Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Tempo per sanare le ferite

Valentina Scalisi
Tempo per sanare le ferite

Valentina Scalisi, Gruppo “Microbi dal cuore grande” della Pediatria dell’ Ospedale Civile di Pordenone, laboratorio di scrittura condotto da Alessandra Merighi

Tempo. Occorreva tempo per sanare le ferite. Grandi o piccole che fossero.

E di ferite aperte ne avevo ancora tante. E io avevo solo bisogno di tempo.

Non ricordo con precisione le mie giornate prima della malattia.

Andavo semplicemente a scuola come tutti, tornavo a casa, pranzavo con mamma e papà, studiavo, trascorrevo qualche pomeriggio con gli amici, cenavo e andavo a dormire. Tutto qui.

Mi domando se ci sia stato un giorno in cui il mio tutto ha preso una piega inaspettata, in cui la monotonia delle mie giornate si è colorata di numeri e incertezze, in cui a un tratto nella mia mente si è fatta spazio l’idea che io così non andavo più bene.

Eppure il tempo ha mascherato questi lontani ricordi.

L’esordio della malattia mi appare di fatto ancora sfocato, ma chiara è la certezza che all’inizio tutto era dannatamente magico.

bozzetto di Gianni Pasotti

Contare le pennette di pasta, pesare le foglie di insalata, camminare ore sotto il sole. Mi sembravano tappe di una lunga salita verso la cima di una montagna, dalla quale, una volta raggiunta la vetta, mi aspettavano non altro che bei panorami.

Non c’era tempo di fermarsi nella corsa alla perfezione. Una sola sosta e temevo che la vita mi avrebbe travolta, e con lei tutti quei numeri.

Appena terminata la prima superiore, fu proprio così che passai le mie giornate estive. E ben presto queste divennero settimane, le settimane mesi, e i mesi anni.

Non so ancora spiegarmi come fui in grado di vivere per “lungo” tempo sotto le redini della malattia.

So però che a un tratto le cose cambiarono nuovamente. Furono necessari sei mesi fuori casa, nei lontani Balcani, a catapultarmi nella vecchia vita. 

“Stupida Russia” pensavo appena tornata in Italia, mentre tentavo di far salire i pantaloni che fino a qualche tempo prima mi stavano perfettamente.

Non è facile spiegare che sensazione provassi. Ma quei chili in più all’improvviso significavano la perdita di una identità. La paura della vita normale, il terrore che una volta “grassa” nessuno si sarebbe più preso cura di me.

Iniziò così la folle ricerca della vecchia identità malata, ormai perduta, alla quale seguì il debutto inaspettato della malattia di mio  padre.

Il suo male, a differenza del mio, era visibile agli occhi degli altri: le ciocche di capelli che cadevano, il viso emaciato, la pelle sempre più pallida. 

Le visite di amici e parenti si incentravano tutte sulla malattia di papà, che sdraiato sul divano in soggiorno, mi guardava con occhi stanchi nella speranza di poter alleviare il suo di male.

Ed io silenziosa combattevo la mia battaglia, mostrando qualche forzato sorriso e dicendo” Vedrai che ce la farai!

Foto di Stefano Raspa

Non preoccuparti! Starai meglio” ma più che a papà, per cui ormai nutrivo poche speranze, quelle parole, seppure non credessi minimamente alla loro veridicità, le rivolgevo a me stessa.

Erano bastati quei pochi mesi estivi a portarmi nel bilico tra una proposta di ricovero ospedaliero e la voglia di toccare il fondo come un tempo.

Ma l’inizio del tanto temuto quinto anno di liceo mi diede la spinta per tornare in sesto.

Da lì a qualche mese la brutta malattia si portò via papà. 

Ricordo distintamente i primi giorni. I pianti di mamma, le condoglianze di amici e parenti, le strette di mano accompagnate dalla solita frase “Sii forte”. Perché forte non lo ero già stata abbastanza?

Io avevo infatti disperato bisogno di tempo. Tempo per capire, per piangere, per ridere, per ricordare. Tempo per stare ancora con papà, come se quello precedente fosse ormai vano.

E forse ci voleva tempo anche a mamma per accettare che papà non sarebbe più entrato da quella porta di casa.

Passai i mesi successivi immersa in un studio frenetico e disperato. A colmare il vuoto lasciato da chi non c’era più, e a mitigare la paura di non essere abbastanza. 

Foto di Stefano Raspa

Perché la mia malattia si stava facendo ancora più strada, in quel tempo. 

Ormai stare a casa era diventato invivibile e non ero in grado di gestire più nulla.

Venni ricoverata in ospedale i primi di aprile.

Il tempo sembrava essersi fermato. Non sentivo più la frenesia delle giornate, i pianti di mamma, la solitudine di casa, la mancanza di papà. 

Il tempo aveva un suo scorrere dentro quelle mura, le ore a scuola e le poche giornate che potevo passare a casa non avevano più il ritmo di prima.

L’attesa di uscire da quel posto era diventata tempo di riflessione: pensare e non agire. 

Dalle finestre dell’ospedale mi capitava di osservare la vita: chi portava a spasso il cane, chi attendeva il bus alla fermata, chi mangiava un panino di corsa, chi rideva e scherzava con gli amici.

E la mia vita cattiva mi teneva invece lì.

Allora tempo.

Occorre tempo per sanare le ferite. Grandi o piccole che siano. E di ferite aperte ne ho ancora tante. E io ho solo bisogno di tempo.