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Inverno demografico. Il paese che non fa più figli.

di Loris Del Frate

Il Friuli Venezia Giulia invecchia prima degli altri. C’è un rumore che non si sente. È il silenzio delle culle vuote. Non fa notizia come una crisi di governo, non occupa le prime pagine con la forza di una guerra o di una pandemia, eppure è probabilmente il fenomeno che più di ogni altro cambierà il volto dell’Italia nei prossimi decenni. L’inverno demografico non è più una previsione. È il presente. E il Friuli Venezia Giulia è una delle regioni che questo inverno lo sta vivendo con maggiore intensità. Nel 2025 in Italia sono nati meno di 360 mila bambini, il dato più basso dall’Unità d’Italia. Per trovare numeri simili bisogna tornare a un Paese completamente diverso da quello di oggi, quando gli italiani erano poco più della metà degli attuali. Nel 2008, appena sedici anni fa, i nuovi nati erano oltre 576 mila. In poco più di un decennio il Paese ha perso oltre 206 mila nascite all’anno, una diminuzione di quasi il 36 per cento. Parallelamente il numero medio di figli per donna è precipitato a 1,1, il minimo storico mai registrato. Ma dietro questi numeri non c’è soltanto una diversa idea di famiglia. C’è un cambiamento strutturale che riguarda economia, lavoro, casa, servizi e perfino la fiducia nel futuro.

oto di Wal 172619 da pixabay

Punto di svolta

Gli studiosi individuano nel 2008 l’anno spartiacque. La crisi economica mondiale, la precarizzazione del lavoro giovanile, l’aumento dell’età del primo impiego stabile e le difficoltà nell’accesso alla casa hanno progressivamente rinviato il momento della genitorialità. Nel frattempo è accaduto un altro fenomeno meno evidente, ma ancora più pesante: sono entrate nell’età fertile le generazioni nate negli anni Settanta e Ottanta, già numericamente molto ridotte. Così oggi ci sono meno giovani che potrebbero avere figli e, tra questi, sempre meno decidono di diventare genitori. La conseguenza è una spirale difficile da interrompere: meno giovani significa meno nascite; meno nascite significano ancora meno giovani tra vent’anni.

Laboratorio Friuli Venezia Giulia

Se l’Italia è uno dei Paesi più anziani del mondo, il Friuli Venezia Giulia rappresenta quasi un laboratorio anticipatore. Da anni la regione registra uno dei più bassi tassi di natalità nazionali. Il numero dei nati continua a diminuire e il saldo naturale – cioè la differenza tra nascite e decessi – è costantemente negativo. Nel 2024 i bambini nati in regione sono scesi a circa 6.900, mentre nei primi mesi del 2025 il calo è proseguito facendo prevedere un nuovo minimo storico. Anche qui il punto di svolta coincide con il periodo successivo al 2008, quando le nascite superarono ancora quota 10 mila. Oggi siamo poco oltre i due terzi di quel valore. Le aree montane e i piccoli comuni sono quelle che soffrono maggiormente. In diversi paesi capita che per un intero anno non nasca nemmeno un bambino. Nel frattempo cresce il numero degli ultraottantenni e aumenta la quota di popolazione anziana, che in regione supera ormai il 27%. È una trasformazione silenziosa che cambia il volto delle comunità.

Non solo statistica

Quando si parla di denatalità si pensa subito alle scuole che chiudono. Ed è vero. Sempre più sezioni dell’infanzia vengono accorpate. Le classi diminuiscono. Gli istituti perdono iscritti e nei piccoli centri mantenere aperti gli edifici scolastici diventa sempre più difficile. Ma questo è soltanto il primo effetto. Il secondo riguarda il lavoro. Tra dieci o quindici anni entreranno nel mercato occupazionale molte meno persone rispetto a quelle che usciranno per pensionamento. Mancano già oggi infermieri, medici, tecnici specializzati, artigiani, operai qualificati e figure altamente professionali. Il rischio è che le imprese trovino sempre meno lavoratori disponibili. Poi arriva la previdenza. Il sistema pensionistico italiano si basa su un principio molto semplice: chi lavora oggi paga le indennità di chi è già in pensione. Se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, l’equilibrio diventa sempre più difficile.

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Infine la sanità

Una popolazione anziana richiede cure completamente diverse rispetto a una giovane. Crescono le patologie croniche, aumentano le richieste di assistenza domiciliare, servono più geriatri, più infermieri di comunità, più strutture intermedie. È un sistema sanitario chiamato a cambiare pelle.

Gli stranieri non bastano più

Per anni si è pensato che l’immigrazione avrebbe compensato il calo delle nascite.

È stato vero soltanto in parte. Oggi circa un nato su cinque in Italia ha almeno un genitore straniero.

Nel Nord questa percentuale supera il 30%, mentre in Friuli Venezia Giulia quasi un bambino su cinque nasce da genitori entrambi stranieri.

Un contributo importante.

Ma insufficiente. Anche le famiglie straniere stanno progressivamente riducendo il numero dei figli, seguendo gli stessi modelli culturali ed economici delle famiglie italiane.

La demografia, insomma, non si risolve semplicemente con l’immigrazione.

Le politiche regionali

Il Friuli Venezia Giulia è una delle regioni che negli ultimi anni ha investito maggiormente sul sostegno alle famiglie. Bonus nascita, dote famiglia, contributi per gli asili nido, incentivi per l’acquisto della prima casa, agevolazioni per i servizi educativi, sostegno alla conciliazione tra lavoro e famiglia. Misure importanti.

Che hanno certamente alleggerito il peso economico della genitorialità.

Ma i numeri dimostrano che non sono bastate. Perché la decisione di mettere al mondo un figlio non dipende solo da un bonus. Dipende dalla possibilità di avere un lavoro stabile, uno stipendio dignitoso, una casa accessibile, servizi efficienti, tempi di vita compatibili con quelli lavorativi.

Soprattutto dipende dalla fiducia.

E forse è proprio questa la risorsa

più scarsa.

Il grande paradosso

I sondaggi raccontano una realtà interessante. La maggior parte dei giovani italiani continua a desiderare due figli. Ma poi ne nasce uno. Oppure nessuno. Non perché manchi il desiderio, ma perché manca la possibilità concreta di trasformarlo in realtà. Contratti precari, stipendi bassi, affitti sempre più elevati, mutui difficili da ottenere, servizi per l’infanzia ancora insufficienti e una cultura del lavoro che spesso considera la maternità quasi un ostacolo. Il problema quindi non è soltanto demografico. È economico. È sociale. È culturale.

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Non basta preoccuparsi delle culle

Ogni anno, puntualmente, si commentano i nuovi dati Istat con toni allarmati. Poi tutto torna come prima. L’inverno demografico viene affrontato come se fosse un problema delle famiglie. In realtà riguarda tutti, perché senza giovani non esiste crescita economica. Senza giovani non esiste innovazione. Senza giovani non regge il welfare. Senza giovani non sopravvivono i territori più fragili. Il Friuli Venezia Giulia lo sta sperimentando prima di altri. Interi paesi rischiano lo spopolamento, le imprese faticano a trovare personale, le scuole si svuotano mentre aumentano le richieste di servizi per gli anziani. La vera emergenza, allora, non è convincere le persone a fare più figli. È costruire un Paese nel quale avere un figlio non venga percepito come un atto di coraggio o un lusso riservato a pochi. Perché nessun bonus, da solo, può invertire una tendenza lunga quasi vent’anni. Servono politiche abitative, salari adeguati, occupazione stabile, servizi educativi diffusi, conciliazione reale tra famiglia e lavoro e una diversa attenzione alle nuove generazioni.

Altrimenti continueremo a discutere di denatalità limitandoci a contare le culle rimaste vuote.

Quando invece dovremmo chiederci perché tanti giovani, pur desiderando diventare genitori, hanno smesso di credere che questo Paese possa offrire ai loro figli un futuro migliore del presente.