Siamo un Paese che invecchia sempre di più e, paradossalmente, lavora sempre più a lungo. La pensione, che un tempo rappresentava il traguardo di una vita lavorativa, oggi è sempre più spesso soltanto una tappa. C’è chi continua a lavorare regolarmente, sfruttando le possibilità offerte dalla normativa, e chi invece sceglie – o è costretto – a rimanere nel mercato del lavoro in nero.
Due fenomeni molto diversi tra loro, ma che pongono interrogativi economici, sociali ed etici destinati ad assumere un peso crescente in un Paese alle prese con il più grave inverno demografico della sua storia. I numeri ufficiali raccontano che il lavoro dopo la pensione non è affatto un’eccezione. Secondo il Rapporto annuale dell’Inps, circa l’8,5% dei pensionati continua a svolgere un’attività lavorativa regolare. Nel 2023 erano oltre 737 mila i lavoratori già titolari di pensione, impiegati con contratti perfettamente legittimi, soprattutto tra artigiani,commercianti, autonomi e professionisti. L’Istat offre una fotografia analoga: circa un pensionato su dieci, nella fascia tra i 50 e i 74 anni, dichiara di aver continuato a lavorare dopo il pensionamento. Si tratta, nella maggior parte dei casi, della prosecuzione dell’attività precedente oppure di nuove collaborazioni regolarmente dichiarate.

Lavoro nero.
Diverso è il capitolo del lavoro nero. Qui le cifre certe non esistono, proprio perché si tratta di attività sommerse. Nessun istituto statistico è in grado di stabilire quanti pensionati lavorino senza dichiarare il reddito. Gli esperti possono soltanto formulare stime indirette partendo dalle dimensioni dell’economia sommersa e dai controlli effettuati dagli organi ispettivi. Si parla di almeno due milioni e mezzo, impegnati in tutti i settori. Un problema, dunque, marginale. Anzi. In numerosi comparti – dall’edilizia ai piccoli lavori artigianali, dalle riparazioni domestiche ai servizi alla persona fino ad alcune attività agricole – il ricorso a pensionati disponibili a lavorare senza fattura rappresenta una realtà conosciuta. Le motivazioni sono spesso comprensibili, anche se non giustificabili. Molte pensioni, soprattutto quelle maturate con carriere discontinue, sono modeste e non consentono di affrontare serenamente l’aumento del costo della vita. Per alcuni continuare a lavorare non è una scelta, ma una necessità. Chi percepisce settecento, ottocento o novecento euro al mese può vedere in qualche lavoretto occasionale l’unico modo per arrivare alla fine del mese.
Nessuna assoluzione. Perché comprendere non significa assolvere. Il lavoro nero produce infatti un doppio danno. Da una parte sottrae risorse allo Stato attraverso l’evasione fiscale e contributiva, risorse che finiscono per gravare sull’intera collettività. Dall’altra altera la concorrenza nel mercato del lavoro,in quanto chi opera senza tasse e contributi può offrire prestazioni a prezzi inferiori rispetto a chi lavora regolarmente. La questione diventa ancora più delicata se osservata attraverso la lente dell’inverno demografico. L’Italia registra da anni un numero di nascite insufficiente a garantire il ricambio generazionale. I giovani sono sempre meno, entrano tardi nel mercato del lavoro, incontrano spesso occupazioni precarie e stipendi bassi. In questo contesto diventa difficile progettare il futuro: acquistare una casa, mettere al mondo un figlio, costruire una famiglia. Esiste allora un collegamento tra pensionati che continuano a lavorare e difficoltà occupazionali dei giovani?
Serve equilibrio
La risposta richiede equilibrio. Sarebbe semplicistico sostenere che ogni pensionato che continua a lavorare “rubi il posto” a un giovane. L’economia non funziona come un gioco a somma zero. In molti casi le competenze dei pensionati sono altamente specialistiche e difficilmente sostituibili; in altri casi continuano a lavorare perché non esistono giovani disposti o adeguatamente formati a svolgere determinate attività. Tuttavia il discorso cambia quando il lavoro avviene nell’economia sommersa. Se un pensionato svolge in nero attività che potrebbero essere affidate a un giovane assunto regolarmente, il rischio di distorsione diventa concreto. Il datore di lavoro può essere tentato di preferire chi costa meno e non richiede contributi, alimentando un circuito vizioso che penalizza soprattutto chi cerca il primo impiego. Il problema emerge con particolare evidenza nei mestieri tradizionali. Falegnami, idraulici, elettricisti, muratori, meccanici, sarti, calzolai: professioni nelle quali molti artigiani continuano a lavorare anche dopo la pensione. Da un lato garantiscono competenze preziose che rischiano di scomparire; dall’altro, se l’attività viene svolta fuori dalle regole, si riducono ulteriormente gli spazi per il ricambio generazionale e per l’apprendistato dei giovani.

Il passaggio di testimone
È proprio il mancato passaggio di testimone a rappresentare uno degli aspetti più preoccupanti. Non basta denunciare il lavoro nero: occorre creare le condizioni perché l’esperienza accumulata da chi lascia il lavoro venga trasmessa alle nuove generazioni attraverso percorsi regolari di tutoraggio, formazione e apprendistato. Il nodo, dunque, non è il pensionato che continua a essere attivo. Una società in cui si vive più a lungo e in migliori condizioni di salute può trarre beneficio dall’esperienza degli anziani.
Il vero problema nasce quando la prosecuzione dell’attività avviene nell’illegalità oppure quando deriva dalla necessità economica di integrare assegni pensionistici insufficienti.
Le conseguenze
Perché allora il tema riguarda anche l’inverno demografico? Perché tutto è collegato. Se i giovani trovano lavori precari o vengono esclusi da opportunità occupazionali regolari, rinviano la formazione di una famiglia. Se nascono meno bambini, diminuiscono i futuri lavoratori che dovranno sostenere il sistema pensionistico. E se le pensioni restano basse, aumenterà il numero di anziani costretti a continuare a lavorare, alimentando un circolo difficile da interrompere. Non esistono soluzioni semplici.
Servono pensioni adeguate, controlli efficaci contro il lavoro nero, incentivi all’assunzione dei giovani e politiche capaci di favorire il ricambio generazionale senza disperdere il patrimonio di esperienza dei lavoratori più anziani. Il vero conflitto non dovrebbe essere tra nonni e nipoti.
La sfida consiste nel costruire un mercato del lavoro in cui l’esperienza dei primi diventi un’opportunità per i secondi, anziché trasformarsi, anche involontariamente, nell’ennesimo ostacolo alla crescita di un Paese che continua a fare sempre meno figli.
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