Inverno nelle culle, calo demografico.
Il pensiero, chiaramente, corre quasi sempre all’Italia: nel Bel Paese nascono sempre meno bambini, l’età media della popolazione aumenta e con essa, di conseguenza, anche i dibattiti pubblici sulle future conseguenze economiche e sociali legate a questo fenomeno.
Esiste però un’altra “crisi delle nascite”, molto meno nota, ma altrettanto preoccupante, che coinvolge il mondo animale. Anche in natura, infatti, la natalità è in diminuzione.
Tuttavia, vi è una grossa differenza rispetto a noi: gli animali non decidono consapevolmente di avere meno figli, bensì sono le trasformazioni di molti ecosistemi, spesso, a rendere sempre più complessa e improbabile una riproduzione di successo.
Temperature in aumento, sostanze inquinanti e habitat che scompaiono sono solo alcune delle cause che stanno alterando processi evolutivi perfezionati in milioni di anni.
Tutto ciò porta, inevitabilmente, a una riduzione del numero di piccoli che riescono a nascere e, soprattutto, a sopravvivere fino all’età adulta.
Basti pensare che molte specie sincronizzano la riproduzione con la disponibilità di cibo, temperatura, umidità, ecc.
La tartaruga caretta (Caretta caretta) è un esempio concreto: il sesso dei piccoli è particolarmente influenzato dalla temperatura della sabbia circostante durante il periodo di incubazione e, con estati sempre più calde, per via del riscaldamento globale, in alcune zone del Mediterraneo circa il 70% dei nuovi nati è costituito da femmine. Dunque, è ovvio che se in futuro i maschi di caretta dovessero diventare troppo pochi, la capacità riproduttiva della specie diminuirebbe drasticamente.

Negli uccelli, invece, alcune specie si sono trovate costrette ad anticipare la loro nidificazione di diverse settimane rispetto a un secolo fa, sempre a causa dell’aumento spropositato delle temperature. Cosa sarà mai qualche settimana di differenza? Quando la schiusa delle uova non coincide più con il periodo di massima abbondanza di insetti, necessari per alimentare i pulli, per Mamma e Papà Uccello sono dolori!
A peggiorare la situazione per molti animali, inoltre, interviene l’inquinamento: numerosi pesticidi, metalli pesanti, microplastiche e PFAS agiscono sul sistema endocrino facendo da veri e propri interferenti, alterando quindi il normale funzionamento degli ormoni. Gli effetti possono essere molteplici: riduzione della fertilità, sviluppo anomalo degli embrioni e via dicendo.
In alcuni anfibi esposti a erbicidi, ad esempio, sono state osservate modificazioni degli organi riproduttivi.
Le microplastiche, invece, secondo diversi studi, possono compromettere la fertilità di molte specie, sia acquatiche che terrestri.
Il calo delle nascite, poi, è causato anche dalla perdita degli habitat: popolazioni un tempo collegate tra loro rimangono isolate, separate da strade, coltivazioni intensive, centri abitati.
La frammentazione degli habitat, tra l’altro, favorisce l’inbreeding, portando alla riduzione della variabilità genetica e della capacità di una specie di adattarsi ai cambiamenti ambientali.
Esistono anche minacce meno evidenti, come l’inquinamento luminoso e acustico, che in realtà, purtroppo, possono condizionare moltissimo la capacità riproduttiva di una popolazione. Immaginiamoci, ad esempio, dei rospi che stanno cantando in una pozza vicino a una strada trafficata: il rumore del traffico potrebbe coprire i richiami di corteggiamento, rendendo la vita dei nostri amici rospi molto più difficile!
Le difficoltà per gli animali non finiscono qui. Per riprodursi, infatti, non basta trovare un partner: servono anche energie sufficienti per affrontare una delle fasi più impegnative dell’intero ciclo vitale. In molte specie, però, il cambiamento climatico sta rendendo la disponibilità di cibo sempre più irregolare e imprevedibile. Se una femmina non riesce ad accumulare adeguate riserve energetiche, può deporre un numero inferiore di uova, mettere al mondo meno piccoli o, nei casi più estremi, rinunciare completamente alla riproduzione per quell’anno. Nei mammiferi, ad esempio, lunghi periodi di siccità o la scarsità di risorse alimentari possono ridurre la fertilità e aumentare la mortalità dei cuccioli nei primi mesi di vita.
Neppure gli oceani sono immuni a tutto ciò. Il progressivo riscaldamento delle acque e la loro acidificazione stanno compromettendo lo sviluppo di uova e larve di numerose specie marine, fasi estremamente delicate del ciclo vitale. In molti pesci, inoltre, temperature eccessivamente elevate possono rallentare o alterare lo sviluppo embrionale, ridurre il successo della schiusa e aumentare la mortalità dei nuovi nati ancora prima che raggiungano gli stadi giovanili.

Esiste poi un problema ancora meno evidente, ma non per questo meno grave. Con il progressivo declino di molte popolazioni, infatti, trovare un partner riproduttivo sta diventando sempre più difficile. Habitat frammentati e popolazioni sempre più piccole fanno sì che individui della stessa specie si incontrino con minore frequenza, riducendo ulteriormente le possibilità di riproduzione. Questo fenomeno, conosciuto in ecologia come effetto Allee, crea un vero e proprio circolo vizioso: meno individui significa meno incontri, meno nascite e, di conseguenza, un declino ancora più rapido della popolazione. La “crisi delle nascite”, come possiamo quindi ben constatare, non riguarda solamente la nostra Italia o, più in generale, l’essere umano.
È fondamentale proteggere habitat naturali, ridurre l’inquinamento e contrastare il cambiamento climatico non solo per conservare le singole specie, ma anche per garantire la continuità della vita stessa negli ecosistemi di cui, più o meno direttamente, anche l’uomo fa parte.
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