Sul tema del tempo e delle epoche della vita si è soffermata molto la cinematografia, per non parlare della letteratura, del teatro. Entro i confini regionali, come non ricordare Senilità di Italo Svevo, dove la persona non ancora anziana rappresenta in anticipo la senilità, come elemento della crisi e dell’ inettitudine alla vita. Pensando in particolare all’età anziana, il primo film recente che mi è affiorato alla memoria è stato The Father (2020) -nella traduzione all’italiano The Father- Nulla è come sembra-, di Florian Zeller, ma allo stesso tempo L’amore ai tempi del colera (2007), di Mike Newell. Entrambi i film sono un’interpretazione cinematografica di un’opera letteraria, teatrale, nel primo caso, narrativa nel secondo. Al di là della diversità di esito e di stile, i due film sviluppano la trama su elementi dell’età anziana.

In The Father il disagio non si esprime solamente per il limite della memoria, che si frammenta e quindi, a sua volta, frammenta la realtà, vista dal di dentro del protagonista; nei suoi ottanta anni egli subisce la perdita progressiva dell’autonomia nei gesti e nelle relazioni della vita quotidiana, limite che fatica ad accettare, manifestando per contro una bellissima vitalità, anche nella capacità immaginativa, nel ricodificare i ricordi in un piano spazio-temporale altro, dove la realtà, presente e passata, sfuma e si ricrea in un altrove. La regia è interessante nel saper accompagnare la progressiva frammentazione della realtà nel ricordo del protagonista Anthony, di cui sentiamo tutto il doloroso disagio. E non solo il suo personale. In questo ambito, è interessante proprio la rappresentazione della relazione padre-figlia, nel ruolo capovolto dell’accudimento e dell’autorevolezza. Nel film si vede bene la fragilità del rapporto e la vulnerabilità di entrambi i personaggi. Quindi il disagio assoluto della persona anziana che soffre, ma dall’altra parte la difficile apprensione delle altre persone, di solito i famigliari appunto, che si apprestano a sostenere la persona bisognosa.
Il film ben esprime questo reciproco disagio, esteso al partner della figlia e all’ex-marito, coinvolgendo ovviamente le badanti chiamate ad aiutare in casa. Il trauma della smemoratezza per un incipiente morbo di Alzheimer dell’uomo anziano è acuito nella trama per la scelta della figlia di trasferirsi a vivere altrove con il compagno, dovendo alla fine affidare il padre a una struttura adeguata per l’accudimento. L’abile interpretazione di Anthony Hopkins si caratterizza per una peculiare sensibilità e il notevole spessore espressivo coinvolge completamente nell’interiorità del vissuto personale, senza scadere in facile sentimentalismo. Bellissima la scena nella parte finale, quando il padre già inserito nella struttura socio-sanitaria invoca la madre con un pianto profondissimo, che grida il disagio accumulato nel tempo. La smemoratezza accompagna gradualmente la nostra vita psichica, ma quando giunge al limite disperante del vuoto e dell’oblio come nella malattia dell’Alzheimer diventa sconvolgente. Sconvolgente è questa scena specifica, come rappresentativa del limite e insieme del coraggio. Il coraggio anche della figlia di non rinunciare alla propria vita, ma piuttosto di cercare una soluzione adeguata al momento.

Prendere la distanza non è abbandonare, la troppa apprensione e l’eccessiva vicinanza può essere allo stesso modo nociva per la persona in sofferenza. Il film The Father, certamente focalizzato sulla figura del padre anziano, in realtà sposta lo sguardo anche sulla figlia adulta, sui ruoli capovolti della relazione e sulla difficile mediazione da intraprendere. Il dramma non scade mai nella negatività, si respira una realistica apprensione, si partecipa alla inevitabile desolazione del vissuto di entrambi i personaggi protagonisti, sempre dignitoso anche nel profondo dolore. L’altro film, L’amore ai tempi del colera, tratto dal romanzo dall’omonimo titolo in traduzione italiana di G. G. Marquez, presenta invece il disequilibrio relazionale a cui siamo più consoni in senso storico, tra il padre e la propria figlia, ostacolata nelle scelte più intime, amorose e relazionali. Infatti, nel romanzo e nel film, la storia narra di un amore reso impossibile dalle circostanze e dai condizionamenti nella giovane età dei due personaggi protagonisti, il telegrafista Fiorentino Ariza e la giovane di buona famiglia Fermina Daza, interpretati nella versione cinematografica rispettivamente da Javier Bardem e da Giovanna Mezzogiorno. Un amore che troverà il suo tempo e il suo spazio reciproco solo nell’età anziana dei due protagonisti. Si tratta di un amore inaspettato, per l’età e per l’intensità che esprime, particolarmente in modo romantico nel film, che privilegia il tema amoroso e ne intensifica il significato per evidente scelta. Il meraviglioso di Màrquez già nel romanzo spicca in questo rapporto “tardo”, intenso e travolgente, romantico e surreale per certi versi, tra un uomo e una donna che si inseguono e si perdono nel corso della vita.
La donna in particolare è condizionata dall’autorità paterna, aspetto che caratterizza la società occidentale di fine ottocento e inizio novecento, anche nella cultura neocoloniale della Colombia indipendente. Nella trama il disagio dell’amore represso in entrambi i protagonisti, caratterizzati da una psicologia vulnerabile, si configura in ambito sociale con l’aspetto della salute fisica minacciata dalla malattia, in questo caso in senso collettivo, trattandosi dell’epidemia del colera. Eppure qui l’anzianità interessa proprio nella sua espressione vitale, nella sua emancipazione dall’idea del corpo limitato, dato che l’amore diventa per metafora implicita il colera che contamina ogni aspetto della vita, soprattutto del protagonista, quasi sopraffatto, ma finisce per coronarla di luce, in un processo inverso rispetto al decorrere di ogni malattia. La coppia si unisce in età avanzata, con i corpi fisicamente segnati dal tempo e da qualche acciacco, ma è sorprendente, meraviglioso appunto, come sbocci l’amore tra i due protagonisti già anziani, vivissimi e freschissimi finalmente nella reale intesa e unione, e non solo interiore, spirituale. Dolcissima la scena in cui la donna, prima delle condivisione erotica nell’intimità del letto, chiede al compagno di attendere che prepari e rinfreschi il suo corpo, odorante di vecchia, alla gioia suprema del piacere fisico. L’amore trascende nell’eterno, come esprime Fiorentino nella scena finale, interpretato con intensità da Bardem. Al di là di tutti gli artifici anche abilmente scaltri in senso commerciale, il linguaggio cinematografico adottato riesce a creare un’idea dell’amore e dell’età anziana diversa da quella che eravamo soliti accettare e concepire, condizionati da una concezione del tempo in senso lineare che punta verso una finitudine Il pregio di questo film sta nel trasmettere un’idea vitale dell’esistenza e dell’età anziana, che contrasta con ogni possibile malattia. La senilità, ricordata per il romanzo di I. Svevo, qui lascia spazio alla passione e al rigoglio romantico, soppiantando l’inettitudine di mezza età dei migliori personaggi di Svevo, trasposti anche nella cinematografia.

La spinta vitale è quanto ci porta a respirare giorno per giorno.
Ogni età presenta pregi e limiti. L’amore e la malattia sono aspetti dicotomici che in modo accentuato accompagnano l’età anziana e nei film che ho ricordato il limite viene superato dalla vita che in ogni condizione si afferma con forza. Divenire anziani è un processo che il cinema ci può aiutare a conoscere in prospettiva, da diversi punti di vista, e proprio per questo aiutarci a gestire, ad essere consapevoli. Proprio come tutta la cinematografia sull’infanzia, sull’adolescenza, sull’età adulta. Insomma la vita.
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