Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Il difficile mestiere del lettore

Mauro Danelli
Il difficile mestiere del lettore

“Come resistere allo sconforto? Falsi libri, copertine senza contenuto, libri come fazzoletti di carta, libri contraffatti, libri senza autori, prodotti industriali regolati da indagini di mercato e, come prospettiva minacciosa, la morte del lettore…”

Partiamo da questa frase di Gerard Haddad (“Chi brucia i libri” Scholé-Morcelliana 2021) per fare una riflessione sull’atto dello scrivere e del leggere.

Tutti possiamo porre la domanda: perché scrivere, perché leggere?

Si dovrebbe scrivere perché se ne sente un profondo bisogno, per tentare di proporre un messaggio pregnante, per creare la possibilità di una lettura proficua, per alimentare lo stimolo a leggere continuamente.

Il bisogno di leggere dovrebbe essere cosa naturale e vitale, ma vorrei aggiungere che quello del lettore può essere inteso pure come un lavoro (Piero Dorfles “Il lavoro del lettore. Perché leggere ti cambia la vita” Garzanti 2021): il mestiere di leggere anche come fatica, in un percorso continuo di riflessione, confronto, ricerca, crescita.

Una fatica che comunque non può annullare il piacere della lettura, può anzi accrescerlo sviluppando la sensazione di partecipare ad un lavoro complessivo di educazione propria e collettiva.

La lettura deve aiutarci a sviluppare un pensiero critico, a tenere sempre alto il livello di riflessione, a favorire una partecipazione attiva alla vita sociale e a tutte le decisioni prese da

chi è preposto a regolarla.

Non dimentichiamo che ogni governo autoritario cerca fortemente di tenere sotto controllo qualsiasi tipo di informazione, a partire da tutto ciò che viene scritto.

Le derive totalitarie spesso hanno avuto tra i loro momenti iniziali un “rogo dei libri” e tra le loro costanti preoccupazioni quella di imporre limiti precisi all’attività degli scrittori e di impedire ai lettori l’accostamento a forme di lettura alternative.

Lettura dunque come segno, di libertà.

Un importante, imprescindibile esercizio di libertà.

Un mezzo per riflettere sul bisogno di “giustizia sociale”.

E oggi, in questa nostra società (definita di volta in volta dello spettacolo, leggera, rumorosa, liquida) a che punto siamo?

Purtroppo occorre ritornare alle parole di Gerard Haddad, soppesandole attentamente una per una. Non si tratta di una sentenza definitiva. In fin dei conti pone soprattutto una domanda.

Però troppe cose non stanno aiutando a percorrere una strada giusta.

E’ mai possibile che il numero degli scrittori aumenti sempre più, mentre quello dei lettori, anche e soprattutto nel nostro paese, continua e restare a livelli molto bassi?

Che ci siano più scrittori che lettori viene detto in tono scherzoso, ma di tono scherzoso si tratta solo in parte. A volte appare evidente che chi scrive non ha un buon livello di lettura, non esercita appunto il lavoro di lettore. Ma, allora, perché scrive? Ha veramente qualcosa da proporre? Può veramente concorrere a un processo di crescita?

Oppure è semplicemente mosso dal proprio narcisismo, dal bisogno di apparire a tutti i costi? Naturalmente non si tratta di criticare l’attività dello scrivere in quanto tale. Va benissimo che ci sia il bisogno di scrivere. Andrebbe benissimo che tutti si dedicassero a tale attività nelle sue svariate forme. Il problema in fondo non sarebbe neppure tanto la volontà di pubblicare, a qualsiasi costo, le proprie cose, quanto la pretesa che tale lavoro debba essere particolarmente importante e che gli altri debbano assolutamente recepirlo e lodarlo.

A questo punto occorre per forza impugnare la formidabile risposta data da Agota Kristof ad un intervistatore’ che le chiedeva come mai pubblicasse così poco: “se non si ha nulla da dire, si tace”. Questa dovrebbe essere la misura’diogni scrittore: pubblicare solo se si ha veramente da dire qualcosa di originale, di interessante, di costruttivo. Naturalmente con una buona dose dicapacità comunicativa e magari con un buon talento stilistico.

Questo è davvero un problema serio.

Viviamo in una società che ha tra le sue malattie più diffuse il “protagonismo”, la diffusione di un “egosaurismo” (Pier Aldo Rovatti “Gli egosauri” Eleuthera 2019) che ha fatto smarrire il vero senso delle cose. E su questa scia anche il mondo del libro negli ultimi 3035 anni ha subito una pesante involuzione.

Troppo spesso l’attività degli editori, non rispondendo al principio della qualità, è andato a deteriorare il lavoro di tutti.

Si parte dall’accettazione di qualsiasi scritto guardando non tanto al suo valore intrinseco quanto alle sue possibilità commerciali. Non si bada più tanto alla serietà dell’autore quanto alla sua spendibilità in termini di consenso pubblico.

E così abbiamo agenti editoriali che promuovono con solerzia qualsiasi tipo di libro (ne va del loro posto di lavoro). E così abbiamo librai che si prestano a vendere con zelo anche le cose in cui non credono veramente (ne va della loro sopravvivenza). E così abbiamo lettori sempre meno educati, sempre meno attivi, sempre meno riflessivi.

Altre parole molto significative sono quelle che possiamo leggere nel risvolto di copertina dell’ultimo libro di Goffredo Fofi (“L’oppio del popolo” Eleuthera 2019): “Quanti sono gli italiani che vivono di “cultura”?… milioni, ben piazzati nelle scuole di ogni ordine e grado, nei giornali, nell’editoria, nello spettacolo, nella televisione, nelle radio, nei blog, nei musei, nei festival … siamo la più grande “fabbrica” del paese…un gran giro di soldi, un gran giro di chiacchiere.. .non sarà che il sistema di cui facciamo parte si serve di questo eccesso di cultura anche per distrarci dal concreto agire collettivo, intontendoci di parole, immagini, suoni?

Non è certo di questa cultura spettacolarizzata e manipolata che abbiamo bisogno, ma.. .di una cultura, o meglio di una pluralità di culture, che sappia disintossicarci dai ricatti e dalle lusinghe del Potere per capire e di conseguenza per fare”.

Anche queste parole richiedono un’attenta riflessione.

Per quanto riguarda la televisione possiamo citare un libro di Jean Baudrillard dal titolo inquietantemente significativo: “Il delitto perfetto, Come la televisione ha ucciso la realtà” (Raffaello Cortina 1996).

E come subitanea conseguenza bisognerebbe avviare una lunga riflessione su come e quanto questo processo di uccisione della realtà venga ora perpetuato da gran parte del mondo digitale.

Per quanto riguarda i libri, soprattutto quelli di carta che implicano la cosiddetta lettura orizzontale e dunque riflessiva, non ci resta che continuare ad invocare rispetto, fiducia, apprezzamento. Ricordiamo sempre che una società senza libri, quelli validi, è una società acefala, triste e pericolosa.

Una società umana ha bisogno di scrittori bravi, e quelli veramente bravi generalmente sono anche umili, capaci di far crescere i lettori e di crescere a loro volta attraverso i lettori, in un continuo percorso di confronto e ricerca.

Questi scrittori e questi lettori possono veramente ancora fare del libro uno strumento per conoscere e migliorare, almeno un po’, il mondo.