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Essere madri? Il diritto di scegliere

di Paola D’Agaro

Dirigere l’ordine pubblico o un’azienda quotata in borsa, fluttuare nello spazio o istruire processi in Corte d’assise: oggi una donna può tutto, ma arriverà comunque il momento in cui verrà chiamata a spiegare perché non ha avuto figli o, se li ha avuti, come pensa di conciliare il suo essere madre con la professione intrapresa.

Dimostrando un aplomb invidiabile, l'”astromamma” Samantha Cristofoletti ha risposto semplicemente: «Hanno un padre»; la scienziata Margherita Hack: «L’eredità si può lasciare anche agli allievi…e poi, a dir la verità, non me ne frega nulla di lasciare l’eredità». Ultima, in ordine di tempo, Francesca Fagnani risponde a quella che Rebecca Solnit chiama “la madre di tutte le domande” con un laconico: «È una domanda che, nel 2026, non è giusto fare». La mammizzazione delle donne, e la speculare sottovalutazione delle non-madri è, secondo Michela Murgia, una vera e propria ossessione: «La donna potente, se è madre, sembra fare meno paura a chi il potere lo ha visto fino a quel momento solo in mano agli uomini».

 Foto di lycia- mom - 1668482 da pixabay
Foto di lycia- mom – 1668482 da pixabay

Ma l’esigenza di controllo sul corpo femminile, e sul “super-potere” dato dalla sua possibilità di generare, ha radici antiche.

Metafora di tale desiderio maschile è Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Nel romanzo, mito e storia si fondono in una narrazione distopica e visionaria assieme, che è anche una condanna potente contro ogni forma di dominio sui corpi delle donne in quanto generatori di vita e, pertanto, garanzia di futuro.

Per anni, ogni possibile progettualità femminile è stata ridotta al desiderio di maternità in tutte le declinazioni compatibili con l’ordine costituito. Norme e modelli introiettati e restituiti docilmente senza che fosse possibile incidere sulla loro compattezza. Il paradigma imponeva che la maternità fosse iscritta entro i confini del matrimonio, rigorosamente “tradizionale”, in cui dominava la figura del “capofamiglia”.

Trasgredire significava venire respinte ai margini della comunità di appartenenza in quanto colpevoli di non volere (o non poter avere) figli o di averli generati prima o fuori dal matrimonio. Frustrazione, emarginazione sociale e senso di colpa erano lo scotto da pagare.

Contemporaneamente, il mondo era attraversato da più o meno cruente azioni di reprocidio – nel significato di annientamento della possibilità di vita, intesa come generazione, cura e crescita di una comunità – i cui epigoni sono oggi visibili nel criminale tentativo di cancellazione del popolo gazawi. Parliamo di politiche di razzismo e abilismo riproduttivi che hanno riguardato intere etnie e categorie sociali (nativi americani, neri, disabili fisici e mentali, carcerati), in tutta l’America settentrionale, e non solo. E questo fino a tempi recentissimi. Nella sola Carolina del Nord, tra il 1930 e il 1970 si sono avute 7.600 sterilizzazioni, che per il 65% hanno riguardato donne nere.

In ossequio alle politiche di pianificazione familiare, ancora nel 2014 in India, in sole due ore si è proceduto a 83 sterilizzazioni, con un bilancio di 15 donne morte. Per non parlare dei violenti tentativi di pulizia etnica che hanno attraversato la seconda metà del ventesimo secolo, dalla Bosnia al Ruanda. Anche in quei casi, vittime privilegiate sono state le donne in età fertile. Oggi, il tema della discriminazione riproduttiva e del corpo delle donne come territorio da disciplinare non è superato ma si è adattato alle nuove esigenze demografiche e di controllo sociale. Il femminismo della seconda ondata ha aperto alle donne occidentali la strada dell’affermazione professionale e le ha spinte fuori dagli angusti confini del focolare domestico. Si impongono così nuovi problemi di conciliazione tra obblighi familiari (che in Italia ricadono più che altrove in Europa sulle spalle di mogli, madri e compagne) e l’espressione di sé come soggetto capace di incidere nel mondo. Il paradigma che vuole che non fare figli sia frutto della scelta egoistica di una gioventù mammona e viziata (altra categoria oggetto di stigma sociale) non regge. Non solo, la pretesa anomalia della donna senza figli ormai non trova più giustificazione neanche nei numeri.

pexels- mother- 1851485 da pixabay

Nel giro di pochi decenni, il tessuto sociale si è fatto sempre più complesso dovendo fare i conti con nuove identità che premono ai confini e rivendicano un loro ruolo: le immigrate, le lesbiche, le madri single, le donne e gli uomini transgender, nonché la variegata galassia delle diverse e nuove “identità nomadi”. Nel contempo, i progressi della genetica rendono oggi possibile quello che un tempo era confinato nei libri di fantascienza: dall’inseminazione eterologa alla fecondazione in vitro, dalla gravidanza post-menopausa alla gestazione per conto terzi, dalla crio-conservazione dei gameti alla selezione degli embrioni. Questo entro una cornice che vede, in tutto l’Occidente, una incessante decrescita della natalità compensata solo dal saldo migratorio (senza gli immigrati, l’Italia avrebbe perso 300.000 abitanti solo in quest’ultimo anno). In questo contesto, il sistema patriarcale rilancia la funzione della famiglia come baluardo della stirpe oltre che unità riproduttiva, cellula economica e pilastro di un ordine di genere, sessuale e razziale, bollando come criminale ogni sconfinamento. Il corpo delle donne diventa così l’antemurale della stirpe. In quest’ottica, il pensiero dominante, rappresentato dalla destra populista, è orientato a fermare, quando non a invertire, l’avanzata dei diritti. E lo fa attraverso campagne che sembrerebbero incompatibili con le politiche pronataliste in quanto stigmatizzano ogni tipo di procreazione che non si iscriva entro i confini del “naturale”. Parliamo di: genitorialità etero e concepimento per vie che escludano tassativamente la maternità surrogata come l’inseminazione eterologa, fosse pure nell’alveo ristretto dell’istituto matrimoniale. Su un diverso ma convergente terreno (questa volta apertamente pronatalista) si colloca la campagna antiabortista, che oggi si auto-legittima come propugnatrice di diritti: diritto dell’embrione, diritto della donna alla salute e “alla scelta di non abortire” (sic). Una “benevolenza” di cui non è difficile individuare la radice sessista, nativista e autoritaria. Soprattutto se la si colloca all’interno di teorie complottistiche che Meloni provò a sintetizzare nella celebre affermazione: «In Italia c’è un disegno di sostituzione etnica, ma noi non lo consentiremo».

Scegliere di essere o non essere madri è il risultato dell’intersezione tra diverse dimensioni: storica, sociale, psicologica, politica, ambientale, etnica e religiosa. Ecco perché pensare di aggredire la denatalità solo attraverso un approccio di tipo economico, oltre che morale, è inutile e fuorviante. In quanto scelta, quella di diventare madre non può non tener conto di desideri, volontà e bisogni delle interessate, che pure non sembrano avere cittadinanza nel perimetro tracciato dalle destre oggi al potere.