso anche del personale non docente. E degli alunni iscritti così grossolanamente che cosa succedeva? Nella maggior parte dei casi, arrivava una scontata bocciatura, e quando si favoriva un facilitato proseguimento nascevano invidie e rancori negli altri studenti valutati con parametri normali. Intanto però il calo degli alunni veniva coperto o volutamente ignorato. Per i figli di immigrati nati in Italia le cose sono andate decisamente meglio ma nella maggior parte dei casi i percorsi didattici hanno fatto registrare un prevedibile rallentamento che ha suscitato crescenti lamentele da parte dei genitori dei bambini italiani. Con la conseguenza che un alto numero di bambini stranieri nella scuola primaria viene visto con diffidenza da genitori italiani, i quali cominciano a spostare i figli in altre scuole statali meno affollate o addirittura nelle scuole private. Presto la componente di provenienza straniera sarà omogenea nel numero nelle scuole di ogni ordine e grado ma questo non impedirà la perdita di migliaia di alunni per anno. In termini numerici possiamo dire che il calo dell’12,5% degli alunni italiani è stato compensato con un incremento del 16% di alunni stranieri, che oggi la componente stabile è nell’ordine dell’11,6% del totale iscritti, ovvero di circa 931.000 alunni, di cui il 65,2% già nato in Italia (dati IDOS 2025). Ovviamente la componente maggiore riguarda la scuola primaria rispetto alla secondaria ma con tendenza all’omogeneità. Numeri significativi ma non in grado di fermare lo svuotamento delle classi. Si prevede all’incirca il calo di un milione di iscrizioni nei prossimi dieci anni. A qualcuno i numeri, nella loro fredda aridità, potrebbero non dire niente, eppure implicano grandi conseguenze. Da una parte meno lavoratori in ogni campo o professione, dall’altra meno futuri padri e madri con possibilità di procreare, con la conseguenza di un ulteriore invecchiamento della società. Paradossalmente al calo degli studenti corrisponde un progressivo aumento del numero dei docenti e del personale amministrativo, fenomeno che momentaneamente, per evitare drastici ridimensionamenti o licenziamenti viene affrontato con questi interventi: -ripensamento sul numero degli alunni per classe in generale -riduzione significativa del numero degli alunni nelle classi con presenza di casi di deficit di apprendimento-aumento del numero di docenti impegnati nel sostegno. Provvedimenti tampone che non modificheranno il trend e che comunque vedranno una classe docente sempre più eccedente rispetto al fabbisogno e troppo anziana rispetto all’età degli allievi e alla qualità del lavoro richiesto.

Non a caso, dati Ocse, i docenti italiani sono i più vecchi in assoluto rispetto alle scuole di tutte le altre nazioni: il 73% nella scuola superiore supera i cinquant’anni, il 57% nella scuola primaria e il 51% nell’università. Nel regno unito i docenti sotto i trenta costituiscono il 29% della totalità. Ovviamente il fenomeno del calo non è omogeneo in termini quantitativi su tutto il territorio nazionale e tiene conto già dei parametri demografici regionali. Ma l’analisi dei dati mostra comunque valori spesso imprevisti e inaspettati. Ad esempio scopriamo che il calo degli studenti è più consistente al Sud che al Nord, che il rapporto invece docente/alunni al nord è di uno a 11/13, mentre al sud è di 1 a 9 ed in qualche regione ancora più basso. Alla denatalità tocca aggiungere anche l’abbandono scolastico che pur essendo stato migliorato negli ultimi anni sul piano nazionale, raggiunge punte allarmanti in alcune regioni e città del sud: in Sicilia ad esempio superano il 15% e in città come Trapani e Palermo raggiungono il 25%. Bisogna poi annotare che una fetta consistente dell’abbandono riguarda proprio i figli degli immigrati costretti al lavoro spesso per ragioni economiche. E in Friuli? Quale situazione specifica si registra? Secondo i dati dell’Ufficio scolastico regionale al nuovo anno scolastico 25-26 sono iscritti 130.682 alunni, quasi 2000 in meno rispetto all’anno precedente e per l’anno prossimo si ipotizzano quasi 2500 alunni in meno. Ovvero si sono avute già 60 classi in meno, ma questo numero aumenterà e c’è il rischio di chiusura in regione per circa 70 istituti nei prossimi anni. La provincia di Pordenone è quella che fa registrare la perdita maggiore di iscritti nella scuola primaria. Insomma un problema ormai strutturale che nessuno più può negare. Se al calo numerico aggiungiamo anche quello qualitativo verificabile ormai da anni nei livelli di apprendimento allora il quadro è assolutamente deprimente. Soluzioni? Ce ne sono ma bisogna veramente che il potenziamento delle nascite sia inserito in un più generale ripensamento degli ammortizzatori sociali, del welfare e che la scuola torni ad essere l’istituzione importante che la costituzione italiana prevede che sia. Oggi i figli sono un problema lasciato solo alla famiglia, e in generale non vengono visti come un investimento per il futuro ma come un peso per il presente. La stessa cosa vale per la scuola sentita come un’istituzione che consuma risorse senza produrre redditi. Non a caso ha visto decrescere in modo regolare la quota del Pil ad essa riservata. Un paese serio, con una classe politica seria, sa capire, prevedere i problemi e trovare soluzioni adeguate. Ma il nostro è un paese serio?

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